Città e diritto: crisi della modernità di Teresa Lapis è un saggio ambizioso e densamente argomentato, che mette in dialogo diritto, urbanistica e architettura. Nato da una ricerca di dottorato, il volume interroga il rapporto fra spazio, norme e forme della convivenza, mostrando come la città non sia soltanto un organismo fisico, ma anche un prodotto giuridico, politico e sociale. La tesi centrale è convincente: comprendere e governare i territori contemporanei richiede di superare la separazione tra saperi specialistici e di costruire un lessico comune.
Il percorso di Teresa Lapis, mente irrequieta in continua attività, attraversa la modernità giuridica, la sovranità, il ruolo dello Stato, la cittadinanza, lo spazio pubblico, la governance e la responsabilità. Particolarmente efficace è il modo in cui l’autrice collega categorie astratte — diritto, validità, efficacia, appartenenza — alle condizioni concrete dell’abitare in una fenomenologia dell’esistenza che è geograficamente e civicamente situata.
Il diritto alla casa, alla mobilità, alla salute e alla partecipazione emerge così come una pratica che dipende dalla qualità degli spazi e dall’accessibilità delle istituzioni. Le appendici, dedicate alla formazione e alle interviste con studiose/i e progettiste/i, ospitate all’interno dello spazio virtuale di Agorasofia (clicca sul nome per le interviste a Paola Viganò, Roberto Masiero, Carlo Magnani, Aldo Aymonino, Francesco Indovina, Bernardo Secchi, Francesco Dal Co, Giuseppe De Luca), ampliano il valore documentario dell’opera e ne confermano la vocazione dialogica.
Il maggiore pregio del libro risiede nella ricchezza dei riferimenti e nella capacità di farli reagire tra loro. Ferrajoli, Sen, Sassen, Viganò, Secchi e molti altri non sono semplicemente citati, ma inseriti in una trama che confronta progetto giuridico e progetto urbano. Ne deriva una visione della città come luogo in cui diritti e disuguaglianze diventano visibili, e della responsabilità pubblica come compito condiviso. È, inoltre, apprezzabile l’attenzione alla dimensione interculturale e intergenerazionale, alla gestione dei conflitti e alla necessità di una partecipazione sostanziale, non ridotta a semplice informazione.
La scrittura è densa, procede per accumulo di concetti, citazioni e digressioni e richiede al lettore una vigile immersione nel lessico giuridico e urbanistico. Il carattere “nomade” della narrazione, dichiarato dall’autrice, favorisce connessioni fertili e attenua la gerarchia degli argomenti, rendendo “complesso” lo sviluppo della tesi.
Città e diritto: crisi della modernità è un’opera colta, personale e necessaria per chi voglia riflettere sulla crisi delle categorie moderne e sulle forme future della convivenza. Non è un’introduzione divulgativa, ma un libro di ricerca che invita giuristi, urbanisti, architetti, amministratori, filosofi e studiosi delle scienze sociali a uscire dai rispettivi confini disciplinari. Il suo contributo più significativo consiste nel ricordare che progettare una città significa anche progettare diritti, responsabilità e possibilità reali di vita comune.
ML (15/09/2026) per Agorasofia
