Pubblichiamo l’intervista integrale effettuata nel 2012 da Teresa Lapis all’architetto e urbanista Paola Viganò posta in appendice al volume Dialogo tra i saperi, Aracne, Roma 2026 (di prossima pubblicazione).
D: La prima domanda è: qual è la tua nozione di bene pubblico?
R: Domanda inevitabile ad un urbanista che dovrebbe sempre pensare nei termini di bene pubblico. È l’orizzonte, il senso e lo sfondo del pensiero dell’urbanista, il bene pubblico, per l’intera società. Alle volte ci si può sbagliare o si possono focalizzare aspetti che si rivelano, alla fine, non essere più fondamentali. L’urbanista può essere ingenuo, poco attento, può non prestare abbastanza attenzione al modo nel quale si definisce da sé un bene pubblico nella città, attraverso il tempo. L’appropriazione legata alle pratiche. La nozione di bene pubblico è il luogo mentale che guida la costruzione del progetto urbanistico.
D: Ma, se questo è ciò che pensi – ed è fondamentale – dovrebbe derivarne una nozione.
R: Pensi che ci sia bisogno di definire? Perché dovremmo ridurre a nozione un tema così ampio?
D: Perché a me serve.
R: No, non sono dell’idea che si debba sempre definire. Si possono lasciare le cose vaghe e più aperte; preferisco pensare il bene pubblico come un’immagine potente, capace di adattamenti e di evoluzione, e non invece come una nozione.
D: Sì.
R: Forse è più interessante. Il bene pubblico può trovarsi in vari luoghi e in diversi beni; si presenta sotto varie forme e, quindi, io credo, non abbiamo bisogno di una nozione o di una definizione, ma della tensione che solo una grande immagine può generare.
D: Tu pensi che sia sempre chiaro e condivisibile che cos’è bene?
R: No, ma allo stesso tempo credo che questa difficoltà e ambiguità non possa giustificare empasses concettuali o operative. Quindi, credo che nel progetto della città ci siano ragionevoli possibilità di sapere cosa sia bene e quale progetto possa interpretarlo.
D: Bene comune?
R: Bene comune è un concetto ancora più interessante di bene pubblico perché, sempre dal punto di vista di un urbanista, una delle più importanti “cose” che possiamo condividere con altri, è proprio il progetto della città che è un bene comune ed un indicatore di democrazia. Non solo per ciò che contiene, per le sue eventuali scelte spaziali, ma proprio per il processo che lo alimenta e costruisce; il progetto per la città può essere un’occasione importante di rifondazione del bene comune. La costruzione dello spazio del vivere insieme ne è il fondamento ed il suo processo è un indicatore fondamentale di democrazia.
D: Che non ha bisogno di definizione perché passa, forse, attraverso l’empatia e l’adesione consapevole e spontanea.
R: Semplicemente, mi sembra importante anche il potere evocativo di alcune idee; quella di bene comune, appunto; al di là del problema del giurista, si tratta di condensare e raccogliere posizioni, idee, azioni comuni possibili per realizzare qualche cosa che, a quel punto, è divenuto un bene comune.
D: Pratiche, funzioni, usi.
R: Sì, sulle pratiche vorrei dire qualcosa da progettista, così forse rendo anche più articolato l’insieme dei tuoi punti di vista. Innanzitutto, non esiste uno spazio senza le pratiche e quindi, dal momento che, come urbanista e progettista, mi occupo di spazio, le pratiche sono un elemento inevitabile e cruciale per potersi occupare di spazio; cioè, se voglio occuparmi dello spazio, ho bisogno di capire, di leggere, di interpretare, di confrontarmi con le pratiche che intersecano e marcano quello spazio. Non è possibile, lo sosteneva De Certeau, parlare di spazio senza parlare di pratiche che investono quello spazio. Questo, se vuoi, è un punto di vista molto distante da quello di chi immagina che esista un’autonomia di un qualche tipo di spazio rispetto al suo essere praticato. Non si può investire lo spazio progettualmente, se non ci si occupa delle pratiche e dunque delle prestazioni che un luogo offre in relazione a pratiche possibili. Qualche volta le pratiche sono semplicemente da leggere e rilevare, sono qualche cosa che troviamo, dobbiamo capire; in altri casi sono legate ad un processo immaginativo, sono pratiche da immaginare, non ancora presenti e credo, quindi che un progettista immagini pratiche e ciò non vuol dire semplicemente immaginare delle funzioni entro quello spazio. La nozione di funzione è ancora utile, non è qualcosa da buttare via; allo stesso tempo non è possibile un’aderenza totale tra funzioni e spazio, perché, appunto, le funzioni possono essere transeunti. Soprattutto, sarebbe sbagliato immaginare che, stabilendo delle funzioni, si fissino anche le pratiche; quindi, è molto importante tenere queste cose distanti e non coincidenti. Per quanto banale, questa osservazione parla di un rischio sempre presente nella costruzione progettuale.
D: Ma una pratica può non avere l’effetto di soddisfare una funzione di un territorio o di uno spazio? Ad esempio, l’ospedale soddisfa una funzione se è usato per la cura; se, invece, cambia destinazione.
R: Ci sono molti ospedali che sono diventati scuole, che sono diventati altro.
D: Sì. come struttura, ma dal punto di vista della capability, come istituzioni che analizzano gli analizzatori per cambiare, come nei contesti del dopoguerra, la capacità delle istituzioni di esprimere la propria funzione e per fare questo devono considerare le pratiche territoriali di quegli autori rispetto all’uso che se ne fa, non soltanto di quello spazio, ma anche di quella istituzione, per cui se tu vai in Africa, l’istituzione medica o l’istituzione di giustizia possono essere differenti, in Italia come in certi Paesi dell’Asia.
R: Stai parlando di qualche cosa che ha a che fare con le diverse culture, del tema della differenza.
D: E, quindi, con i diversi modi di ripensare lo spazio rispetto alla funzione, se devo apprestare un luogo di cura dove ci possono essere diverse manipolazioni rispetto al chirurgo o la chirurgia prevale rispetto alla medicina, la mia predisposizione degli spazi sia esterni che interni, se l’accesso è libero o è chiuso, è solo per donne e bambini o è altro, dovrà avvenire in funzione dell’uso che se ne fa rispetto alle pratiche locali; lì le donne e gli uomini avranno spazi separati e rigorosamente riservati per genere. Il planning, tra pratiche, funzioni ed usi, deve tenere conto, di queste differenze?
R: Ritorno alla prima parte della mia risposta. Se dico che le pratiche sono parte fondamentale della definizione dello spazio, è chiaro che le differenze emergono e queste differenze vanno indagate, non vanno prese come qualcosa che non sollevi problemi. Ma oggi non esistono più “pratiche originali”, né esistono culture originali e questo rende la decifrazione ancora più complicata. Ovunque tu vada, la condizione è quella dell’ibridazione culturale, per questo io credo che le differenze debbano essere comprese, ma non enfatizzate. In esse si rappresentano modi di comportarsi, di utilizzare gli spazi, non assoluti, ma che variano nel tempo e anche ciò che oggi sembra molto distante e diverso forse sta già cambiando radicalmente. Facciamo un esempio: nei decenni passati, nel dibattito sullo spazio pubblico in Europa, è emersa la questione del multiculturalismo. Il tema era quello di adattare la concezione europea di spazio pubblico ed il suo progetto ad altre culture che hanno differenti relazioni con lo spazio: in particolare è emersa la questione femminile, donne e uomini separati ecc. Penso che non dobbiamo cavalcare la richiesta di accentuare la differenza nello spazio; dobbiamo ragionare del fatto che è in atto una progressiva modificazione nei comportamenti, nell’adattamento del diverso all’occidentale e dell’occidentale che cambia ed è cambiato in relazione ai processi di immigrazione; attraverso l’insieme di questi adattamenti è cambiato il modo di utilizzare la città. Quel pezzo di Cina contemporanea che è il “Macrolotto 0” di Prato, ad esempio, non ha nulla a che vedere con una Chinatown, non c’è nulla di esotico. Ci sono dei punti di frizione, naturalmente, non è così semplice, ma non si tratta di immaginare spazi per diversi, ma progetti in grado di essere interpretati in modi diversi.
D: Certo.
R: Il “pro-getto” ha, poi, sempre a che fare con il futuro, non può essere solo rivolto all’indietro. Deve immaginare, è questa la sua responsabilità, che possano darsi anche cose e situazioni diverse dal passato. Ora, tutto questo, rispetto alla funzione, torna al tema dell’adattabilità dello spazio ad una molteplicità di attività pratiche e funzioni. Il dibattito sulla mescolanza funzionale è stato molto importante in questi decenni, ma persiste e, in qualche caso si accentua la resistenza nei confronti della mescolanza di cose, funzioni e persone. Nonostante siamo convinti collettivamente che lo spazio debba essere aperto, che il suo progetto deve accogliere pratiche diverse, che gli usi non sono stabiliti una volta per sempre, la città e il suo progetto sono sempre di più il risultato della separazione di cose, persone, pratiche. Immaginare lo spazio sufficientemente malleabile, non chiuso in un’interpretazione univoca non è semplice e non raccoglie un reale consenso, ma è molto importante.
D: E questo è proprio il nocciolo, il focus della questione, anche tra norma e piano, rispetto all’esigenza di scrivere una norma che dia chiarezza, che possa essere utilizzata per la tutela e per la ratio da cui si predispone, e un piano tipo masterplan.
R: Tu, cioè, fai una distinzione tra un piano del tipo masterplan, nell’idea un po’ semplificata di disegno generale, univocamente stabilito, piano di regole?
D: Infatti.
R: Nell’idea comune il masterplan è un progetto con un programma di azioni con un carattere comprehensive, esplicitato nelle sue diverse componenti che implica una realizzazione lineare nel tempo. Questo masterplan (azioni chiare e programmazione possibile) si realizza nei pochi casi in cui forze economiche, politiche e sociali, abbiano la capacità effettiva di realizzare quel progetto; dal disegno alla realizzazione senza che intercorrano grandi spostamenti. Questi casi, almeno nel nostro Paese, sono casi rari; di solito i masterplan devono confrontarsi con idee confuse e realizzazioni non certe. La questione delle regole assume per questo una grande rilevanza.
D: Allora, certo, su questo non c’è dubbio, ma il mio problema è proprio questo.
R: La critica al masterplan spesso continua sul vecchio argomento del piano o del progetto comprehensive, ma le cose non sono così schematiche.
D: Sì, il problema è che ho sollevato con molti: chi è l’architetto, chi è l’urbanista, cos’è il Masterplan?
R: Se vuoi, provo a risponderti a proposito del masterplan. È un termine che può indicare documenti anche molto diversi tra loro, per cui la critica al masterplan come piano rigido che ha bisogno di fissare tutto in modo univoco, è una critica un po’ banale perché, nelle condizioni attuali, i masterplan di quel genere sono pochi.
D: Però, nella definizione di possibile adesione ai cambiamenti.
R: Infatti, un masterplan può, ad esempio, selezionare quali siano gli elementi che si possono disegnare con una certa accuratezza e con una certa chiarezza e definire altri in modi più laschi perché è più difficile fissarli o renderli stabili. Questo aspetto è problematico, naturalmente, perché è possibile sbagliare; puoi immaginare che gli elementi fissi siano alcuni e poi nella realtà sono i primi ad essere sottoposti a critica o i primi che cambiano e, invece, quelli che immaginavi essere gli elementi da lasciare aperti, si rivelano i più stabili e i più difficili da scardinare. Si tratta anche di riflettere su un’idea di struttura e di lungo periodo. C’è una lunga tradizione che guarda al territorio come composto di elementi stabili, di continuità, capaci di strutturare e questo anche alla scala urbana e non solo a quella territoriale; quest’ultima, però, è più semplice, perché gli elementi strutturanti sono fatti coincidere quasi sempre nella trasformazione del territorio. Anche in questo caso, però, ci si può sbagliare. Negli esempi di strutturalismo urbanistico, ad esempio, in alcune new towns in Inghilterra, la rete stradale, disegnata con una certa accuratezza, è stata esplicitamente immaginata come un elemento capace di guidare la realizzazione della città, lasciando tutto il resto libero di cambiare; ed è interessante perché, poi, può anche accadere che le stesse new towns immaginate dentro ad un’idea di abitare collettivo, di abbondanza di spazi pubblici, e così via, diventino, poi, una somma di piccole enclaves, di piccole communities, contraddicendo l’assunto e l’obiettivo iniziali. L’approccio strutturalista non è risolutivo di tutto perché, se lo spazio progettato è bene comune, i suoi elementi di stabilità e di guida della trasformazione, sono anche il risultato di un’interrogazione collettiva e questo fa parte della costruzione di una struttura.
D: Sì, ma nel collegarlo al possibile contributo di altri saperi e in particolare a quello di colui che scrive la regola, perché, poi, di fatto, la grossa contraddizione può essere anche tra legislazione ed esecuzione; quindi, per il diritto buono, ciò si previene con una norma generale ed astratta che esprime un criterio, anche variabile, fondato, condiviso, che poi, nell’applicazione al caso concreto sia suscettibile di essere interpretato come fa il giudice che, sulla base di quel principio generale ed astratto, si è espresso in un certo modo; è la nozione giuridica della legge nello Stato di diritto; il problema è evitare abusi, mal uso.
R: Mi scuso, ma per evitare abusi e mal uso, bisogna proprio che il progetto diventi un bene comune insieme all’idea di costruzione collettiva della città e del territorio. Non ci sono regole facili, non c’è modo di mettere paletti che nessuno ti potrà più spostare; possiamo discutere del tipo di norma, di come costruirla, di fare delle norme aperte, ipotetiche, prestazionali (anche questo fa parte della costruzione del progetto della città), però non è su quel terreno che l’urbanistica potrà trovare una nuova legittimazione, ma proprio nella possibilità che la costruzione collettiva che chiamiamo urbanistica diventi un bene comune.
D: Tu dici consapevolezza e farsi carico; ciascuno deve farsi carico di tutti?
R: Beh, non essere esclusi da questa costruzione; è importante poterne far parte. La costruzione del progetto della città deve appartenere ai suoi cittadini.
D: Ma chi esclude chi?
R: Beh, gli amministratori e la classe politica, ad esempio, possono essere interessati ad escludere in funzione, per esempio, di agende personali più o meno ristrette. In quel caso la posizione dell’urbanista è spesso ambigua e deve impegnarsi a mantenere il carattere democratico del processo e dello scambio; nel riuscire a parlare ad un pubblico più ampio e nel far interagire le proposte con altre opinioni, altri punti di vista; qui, io credo, c’è anche la responsabilità personale dell’urbanista.
D: C’è molta gente che non solo non ha senso deontologico, non ha un senso della propria mission, come servizio.
R: Per chiarire questo punto, può essere interessante mettere accanto al termine masterplan quello di vision. La vision esplicita proprio il fatto che innanzitutto dobbiamo essere d’accordo su dove vogliamo andare, poi come andarci, con quali tempi; questo richiederà studi, approfondimenti, altri dibattiti e le cose potranno cambiare. C’è, però, un momento nel quale cominciamo a dirci che ci piacerebbe andare in quella direzione: la vision prova a dare forma e contenuti spaziali a questo obiettivo comune.
D: Questo non è avulso, nel linguaggio comune, da interessi o scopi comuni.
R: Certo. Di vision si parla molto in questi ultimi anni anche se, come tu sai, il termine è stato modulato in contesti diversi, europei e negli Stati Uniti, con alcuni momenti di emersione e di scomparsa. In particolare, negli anni ’60 e ’70, e non a caso, poiché era un periodo nel quale stava maturando una transizione forte, anche in relazione alla crisi petrolifera. Quasi sempre, la questione delle visions e della costruzione di scenari emerge quando c’è bisogno di ripensare in profondità la città e un’idea di sviluppo; fino a che ci si percepisce all’interno di un trend chiaro, continuo, la questione della vision non viene sollevata; si fa un progetto, più o meno lo si realizza. Si parla di vision quando c’è da ripensare in profondità l’idea di futuro. La questione della vision è riemersa, non a caso, in questi ultimi anni.
D: Nei momenti radicali.
R: Nei momenti di mutamento radicale. L’aggettivo che hai usato è molto corretto, anche Bernardo Secchi ed io l’abbiamo utilizzato in alcune costruzioni di vision recentemente. In questo momento storico abbiamo bisogno di un progetto radicale; non perché sia necessaria una nuova avanguardia, ma perché le questioni che sono poste al progetto sono radicali; c’è una radicalità nelle cose che necessita di una riflessione altrettanto aperta e profonda. In questo contesto, la vision rappresenta la convinzione che ci sia bisogno di discutere, di capire in quale direzione vogliamo andare. Spesso si propone un’opposizione tra il masterplan che sarebbe legato ad un’idea lineare della storia alla vision che, invece, è aperta; in realtà i due approcci e strumenti sono entrambi necessari; la vision guarda al futuro, al tempo lungo, è aperta perché deve essere anche un momento di costruzione di qualcosa di comune e deve, di necessità, assorbire punti di vista plurali. Allo stesso tempo deve essere sufficientemente precisa per motivare ed agire come guida nella costruzione di progetti, dei più diversi, che vanno dai masterplans a mille altre cose. È importante, allora, che entrambi questi modi per organizzare la trasformazione della città siano presenti ed utilizzati.
D: Questa è una curiosità, poi ti faccio l’altra domanda. Tu parli spesso di “traiettoria”. Ho trovato un’assonanza, non proprio coincidenza, con un autore che avevo letto in testi filosofici in aut aut e che era Paul Virilio. Lui lavorava molto sui termini inclusivi o esclusivi, sulle traiettorie; ho capito, così, come li usavi tu, anche se, secondo me, non c’è perfetta coincidenza, quasi nessuno, però, conosce Paul Virilio.
R: Paul Virilio è stato molto in auge un po’ di anni fa.
D: Sì, quando c’era Pauline che scriveva a Cacciari su aut aut, venivano in considerazione questi autori che a me interessavano ma che, venticinque anni fa, leggevo in un’ottica di concetto filosofico e che, invece, ora posso riguardare in un’ottica urbanistica per coniugare questi due saperi: questa mi pare una cosa condivisibile.
R: Sono molti i concetti filosofici che appartengono e vengono utilizzati dall’urbanista; mi sembra abbastanza inevitabile. Credo anche che non ci sia una dipendenza del pensiero urbanistico dal pensiero filosofico, perché il pensiero urbanistico è, secondo me, intrinsecamente filosofico.
D: La filosofia è un approccio che non ho mai considerato.
R: Il nomadismo concettuale dell’urbanista consiste nel prendere concetti o teorie per riportarli all’interno del proprio campo; c’è stato in questi anni un grandissimo lavoro di traduzione.
D: Infatti, ho riscoperto i concetti degli anni ’70 e sono incredibili i collegamenti.
R: Quindi, il termine traiettoria mi piace per due ragioni: la prima perché la tecnica cognitiva della passeggiata mi ha sempre molto interessato; il movimento come momento di costruzione di pensiero, e su questo c’è una lunga tradizione filosofica. La seconda ragione è perché mi interessa molto il futuro e traiettoria è qualcosa che mi consente di prendere una direzione verso il futuro.
D: In prospettiva, e l’altra domanda: inerenza di quanto abbiamo detto ora con proprietà e possesso.
R: Tu fai domande troppo difficili.
D: Lo dicono tutti. Perché oggi il bene comune si basa sull’uso di queste due categorie, di questi due concetti.
R: Mi sento inadeguata a dire qualcosa di originale su questo tema, anche se, in qualche caso, la presa di possesso di spazi urbani degradati, temporaneamente e per affermare nuovi diritti, precede la proprietà e può esercitare una pressione necessaria sull’opinione pubblica. Anche in questo caso il progetto può essere uno strumento di ridefinizione dello spazio comune e pubblico.
D: L’uso e l’abitazione per l’urbanista e per l’architetto sono la stessa cosa? Sono due cose diverse? Per il giurista, no, per esempio.
R: No, certo, ma le tue domande, non solo sono difficili, sono anche molto ampie e le risposte possono toccare solamente alcuni loro aspetti.
D: L’abitante e l’utente sono la stessa cosa? Se io faccio la regola per l’abitante, per l’utente la garanzia è diversa.
R: L’utente è un tipo particolare di abitante. Per quanto mi riguarda, il city user è un abitante; può essere provvisorio, usa lo spazio, poi se ne va, non abita lì, però, almeno per una piccola frazione di tempo è un abitante. Per questo preferisco riferirmi più in generale a quest’ultima figura, a colui che abita provvisoriamente o in modo definitivo. Credo anche sia importante nella costruzione del progetto, abitare i luoghi sui quali si riflette. L’esperienza diretta dell’abitare rivela più di molte ricerche. Nella costruzione del progetto dobbiamo mantenere la possibilità di ragionare a scale molto diverse; lo sforzo dell’immaginare nel dettaglio situazioni future, è un esercizio che noi dobbiamo fare e che non facciamo quasi mai. Nel nostro caso, poi, si tratta di immaginare luoghi abitati in qualche momento, in qualche modo e trovo che questo esercizio non lo facciamo abbastanza: è un esercizio faticoso. Gaston Berger, che ho letto con una certa attenzione, parla della prospective come di un esercizio di descrizione concreta di situazioni future. È necessario stare dentro le situazioni, abitarle per potere arrivare a descrivere in modo preciso situazioni concrete che sono localizzate nel futuro, per un abitante futuro.
D: Forse ci abituiamo all’idea di cosa è una famiglia e diciamo che è quella; ci complica la vita pensare che le altre siano famiglie.
R: Esatto, facendo questo esercizio devi di nuovo interrogarti su cosa rimarrà stabile, cosa sarà rimesso in discussione; è necessario sperimentare; è un esercizio di immaginazione che, però, richiede uno sforzo notevole di dettaglio, guardando agli aspetti concreti dello spazio.
D: Eh, sì e anche della norma; è la stessa cosa.
R: Anche la norma è un grande esercizio di immaginazione.
D: Uso privato e uso pubblico.
R: Mi piacerebbe sapere come fanno i giuristi a lavorare sulla norma perché gli urbanisti, almeno quelli che secondo me fanno bene il loro mestiere, quando scrivono una norma vi decantano l’esercizio di immaginazione svolto. È buona la norma se questo esercizio è stato ben fatto; a quel punto sarà davvero una norma capace di confrontarsi con trasformazioni o con domande diverse da quelle che sono state poste all’inizio. Mi piacerebbe sapere come i giuristi si preoccupano di questo processo di immaginazione dello spazio che spesso rimane del tutto implicito. Ci sono molti giuristi che scrivono delle norme di piani regolatori. Questo sta diventando sempre più frequente, mentre fino a venti anni fa era normale per l’urbanista scriversi le proprie norme.
D: Adesso le scrivono i giuristi.
R: Un’ulteriore specializzazione e, secondo me, questo non è un buon segno.
D: Penso, invece, che sia un buon segno; dipende, poi, da chi è il giurista: se è un giudice, un avvocato o un notaio, perché il notaio intercetta la norma compatibilmente con quello che gli dicono le parti perché ha una funzione di certificazione e di consulenza, quindi, la sua immaginazione è soprattutto comprensione e complessità tra il racconto delle parti rispetto alla legge per garantirgli il massimo di economicità fiscale, dell’efficienza dei propri interessi e dell’efficacia nei confronti dei terzi; l’avvocato si inventa la adeguatezza della norma del suo utente contro l’altro.
R: Esatto; l’avvocato è negativo da questo punto di vista.
D: Uso privato, uso pubblico, uso misto. Quale influenza per l’urbanista di queste tre tipologie di uso? Le strade: una strada ad uso privato, la strada pubblica ad uso pubblico, la strada pubblica ad uso privato, la strada privata ad uso pubblico. Un grosso problema antinomico e, secondo me, anche per il diritto.
R: No, è invece interessante quello che tu chiami uso misto. Il misto spesso è fragile. Lo spazio privato ad uso pubblico, per esempio.
D: La concessione, per esempio, no?
R: Secondo me questa è una bella domanda sulla quale potresti costruire una ricerca sul tema dello spazio pubblico contemporaneo; forse lo dovremmo suggerire al dottorando che vuole studiare lo spazio condiviso.
D: L’ho già fatto.
R: L’uso misto cerca di tenere insieme una serie di problemi, di diritti, di costumi controversi e, spesso, in opposizione; nello spazio pubblico c’è una questione di trasparenza; lo spazio deve essere sempre disponibile, deve essere sempre aperto, sempre a disposizione. È chiaro, quindi, che in questo momento c’è una notevole resistenza a concepire, ad esempio, il proprio luogo dell’abitare, come una situazione pubblica al cento per cento.
D: Senza limiti, tranne quelli della sicurezza. Per esempio, quali sono i limiti dello spazio pubblico di cui dici, al di là della sua porosità e possibilità?
R: La sicurezza non ha a che fare con il pubblico ed il privato.
D: Il pubblico islamico rispetto al pubblico occidentale, è molto diverso: se sei una donna, devi coprirti la testa.
R: Il comportamento in pubblico è soggetto a molte limitazioni. Ma sto dicendo che lo spazio pubblico, l’idea di avere vicino a casa tua o addirittura il tuo luogo dell’abitare inserito all’interno dello spazio pubblico, pone problemi a molti in questo momento, proprio perché questa idea di trasparenza dello spazio non è condivisa: c’è una forte resistenza all’idea che lo spazio sia interamente trasparente.
D: Trasparente nella sua pubblicità.
R: Trasparente nell’essere aperto, a disposizione di chiunque, nell’essere luogo in cui chiunque può fare quello che vuole (ma con il paradosso dei costumi e delle abitudini che limitano fortemente questa libertà). Lo spazio pubblico è spesso ritenuto faticoso da sostenere, da abitare e, in questo momento, c’è una grande enfasi su gradazioni di pubblico e di privato; gli usi misti dei quali parli, una categoria che rispecchia l’attuale declinazione del vivere insieme. L’abitante è interessato ad avere una trasparenza non totale dello spazio e alla presenza di filtri che selezionino.
D: L’intimità.
R: Non solo intimità, la sicurezza e, allo stesso tempo, le amministrazioni sono interessate agli usi misti perché riducono il peso della manutenzione dello spazio pubblico. Tuttavia, prevale la distinzione netta tra spazio pubblico e spazio privato, la paura di contenziosi e conflitti è forte in entrambe le parti.
D: Delle cautele, purtroppo.
R: Il problema è che quella di uso misto è una categoria molto fragile. Ti faccio due esempi: nella città di Anversa c’è il responsabile della qualità architettonica e urbana della città, lo “stadsbouwmeester”, che ha imposto, in tutti i progetti, una distinzione netta e chiara tra lo spazio pubblico e quello privato; cioè, il progetto viene rigettato se non chiarisce bene questa divisione; l’idea di fluidità degli spazi, per la quale è possibile passare dal pubblico al privato con grande continuità, ne risulta indebolita ma le responsabilità, come dicevi tu, sono chiare. Questa posizione ha molte conseguenze nello spazio e costruisce diversamente anche i progetti; ci sono naturalmente anche degli aspetti interessanti nel lavorare su un’articolazione chiara tra lo spazio pubblico e quello privato; c’è sempre un elemento di soglia sul quale agire.
D: Oppure di accesso.
R: Sì, di accessi che devi selezionare, ma c’è uno spessore; questa linea ha comunque uno spessore e quindi puoi immaginare molte situazioni. Il secondo esempio riguarda il progetto sul quale lavoriamo da molti anni a Rennes, un’area militare e industriale dismessa; un’importante parte di città, con alloggi per circa dodicimila abitanti e nuovi posti di lavoro. Il nostro intento è stato di lavorare sull’idea di “grigi”, di nuances tra pubblico e privato, ma anche tra spazio collettivo e individuale, costruendo transizioni, sequenze, tipi di spazi diversi.
D: Certo, l’obligatio propter rem delle servitù.
R: Le cose possono diventare molto interessanti ma non così semplici da mantenere nel tempo. A Rennes, un edificio con uno spazio comune, collettivo, che noi immaginavamo attraversabile, inizialmente supportato dall’amministrazione pubblica che voleva questa porosità, poi si è trasformato in corso d’opera, a mano a mano che l’edificio veniva costruito, poiché la comproprietà chiedeva di chiudere. Alla fine, ci troviamo con una ridotta possibilità di movimento nonostante il progetto sia stato costruito dentro questa idea, che sarebbe stato uno spazio di proprietà privata ma di uso pubblico, accessibile. L’idea delle gradazioni è interessante perché non è quella della fluidità totale. Credo ci sia qualcosa di interessante nel ragionare sulle gradazioni e che questo tema interpreti anche una condizione propria dell’abitante contemporaneo. Allo stesso tempo è un tema estremamente fragile perché si presta ad essere stravolto e può essere impugnato facilmente e rovesciato nel suo contrario.
D: Ruolo degli spazi e regime degli spazi. Regime che può essere pubblico, ma regolato diversamente ovvero dato in concessione, parzialmente in uso a una fondazione; a seconda della destinazione, tempo limitato cioè il regime dello spazio ha un ruolo diverso da quello del parco perché in quel parco, in quel momento, c’è la fiera campionaria.
R: Mah, io penso che in questo momento si abusi delle possibilità di limitare l’accesso; in qualche caso queste regole consentono di ospitare nello spazio pubblico rituali, per esempio, legati a specifiche popolazioni. Ma non è questo il caso più diffuso.
D: E per il ruolo? Per il giurista è importante che ruolo ha un certo spazio, per esempio, di pertinenza, singolo, rurale; cioè, ogni spazio ha un certo ruolo per il giurista che deve decidere un certo regime: è un ruolo se lo devo cambiare; per esempio, la pertinenza ha un ruolo; la pertinenza come rapporto del bene: il regime di questa pertinenza è diverso se è bene principale o no; ad esempio, il garage e la casa.
R: Nel progetto il ruolo ha a che fare con qualcosa di diverso: nel ragionare su come superare lo zoning; la questione del ruolo diventa molto importante perché può parlare di ruoli e di prestazioni e non solo di funzioni. Avrei messo vicino a ruolo, funzione: è più interessante guardare alla città come spazio nel quale si definiscono ruoli diversi che come composta di tante funzioni. Questa è, secondo me, una coppia più interessante da discutere: ruolo e funzione.
D: Grazie.

Paola Viganò (1967) è Professoressa ordinaria di Urban Theory and Urban Design all’EPFL di Losanna e all’Università IUAV di Venezia. È stata eletta socio corrispondente residente dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti il 15 giugno 2024. Dirige l’Habitat Research Center all’EPFL e ha co-fondato StudioPaolaViganò, focalizzato sulla transizione ecologica e sociale di città e paesaggi. Ha ricevuto numerosi e prestigiosi premi internazionali per la sua attività nel campo dell’urbanistica e dell’architettura, incluso il Grand Prix de l’Urbanisme nel 2013. Il suo studio è attivo in progetti di spazi pubblici e piani urbani significativi in Europa. È stata premiata con il Lifetime Achievement Award del Brussels Architecture Prize e il progetto della Piazza Marie Janson dello StudioPaolaViganò ha vinto il premio corrispondente relativo allo spazio pubblico. Il progetto di riqualificazione si basa sui diversi utilizzi del sito, che non è propriamente né un parco, né una piazza, e si presta come spazio per giochi, sport, relax e incontri. Gli alberi esistenti sono stati preservati, le auto sono state rimosse dall’area, gli spazi verdi sono stati collegati tra loro e sono stati aggiunti tre padiglioni. Progettato per essere un collage vivente, il progetto accoglie usi multipli, a volte inaspettati, e invita i residenti a utilizzare lo spazio collettivamente. Fa parte di una più ampia dinamica di trasformazione urbana, in cui lo spazio pubblico si avvia a essere un luogo di sperimentazione, convivenza e narrazione condivisa. Visiting professor in diverse scuole europee e non (KU Leuven, Louvain-la-Neuve; EPFL Lausanne; Aarhus School of architecture; Harvard GSD…), è coordinatore del Dottorato in Urbanistica presso lo IUAV e membro dell’Executive e dell’Educational Boards dell’European master in Urbanism. Fa parte del comitato scientifico dell’École nationale supérieure d’architecture et de paysage di Lille e dell’École Nationale Supérieure du Paysage di Versailles. Nel 2013 è Chaire Francqui all’UCL di Louvain la Neuve e Grand Prix de l’Urbanisme et del’Art Urbain. È autrice di numerosi saggi e pubblicazioni, tra cui La città elementare, Territori della nuova modernità, Antwerp: Territory of a New Modernity e Territori dell’urbanistica. Tra i progetti realizzati: la nuova piazza del teatro ed il parco di Spoornoord ad Anversa; un sistema di spazi pubblici a Mechelen, il cimitero e la Grote Markt di Kortrijk. “Studio” lavora oggi su diversi progetti urbanistici ed architettonici in Europa, tra questi il quartiere della Courrouze a Rennes (masterplan e realizzazione degli spazi pubblici). Negli ultimi anni “Studio” ha lavorato sulla costruzione di visioni per alcune importanti aree metropolitane: Le Grand Paris, métropole de l’après Kyoto; Bruxelles 2040; Lille 2030; Montpellier 2040 e New Moscow.
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