Miguel Benasayag e Angélique Del Rey, Elogio del conflitto, Feltrinelli, Milano, 2008.
Da millenni sappiamo con Eraclito che la lotta degli opposti governa l’armonia del cosmo, ma, si chiedono Benasayag e Del Rey, se si riduce al silenzio ogni voce opposta quale cambiamento ci aspetta?
Il silenziamento del conflitto è ciò che viviamo all’interno delle nostre strutture democratiche. Le attuali democrazie neoliberiste amano presentarsi come un assoluto incontestabile, in esse, ci dicono gli autori, i conflitti possono trovare spazio solo dopo aver subito un processo di normalizzazione che ne assopisce le tendenze rivoluzionarie.
Le tensioni, i conflitti, vengono, dunque, smorzati, appiattiti, infine rimossi, e gli avversari dello status quo ante sono silenziati, ridotti al ridicolo o additati come terroristi di un sistema presentato come perfettibile, certo, ma pur sempre proposto come l’unico in grado di rispettare diritti e dignità umana.
La rimozione del conflitto, interiore ed esteriore, implica, al contrario, lo sradicamento dell’alterità e si esprime nella “formattazione” del conflitto: «Dire formattazione significa dire messa in forma, assoggettamento a norme. Ricondurre la molteplicità del corpo sociale alle norme del conflitto così come esso deve svolgersi significa già rimuovere quella molteplicità. (…) La formattazione dei conflitti ha sempre a che vedere con una riduzione del conflitto alla dimensione dello scontro, dietro a cui si cancella alla nostra vista l’inconciliabile molteplicità di ogni vero conflitto»[1].
Il conflitto, declassato alla logica dello scontro privato, sembra annichilire su posizioni che assumono la veste di doxa, opinioni legate ad interessi privati, ininfluenti, di nessuna rilevanza pubblica. La rimozione del conflitto produce, quindi, la devitalizzazione e la depoliticizzazione della società.
L’uomo delle democrazie moderne, ammoniscono Benasayag e Del Rey, è un uomo senza qualità, un uomo astratto, intercambiabile sotto ogni aspetto, privo di storia se non nel generico rimando ai valori astratti che lo plasmano, ma che non arrivano più, non arrivano mai, ad incidere sulla prassi politica.
Il testo ha il merito di risvegliare alla mente la presenza di situazioni drammatiche che parrebbero annunciare il ritorno del conflitto. L’acclarato fallimento delle politiche di integrazione in tutto il mondo Occidentale, ad esempio, è proprio dovuto al ritorno degli oppressi e della loro corporeità da sempre refrattaria all’astrazione. Occorrerebbe chiedersi in modo non retorico, dunque, se le democrazie neoliberiste hanno davvero annichilito la dimensione ontologica del conflitto di matrice eraclitea o se, più verosimilmente, coltivano nelle nostre coscienze ammutolite l’ennesimo, disperato, disincanto.
AP (28/09/2023)
[1] Miguel Benasayag e Angélique Del Rey, Elogio del conflitto, Feltrinelli, Milano, 2008, pp. 79-80.
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