Umberto Eco, Il cimitero di Praga, Bompiani, Milano 2010

Che quella di Eco si possa ritenere una lettura disimpegnata e d’evasione certamente non si può dire, come del resto non lo si può dire per nessuno degli altri cinque romanzi del geniale scrittore italiano. C’è, però, da rilevare che tutta la concentrazione e l’applicazione riposta dal lettore o dalla lettrice nel districarsi tra le vicende di mezza Europa accadute nell’arco di tutto l’Ottocento sono ripagate dal guadagno storico che indiscutibilmente se ne ricava. Probabilmente il lettore e la lettrice occasionali, o quell* «non fulmineo di comprendonio», come l* definisce lo stesso autore, potrebbero essere tentat* di abbandonare la lettura dopo qualche pagina, magari per la complessa struttura narrativa che vede l’alternarsi di tre diverse voci narranti oppure perché disturbat*, nel loro perbenismo, da tanto antisemitismo oppure perché non riescono a superare l’impasse costituito dall’impenitente dovizia di particolari concernenti la cucina, gli anfratti di Parigi e gli esplosivi. Tuttavia, la cultura ha bisogno di pazienza per essere coltivata e detesta il consumo fugace e la logica dell’immediatezza, pertanto è possibile che verso la metà dell’opera l’intreccio possa cominciare a non lasciare più fiato e così ancora una volta potrebbe capitare che Umberto Eco riesca a catturare nelle tresche delle logge massoniche, dei regicidi, delle spedizioni garibaldine e delle messe nere. Sullo sfondo si staglia un accattivante e direi modaiolo assunto di base che presta il fianco alla più intrigante delle cospiracy theory dell’Occidente, sempre più di moda al giorno d’oggi, cioè un inedito, ma possibile, complotto internazionale tra massoni ed ebrei per la conquista dei gangli del potere politico, economico e culturale. Contro ogni semplicistica accusa di antisemitismo, Eco mette qui in rilievo il contributo indiscutibile e prezioso dato dalla tradizione ebraica a tutta l’economia, alla politica e alla cultura europea. Clicca qui per acquistare il libro.
ML (26/05/2012) per Agorasofia
Umberto Eco, Il fascismo eterno, La nave di Teseo, Milano 2018

Il testo, uscito in Italia solo nel 2018, è una rielaborazione di un discorso tenuto da Umberto Eco il 25 aprile 1995 alla Columbia University negli USA e poi pubblicato ne «La rivista dei Libri» nello stesso 1995 con il titolo Totalitarismo fuzzy e Ur-fascismo, parole che lo studioso usa nel corso della sua argomentazione. Occorre tenere presente che Eco si rivolge ad un pubblico americano, per cui alcuni riferimenti vanno compresi all’interno di questo quadro, così come è importante comprendere la distanza degli americani dal fenomeno specifico del fascismo italiano rispetto ad un quadro piuttosto generale del fascismo in Europa. Il testo risulta utilissimo, a distanza di trent’anni, perché anche oggi vi è un chiaro tentativo di smontare il ruolo della Resistenza partigiana in relazione alla liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Su questo punto Umberto Eco è chiaro: per chi ha vissuto quel frangente storico il ruolo della Resistenza, fatta dai civili in armi, fu determinante nell’immaginario collettivo, giacché funzionò da stimolo morale e psicologico per la popolazione italiana. D’altro canto, c’è una narrazione che fa della Resistenza un’esperienza tutta comunista, ma, ricorda l’autore, senz’altro i comunisti furono più numerosi nel combattere contro il nazifascismo, con il 50% della partecipazione nelle formazioni partigiane, ma vi erano diverse bandiere a lottare contro il regime. In particolare, Eco ricorda un personaggio ambiguo, Edgardo Sogno, un resistente monarchico anticomunista che poi, dopo la Resistenza, finì in gruppi di estrema destra e, in qualche modo, coinvolto anche nell’omicidio di Aldo Moro. Tuttavia, il punto centrale dell’argomentazione di Eco sta nel tentativo di tracciare delle coordinate sempre valide per identificare una forma di fascismo strisciante, eterno, definito anche Ur-fascismo, che sia ben individuabile nonostante le differenze storiche e geografiche. È chiaro che, anche per quanto riguarda il fascismo legato a Mussolini, esso fu repubblicano e poi monarchico, anticlericale e poi ipercattolico, anticapitalistico e poi legato a doppia mandata al capitalismo liberale, di cui reggeva il gioco. E, allora, più che a complessi teorici, economici e ideologie ben definite, il fascismo potrebbe essere riconducibile ad altro, cioè: «ad una serie di abitudini culturali, una nebulosa di istinti oscuri e di insondabili pulsioni» (p. 19).
Pare, quasi, che il fascismo, diversamente dal nazismo e dallo stalinismo, che avevano delle ideologie di fondo, non avesse una precisa filosofia, ma solo retorica, sempre molto volubile. C’è da dire, però, che è opinione di Travaglio e anche di Canfora che il fascismo potesse contare su uomini di levatura culturale e intellettuali molto elevata e il riferimento cade non solo su Gentile, ma anche sul giurista Rocco, su Bottai e altri studiosi. Certo è che il fascismo fu il primo movimento negli anni ’20 a imporsi con un armamentario folkloristico nell’ambito dei movimenti di destra, sebbene come reazione al complesso ideologico comunista, con tutto il suo corredo stilistico e cromatico, e come elaborazione di una retorica che già D’Annunzio in Italia aveva avviato con l’esperimento di Fiume. Al fascismo italiano si ispirarono poi Oswald Ernald Mosley in Inghilterra (fondatore nel 1932 dell’Unione Britannica dei Fascisti) e tanti altri soggetti politici in Lettonia, Estonia, Lituania, Pildusky in Polonia, Ferenc Szálasi in Ungheria (capo del Partito delle Croci Frecciate – Movimento Ungarista), Corneliu Zelea Codreanu in Romania (Fondatore e capo carismatico del Movimento Legionario, dal 1930 conosciuto anche con il nome di Guardia di Ferro), Bulgaria, Grecia, Iugoslavia, Francisco Franco in Spagna, Salazar in Portogallo, Norvegia e poi in America del sud a partire dagli anni ’60, quando si pensava di averlo sconfitto in Occidente. Con “Totalitarismo fuzzy” Eco identifica quella nebulosa intorno alla quale il fascismo, inteso come opposizione e reazione al comunismo si va affermando in tutto il mondo. Curioso è il fatto che la Guardia di Ferro rumena sia ispirata da un antimagiarismo di fondo e che la corrispondente formazione fascista ungherese delle Croci Frecciate sia caratterizzata da un profondo sentimento antirumeno: si tratta della classica retorica che porta a privilegiare il proprio popolo o la propria nazione rispetto agli altri, con un evidente corto circuito logico e matematico, già esplicato dai postulati di Peano, per cui non è possibile avere due numeri 1, infatti ad 1 segue un altro numero diverso da 1. E, allora, per cercare di comprendere il nocciolo del fascismo, Eco ricorre alla teoria dei giochi di Wittgenstein e alla nozione di “somiglianza di famiglia” tra diversi gruppi con componenti interscambiabili, ma mai tutti identici. Da qui si dipana l’elenco delle 14 caratteristiche che non devono necessariamente essere tutte presenti, ma basterebbe anche solo una di queste per riconoscere i germi del fascismo o di quello che Eco definisce Ur-fascismo:
- Culto della tradizione: il tradizionalismo è un tratto distintivo dell’Ur-Fascismo. La cultura moderna è sincretistica, quindi deve essere superata dal riferimento al passato. La verità è stata rivelata una volta per tutte e, di conseguenza, vi è stata una sola età dell’oro, cui bisogna far riferimento. Molti pensatori tradizionalisti sono stati guide intellettuali del fascismo, intriso anche di misticismo: Julius Evola, Renè Guénon, De Maistre, ecc.;
- Rifiuto del modernismo: è chiaro che l’accoglienza dei valori tradizionali comporti il rifiuto della modernità, sebbene questo non significhi rifiuto della tecnologia tout court, giacché fascisti e nazisti ne abusarono anche dal punto di vista medico con finalità decisamente amorali pervase da un profondo irrazionalismo antilluministico;
- Culto dell’azione: l’irrazionalismo incolto e triviale, che accusa sistematicamente tutto ciò e tutti/e coloro che producono cultura è un tratto distintivo del fascismo, che, proprio per questo, alla cultura oppone l’azione irriflessa, primitiva, impulsiva;
- Nessuna critica: il dissenso, il disaccordo, la dialettica, tutto ciò che consente di procedere nella conoscenza, generalmente inteso come spirito critico, non può essere accettato dal fascismo, che si pone dall’altra parte rispetto alla cultura scientifica, al progresso conoscitivo;
- Razzismo, paura della differenza: al di là dell’aspetto teoretico, anche concretamente la commistione, tutto ciò che genera ibridazione e mina l’identità mette paura, è così che si sviluppa la paura del diverso, dello straniero, la xenofobia che è la radice del razzismo;
- Appello ai frustrati: è interessante comprendere come si sposta l’elettorato verso destra in seguito all’appello ai frustrati che il fascismo muove con il mito dell’affermazione individuale, non collettiva. Sul disagio conseguente ad una crisi economica, antropologica, internazionale, identitaria, il fascismo trova terreno fertile per costruire identità;
- Ossessione del complotto internazionale e nazionalismo: proprio perché privi di una identità sociale, il fascismo offre un nemico, per cui si procede con la costruzione del nemico sia esterno, facilmente individuabile in un complotto internazionale, sia interno;
- Incapacità di valutare i nemici: i fascismi sono incapaci di valutare i nemici perché tendono all’esaltazione di alcune loro doti, come la ricchezza, la forza, la capacità intellettiva, ma al tempo stesso tendono a sottovalutarli per cercare di considerarli opposti e cercare di sconfiggerli;
- Guerra permanente e lotta al pacifismo: l’Ur-Fascismo inverte la “lotta per la vita” in “vita per la lotta”, perché il suo fine è la guerra. Da qui deriva il contrasto ad ogni forma di pacifismo, ma con una contraddizione di fondo, giacché nella retorica la guerra è invocata per la palingenesi, che implicherebbe però un’età della pace, incompatibile con il presupposto della guerra permanente, che porta soltanto alla distruzione;
- Disprezzo per i deboli: fa parte di ogni ideologia reazionaria l’elitismo. Le ideologie reazionarie e militaristiche hanno sempre disprezzato i poveri e i deboli, puntando alla supervalutazione di alcuni soggetti ritenuti “migliori”. Anche in questo caso, tuttavia, c’è una contraddizione di fondo: essere “migliori” significa che deve esserci qualcuno “peggiore” che deve soccombere. Inevitabilmente ogni ideologia gerarchica comporta l’esistenza di livelli diversi e ogni livello inferiore dovrà soccombere in questa logica di accettazione del fatto che il superiore è degno di onore e obbedienza, pena ricadere in una ideologia rivoluzionaria, dialettica, di ribaltamento della condizione materiale;
- Ciascuno è un eroe: l’educazione funzionale all’Ur-fascismo punta a creare eroi, cioè soggetti che non disdegnano la morte, anzi l’inseguono come obiettivo politico, sicché alla rincorsa dell’eroismo vi è allegato il culto della morte. La contraddizione, però, sta nel fatto che la morte, perlopiù viene procurata ad altri non a sé stessi;
- Machismo: la spiegazione del machismo insito nell’Ur-fascismo attinge al repertorio psicoanalitico; infatti, il culto dell’eroe e della morte in guerra sono giochi abbastanza difficili, che in fondo solo l’uomo può praticare. Anche la sessualità è un gioco difficile da praticare e spesso il maschio si rivela, in segreto, incapace, sicché il machismo dell’Ur-fascista è una forma di sostituzione del gioco sessuale; l’arma tra le mani è il sostituto del pene, che il maschio non può dominare bene o sa di non poter dominare bene, per cui il machismo non è che una forma virile di invidia del pene;
- Populismo qualitativo: per l’Ur-fascismo gli individui in quanto tali non hanno diritti, ma esistono in quanto popolo, soggetto con una voce collettiva. Il fatto stesso di ricorrere alla “voce del popolo” come espressione è sintomo di Ur-fascismo, mentre viene annullata qualsiasi minoranza o voce discordante;
- Neolingua: si fa riferimento a ciò che profetizzava Orwell in 1984, cioè una forma di lingua inventata, semplice da essere compresa da tutto il popolo con effetti immediati e che non comporti la necessità del ragionamento critico.
Per concludere, Eco ricorda che quando il fascismo fu sconfitto si cominciò anche a parlare di dittatura, a differenza del momento antecedente, e questo fa riflettere sul fatto che l’universo simbolico di un soggetto dipende dall’educazione e dal lessico assimilato. Clicca qui per acquistare il libro.
ML (30/08/2026) per Agorasofia
Norbert Elias, La solitudine del morente, il Mulino, Bologna 2011

Diversamente da chi concepisce il fenomeno dell’oblio della morte all’interno di un percorso dominato da una teleologia negativa o della crisi che inerisce in maniera specifica la contemporaneità, Norbert Elias in questo testo spiega la trasformazione strutturale nella considerazione della morte a partire dagli aspetti storico-sociali che hanno condotto alla progressiva esclusione della violenza fisica dalla vita quotidiana nel momento in cui si è passati agli Stati dinastici. Il superamento della precarietà dell’esistenza avrebbe escluso il pericolo costante della guerra e con essa anche il pensiero della morte, determinando la civilizzazione come forma di pacificazione sociale. Fortemente influenzato dalla pseudoscientificità freudiana sulla questione della rimozione della morte e condizionato dalla sua posizione d’intellettuale borghese, il sociologo ritiene che l’oblio della morte sia dovuto all’avanzare dell’homo clausus, categoria inventata ah hoc dall’autore a scopi euristici. L’Homo clausus, in sostanza, sarebbe un costrutto antropologico che spiegherebbe l’estrema individualizzazione e privatizzazione moderna, trascurando, tuttavia, una fetta importante della società, quella in cui resistono, anzi rinascono, le significative esperienze comunitarie che contribuiscono a fornire un senso all’esistenza dell’individuo. Il cambiamento antropologico nella rappresentazione della morte rispetto al medioevo, età maggiormente ossessionata dall’idea della morte, sarebbe dovuto, del resto, anche al progresso della medicina e dell’igiene, circostanze che hanno determinato l’allungamento della speranza di vita e quindi la rimozione della morte. Ad ogni modo, se questa differenza mette in evidenza i progressi dell’età moderna, non spiega assolutamente l’ossessione medievale e il suo pensiero onnipresente della morte per una vita che termina a quarant’anni circa, giacché il soggetto quarantenne, non conoscendo ovviamente gli standard moderni, considererebbe il suo decesso nella media del suo tempo: un mancanza di relatività che davvero non ci si aspetterebbe da un sociologo! Clicca qui per acquistare il libro.
ML (07/12/2025) per Agorasofia
Pietro Emanuele, Filosofi a luci rosse. La filosofia, l’universo dei punti di vista, guardata da un punto di vista inedito: il sesso, TEA, Milano 2008

Non è facile trattare seriamente della materia del sesso, perché se si evita l’approccio scientifico, troppo serioso, e si adotta uno stile più divulgativo, si rischia di incappare nella censura e l’autore ritiene che quella che si richiama al buon gusto sia molto più insidiosa di quella del buon costume. L’approccio che il filosofo Pietro Emanuele adotta in questo testo si muove agevolmente tra il serio e il faceto, ma soprattutto egli intende sdoganare quella che è l’immagine idealizzata del filosofo quale pensatore collocato in una bolla al di fuori del mondo, che non può occuparsi delle beghe quotidiane, tra cui il sesso e la fecalità. La storia della filosofia ha spesso occultato alcuni dettagli biografici imbarazzanti dei filosofi, come anche quegli spunti delle loro opere che rimandassero alla sessualità, ma Emanuele mette abilmente in fila le passioni onaniste di Diogene, quelle omosessuali di Socrate, l’undinismo di Epicuro, il sadismo del Marchese, il masochismo di Rousseau fino alle percosse di Nozick. La conclusione dell’opera di Emanuele è che la sessualità, per la sua connessione con la sfera dell’amore e dell’intimità, è e deve restare intima, privata, non nascosta nel senso di occultata, ma riservata perché solo in questo modo può scoprire l’ebbrezza della trasgressione, invece se diventa pubblica, analizzata nei minimi dettagli, come in un trattato scientifico e statistico alla Kinsley, diventa irrilevante al fine dell’eccitazione, nonostante l’indubbio valore che ne potremmo ricavare sotto il profilo culturale e sociale. Clicca qui per acquistare il libro.
ML (28/03/2019) per Agorasofia
Jeffrey Eugenides, La trama del matrimonio, Mondadori, Milano 2019

Va detto innanzitutto che Jeffrey Eugenides, da romanziere qual è, si trova completamente a proprio agio nel narrare con piglio postmoderno vicende divisive di vita quotidiana che innescano profonde riflessioni sulla moralità dei nostri giorni. Se, del resto, in Middlesex del 2002 è piuttosto palese il riferimento agli studi di Foucault sulla storia della sessualità, molto più esplicito è il contesto filosofico entro il quale si situa La trama del matrimonio, laddove si coglie esplicitamente il passaggio all’universo simbolico della decostruzione di Derrida, Barthes, Lyotard, Baudrillard, Deleuze e a quella che negli Stati Uniti è considerata una vera e propria scuola di pensiero, la French Theory. Ed è proprio sullo scarto tra modernismo e postmodernismo, categorie della letteratura anglisassone, che si gioca La trama del matrimonio e ciò in un senso duplice: non solo è il titolo del romanzo, ma è anche, significativamente, il titolo della tesi in Letteratura della protagonista, Madeleine Hanna. È sul suo personaggio che insiste tragicamente la frattura tra l’amore romantico, con la sua struttura matrimoniale forte, in grado di assicurare stabilità affettiva ed esistenziale, come emerge dalle opere di autori modernisti come Wharton, James, Austen, Eliot, le sorelle Brontë, e dall’altro lato, la decostruzione postmodernista delle relazioni umane e anche del matrimonio. È proprio l’incontro fortuito con il corso di Semiotica 211, in cui si studiano gli autori francesi, a mandare in frantumi la vita e le certezze di Madeleine e anche questo in un senso duplice: non solo le sue personali relazioni sentimentali da quel momento in poi prenderanno una brutta piega, ma anche l’impianto della sua tesi di laurea comincerà a scricchiolare alle prese con un triangolo amoroso complesso, così come complessa è la struttura degli altri due amanti: Leonard, un biologo nichilista, proveniente da una famiglia disfunzionale e, di conseguenza, malato mentale; e Mitchell, un teologo mistico che insegue Madre Teresa e la spiritualità autentica in India, ma con una famiglia borghese alla spalle. Chi tra i due avrà la mano di Madeleine? Clicca qui per acquistare il libro.
ML (20/01/2021) per Agorasofia
Gabriella Falcicchio, I figli della festa. Educazione e liberazione in Aldo Capitini, Levante, Bari 2009

L’opera di Gabriella Falcicchio, docente di Pedagogia presso l’Università di Bari e attivista del Movimento Nonviolento pugliese, si propone di ripercorre il pensiero di Aldo Capitini, nonché quel legame intricato tra la sua pedagogia e il suo linguaggio poetante, fatto di metafore e parole d’ordine, con il fine specifico di far emergere il suo pensiero nonviolento, problematico, dubbioso. Tra i molti spunti interessanti, che l’autrice mette in evidenza di Capitini, vi è la raccomandazione di non allontanare i bambini e le bambine dai luoghi della sofferenza, così come da quelli della diversità, dell’indigenza, della mancanza, affinché essi/esse possano familiarizzare con un aspetto importante della realtà, cioè il dramma, il negativo, che dovrebbe permettere poi di far scaturire il moto d’orgoglio della liberazione. Del resto, il bambino e la bambina si accostano spesso con naturalezza a tali dimensioni, senza il carico di precomprensioni su cui fa affidamento l’adulto nella sua interpretazione, per cui talvolta i più piccoli e le più piccole si pongono con atteggiamento “politicamente scorretto” agli eventi, ma genuinamente naturale, di totale accettazione, senza ulteriori elaborazioni. In questo senso, si può correttamente dire che il paradigma capitiniano si pone in una prospettiva che è interculturale ed ecologica ante litteram. Un altro spunto interessante di riflessione è legato al ruolo della docente e del docente, la quale/il quale deve presentarsi come un/una indipendente disciplinato/a, cioè deve concepire la sua professionalità all’interno di un sistema statale, ma senza esserne organico, ciecamente subordinato, al tempo stesso deve essere disciplinato/a, cioè nonviolento/a, e accettare anche il dialogo come principio ispiratore. Per tutti questi motivi, la pedagogia di Aldo Capitini si presenta come una delicata pedagogia della fiducia, ma si potrebbe parlare anche di una “pedagogia della speranza”, in una vicinanza filosofica al pensiero di Ernst Bloch che merita di essere ancora adeguatamente approfondita. Clicca qui per acquistare il libro.
ML (31/03/2018) per Agorasofia
Marco Ferrando, Stalin e il PCI. Tra mito e realtà, Red Star Press, Roma 2022

Si comprende sin dalle prime battute che l’opera di Marco Ferrando, Stalin e il PCI. Tra mito e realtà, vuole essere uno strumento politico per consentire ai e alle militanti di avere ben chiara la condizione in cui versa oggi il movimento operaio e la sinistra comunista. E, tuttavia, per comprendere ciò che si presenta sotto i nostri occhi, è necessario appoggiarsi alla storia, alla ricostruzione dei momenti fondamentali del percorso che ha visto il PCI protagonista delle istituzioni italiane all’interno di un quadro internazionale caratterizzato da decenni di dominio del PCUS di Stalin. Per la sua natura di strumento politico, dunque, il libro presenta delle tesi ben definite e nette sul piano della ricostruzione storiografica. La prima è che vi sia una netta soluzione di continuità tra l’asse politico che attraversa la teoria e la prassi di Trotsky e Lenin, fino ad affermare con una certa dose di consapevolezza critica che la Rivoluzione d’ottobre invera la prospettiva trotskyiana, sebbene ponga Lenin a capo del movimento storico, e l’asse politico che si consolida con l’avvento di Stalin. Dal 1924, cioè dalla morte di Lenin, prende l’avvio una stagione non rivoluzionaria, caratterizzata piuttosto dal consolidamento del potere, che si incista in un apparato burocratico, imperialistico, repressivo, mandando in cancrena la rivoluzione e soffocando le istanze di liberazione e di affermazione del movimento operaio. Se questa è la prima tesi, dunque, la seconda è che, come vi è una frattura in URSS tra la linea politica che percorre il pensiero e la prassi di Trotsky-Lenin e quella di Stalin, così in Italia vi è una frattura tra il Partito comunista d’Italia dei primi anni, tra 1921 e 1924, e il PCI di Togliatti, caratterizzato da svolte e controsvolte, come l’appello ai fratelli fascisti, la Svolta di Salerno del 1943 e l’amnistia del 1946, che prestano tutte il fianco all’egemonia totale staliniana. Un’egemonia che il PCI consolida anche in seguito con Brlinguer, la cui politica del “compromesso storico” non si discosta affatto dalla smania di governo di marca stalinista. Tutto questo rincorrere il governo ha comportato l’eclissi prima del PCI con il crollo del muro di Berlino e poi di Rifondazione comunista negli anni ’90, secondo Marco Ferrando, che conosce bene quella stagione per esserne stato protagonista fino alla rottura del 2006. È stata, a suo avviso, proprio quella tendenza governativa del “campo largo”, cioè del governo in coalizione con i partiti borghesi a soffocare l’ambizione del mondo operaio alla rivoluzione comunista. Con tanta disillusione e sano realismo, per Ferrando resta l’amaro in bocca a pensare alla storia, gloriosa e miserabile al tempo stesso, di un partito, quello comunista, che di fatto ha certamente rappresentato nella maniera più unitaria le istanze operaiste, ma non ha saputo indirizzarle verso lo slancio rivoluzionario, disperdendosi in mille rivoli. Si tratta, dunque, di comprendere a fondo l’evoluzione storica del movimento operaio e della galassia delle rivendicazioni comuniste con il fine di rifondare un Partito comunista rivoluzionario nel solco della migliore tradizione bolscevica, cioè quella di Lenin, Trotsky, Rosa Luxembourg e di politici italiani come Pietro Tresso, l’andriese Alfonso Leonetti e Paolo Ravazzoli, cioè di quei comunisti che, nel corso degli anni, hanno subito purghe, espulsioni, epurazioni ed assassini politici perché non organici alla controrivoluzione che di volta in volta si legava agli ambienti borghesi con la smania del governo per mettere poi in atto strategie di repressione delle istanze di liberazione. Clicca qui per acquistare il libro.
ML (04/07/2026) per Agorasofia
Michel Foucault, La volontà di sapere. Storia della sessualità vol. 1, Feltrinelli, Milano 2013

L’obiettivo di Michel Foucault in questo lavoro del 1976, che rappresenta il primo di una serie di studi complessi e articolati sulla sfera sessuale, è quello di indagare la sessualità come specifico campo del sapere, slegandola dal campo psicopatologico nel quale era stata ricacciata dalla tradizione freudiana. Non si tratta, in sostanza, di analizzare i modi o le pratiche del sesso, ma i comportamenti sessuali, intesi essenzialmente come discorsi legati al sesso, e di come essi sono stati prodotti all’interno delle istituzioni religiose, nelle pratiche pedagogiche, nelle pratiche mediche e nelle strutture familiari. In secondo luogo, si tratta di comprendere gli effetti che questi discorsi, articolati come un sapere nato dalle istituzioni, hanno prodotto coercitivamente sugli individui, definendone gli universi simbolici di riferimento come fossero dei veri e propri idòla baconiani, delle sovrastrutture determinate dal potere che agisce sui corpi docili dei soggetti, diventando in ultima analisi dispositivi di controllo sociale.
Il lavoro, che Foucault definisce di tipo archeologico, ma che conduce tutto sommato a conclusioni molto affini rispetto a quelle degli studi della fenomenologia sociale di autori come Erving Goffman in relazione al potere delle istituzioni, si sofferma sulle modalità con la quali quest’ultime elaborano degli universi simbolici oggettivati e come questi, in un secondo momento, si mettano a disposizione della soggettivazione, diventando sapere sociale consolidato e condiviso. Nella fattispecie, però, contrariamente alla tesi che vede la sessualità repressa nella modernità, così come afferma Freud, e nella scia di Freud anche Wilhelm Reich, il quale ritiene che occorra una liberazione da quei meccanismi politici repressivi che bloccano l’effettiva autodeterminazione dei soggetti mediante la sessualità, Foucault vede a partire dal XVIII secolo un’esplosione di discorsi sul sesso, gestiti da una rete polimorfa di poteri che, a differenza del Medioevo, si moltiplicano e si differenziano, mostrando tutt’altro che una cautela, ma una vera e propria ingiunzione a parlarne. È questo stesso parlare del sesso e sul sesso a generare un potere sul corpo degli uomini e delle donne e, infine, a creare un sapere che prende in nome di “sessualità”. Clicca qui per acquistare il libro.
ML (14/03/2026) per Agorasofia
Erich Fromm, Fuga dalla libertà, Mondadori, Milano 2015

Scritto nel 1941, Fuga dalla libertà[1] di Erich Fromm indaga il paradossale significato che ha assunto la libertà proprio in un periodo storico in cui questo alto valore era stato reinterpretato e annichilito all’interno dei sistemi totalitari. Il desiderio di aderire all’immagine di uomo nuovo, alimentato dalla propaganda di regimi intrisi di un’ideologia prevaricatrice – violenta, razzista, criminale – mentre promette l’illusoria realizzazione di sé solo all’interno delle istituzioni totalitarie, concretizza nient’altro che il consumarsi dell’io individuale a mero segmento dell’io totale (pp. 102-103). Ebbene, il testo di Fromm, letto oggi, mantiene inalterato il suo valore. La fuga dalla libertà è infatti sempre, anche, una fuga dalla responsabilità, dalla compassione verso uomini e donne che versano in una condizione di profonda sofferenza, da cui, colpevolmente, allontaniamo lo sguardo. Ogni fuga dalla libertà esprime una ritirata da doveri civili, umanizzanti; veicola la progressiva scomparsa di una socialità ormai refrattaria alla solidarietà. Ogni fuga dalla libertà si traduce, cioè, in cinica complicità verso regimi politici, socioeconomici che, oggi come ieri, continuano a fondare sull’indifferenza umana la loro spietata sopravvivenza. Ecco, in sintesi, alcuni passaggi attraverso cui, secondo Fromm, si realizza la fuga dalla libertà:
Autoritarismo. «Il primo meccanismo di fuga dalla libertà è la tendenza a rinunciare all’indipendenza del proprio essere individuale, e a confondersi con qualcuno o qualcosa al di fuori di sé stessi per acquistare la forza che manca al proprio essere. Ovvero, per dirla in altre parole, a cercare nuovi legami secondari, in sostituzione dei legami primari perduti» (p. 123).
Distruttività. «La distruttività è una fuga dall’intollerabile sentimento di impotenza, poiché mira alla rimozione di tutti gli oggetti con cui l’individuo deve mettersi a confronto. (…) Le stesse condizioni di isolamento e impotenza sono responsabili di altre due fonti di distruttività: l’ansietà e il soffocamento della vita» (pp. 154-155-156).
Conformismo da automi. «L’individuo cessa di essere sé stesso; adotta in tutto e per tutto il tipo di personalità che gli viene offerto dai modelli culturali; e perciò diventa esattamente come tutti gli altri, e come questi pretendono che gli sia. Il divario tra me e il mondo scompare, e con esso la paura cosciente della solitudine e dell’impotenza. (…) La persona che rinuncia al suo io individuale, e che diventa un automa, identico a milioni di altri automi che la circondano, non deve più sentirsi sola e ansiosa. Ma il prezzo che paga è alto; è la perdita del suo io» (p. 160).
AP (20/10/2024) per Agorasofia
