Intervista di Teresa Lapis a Francesco Indovina per Dialogo tra i saperi

D: Scissione tra architettura e urbanistica, frattura, crisi.

R: Negli anni ‘60-‘70 è maturato il convincimento che la formazione dell’urbanista doveva essere specifica e non una derivazione della formazione dell’architetto.

D: Nella formazione dell’urbanista qual è la specificità?

R: L’urbanista ha a che fare con “l’organizzazione del territorio” (vi comprendo anche la città) e quindi deve avere gli strumenti per analizzare e capire le questioni che si trova ad affrontare. Non puoi fare l’urbanista sulla base di un curriculum di studi tipico dell’architetto perché gli verrebbero a mancare conoscenze specifiche necessarie per comprendere le forze che svolgono un qualche ruolo nell’organizzazione del territorio, le motivazioni specifiche di queste forze e le modalità con le quali intervengono. Un urbanista deve conoscere la “lingua” dell’economia, del diritto, della sociologia, dell’antropologia, e altro ancora, per discernere e comprendere i “discorsi” dell’organizzazione del territorio. Si osservi, inoltre, che, tranne rari casi, sempre meno numerosi, l’urbanista non “pianifica” nel nulla, ma interviene per riorganizzare l’esistente e, nel fare questo, ha assolutamente bisogno di sapere perché un territorio risulti organizzato in un certo modo, quali siano gli elementi portanti della sua formazione, quali i bisogni che una comunità esprime, quali le speranze che trasferisce a un processo di riorganizzazione.

D: Nel racconto dell’urbanista ci sono le motivazioni delle trasformazioni, ma anche la rappresentazione dell’urbanistica ovvero quello che noi vediamo nell’urbanistica e nell’urbanesimo; sono due cose diverse?

R: Interpretare questa tua domanda non è semplice, in linea di massima si può dire che sono cose diverse: il racconto, se capisco bene la tua domanda, è l’esplicitazione delle motivazioni, l’indicazione di quello che si sarebbe voluto realizzare, mentre la realizzazione non sempre corrisponde al racconto.

D: Quindi?

R: Quindi? Non aiuta. Io sono solito definire l’urbanistica come una scelta politica tecnicamente assistita.

D: Assistita dalla tecnica o tecnicamente assistita da tecnici?

R: Assistita dal “tecnico” non dalla tecnica, cioè assistito dall’urbanista, (anche dal giurista), ma si tratta di una decisione politica. Quando un’amministrazione chiama un urbanista per la realizzazione di un piano, deve esprimere l’intenzione politica che sta alla base del nuovo intervento; per semplificare, deve dire che tipo di città vorrebbe in futuro. Senza l’espressione di questa volontà, l’urbanista non riuscirebbe a proporre un piano (o il piano sarà il “suo” che non necessariamente corrisponde a quello che chi governa la città aveva in mente). Questa necessità dipende banalmente dal fatto che i “futuri” possibili sono numerosi (se non fosse così, non ci sarebbe bisogno della pianificazione) e che tra questi, la città (nelle vesti della sua amministrazione) sceglie. In assenza di questa esplicitazione, alcune volte l’urbanista si sostituisce all’amministrazione nella definizione degli obiettivi e può capitare che questa finisca per rigettare il piano. Uno dei problemi seri e più complessi, in realtà, è la relazione che si costruisce tra l’intenzione dell’amministrazione e la sua traduzione in piano.

D: Ma che forma assume tale intenzionalità? Si tratta di una visione?

R: Proprio così; l’intenzione sarà anche generica, ma abbastanza chiara nei suoi tratti principali: nei prossimi dieci anni si vorrebbe che la città avesse un certo tipo di sviluppo, un certo tono di convivenza, un certo impianto sociale, etc. Il problema dell’urbanista è, a questo punto, quello di verificare se tale visione sia coerente con la struttura della città, con la sua struttura sociale, con le tendenze esterne, ecc. (secondo i casi).

D: Mi pare che sia un passaggio nel quale l’urbanista dà un contributo più politico che tecnico o mi sbaglio?

R: La decisione è politica. Il piano non è dell’urbanista tale o tal altro (anche se così, poi si pubblica) ma è dell’amministrazione la quale se ne assume la responsabilità.

D: Attraverso un particolare urbanista o architetto?

R: Attraverso, termine improprio; è l’Amministrazione che si assume la responsabilità del piano attraverso il voto nel consiglio comunale, l’approvazione che porta delle responsabilità. L’idea di Astengo, per esempio, era quella che l’urbanista doveva presentare diverse soluzioni, tra cui l’amministrazione potesse scegliere, dato che l’Amministrazione non aveva espresso la sua insoddisfazione per lo stato di fatto e un’idea di futuro. Se l’Amministrazione esprime una sua intenzione, l’urbanista, verificatane la fattibilità, prepara un lavoro che corrisponde a quell’intenzione.

D: Ma tu dici che in questa relazione c’è una delega, c’è una rappresentanza indiretta, una collaborazione o una consulenza?

R: Consulenza è un’assistenza.

D: Politica o tecnica?

R: No, si tratta di una decisione politica, imputabile all’amministrazione e solo ad essa. Se l’Amministrazione non esprimesse questa intenzione, l’urbanista non saprebbe come operare, in questo caso, il primo lavoro che l’urbanista deve fare è quello di aiutare l’Amministrazione e definire le proprie intenzioni.

D: Quindi l’urbanista promuove l’intenzione o interpreta la decisione?

R: Promuove la riflessione dell’amministrazione in modo che possa giungere a convinte intenzioni.

D: In questa situazione la visione dell’urbanista si deve adattare rispetto alla visione dell’amministrazione o no? Le condizioni di fatto, anche materiali, ma non solo, che sono precondizioni per l’attuazione, ma anche per la riflessione sulla visione, soffrono d’influenza?

R: Le precondizioni sono assolutamente fondamentali, una volta che l’amministrazione ha esplicitato le sue intenzioni, la verifica di queste intenzioni è il primo passo, dopo si apre una dialettica tra la struttura tecnica e la struttura amministrativa o politica, sulla realizzazione possibile dell’intenzione e quindi, eventualmente, si giunge anche ad una correzione della stessa ma le precondizioni restano, tuttavia, una scelta politica anche nella loro revisione.

D: Quanto sono importanti i comportamenti in questo contesto? In particolare, i comportamenti successivi, sia dell’urbanista che dell’amministrazione, come incidono in questa relazione, parlo di correttezza e buona amministrazione.

R: Il problema è che l’intenzione dell’amministrazione può essere molto generica anche se chiara, ma, per esempio, non ne vede le conseguenze. Il primo lavoro del tecnico è di tradurre le intenzioni e le possibilità in un documento programmatico all’interno del quale si esplicita l’obiettivo e i mezzi che utilizzeranno. Questo vincola le due parti.

D: Questo io lo chiamo preliminare; nel preliminare comunque, secondo me, i soggetti sono due; ora, come prassi, in questo documento programmatico c’è un accordo tra un tecnico, l’urbanista e l’amministrazione; la relazione tra l’urbanista e il destinatario del progetto è quasi nulla nel senso che, di fatto, è l’amministrazione che gestisce i rapporti sia di partecipazione che di chiarimento rispetto al preliminare. Secondo te c’è una possibilità di autonomia del tecnico rispetto all’amministrazione?

R: Certo, avviene.

D: Spesso accade, però, che dicano: “Andate a chiederlo all’amministrazione; ci autorizza l’amministrazione”.

R: Ci sono aspetti diversi; ci sono degli aspetti che assolutamente devono rimanere riservati.

D: Temi che riguardano, forse, la deontologia professionale dell’urbanista. Pensi che la deontologia professionale dell’architetto e dell’urbanista siano differenti?

R: Certo che sono differenti perché l’urbanista nelle sue decisioni produce valore, l’architetto no; tu decidi che un campo di patate diventi area edificabile; l’architetto trova l’area edificabile che ha certi parametri di densità, intensità, altezza, ecc., e là costruisce; il suo rapporto e con il privato, non è mai con l’amministrazione pubblica; cioè, non è mai, è prevalentemente con il privato e non il contrario; l’urbanista ha rapporti solo con l’amministrazione pubblica; il suo rapporto, da questo punto di vista, deve essere lineare, trasparente rispetto all’amministrazione, opaco rispetto alle variazioni di valore, perché nessuno deve sapere prima che il campo di patate si trasforma in un terreno edificabile. Questo crea il problema del rapporto tra il tecnico, diciamo, e l’ufficio di piano.

D: Come per quanto accade per l’applicazione della legge 47/1985, che impone la certificazione della destinazione urbanistica come nella negoziazione tra privati dove la mancata identificazione della destinazione del bene implica la nullità dell’atto perché se l’identificazione è in itinere, la contrattazione non può avvenire.

R: Siccome precedentemente, il Comune chiamava l’urbanista, gli dava l’incarico, l’urbanista andava nel suo studio, faceva il piano e poi glielo ridava. Questa era una prassi assolutamente deleteria per l’urbanistica perché l’amministrazione si trovava a gestire un piano di cui non conosceva gli elementi fondativi, non conosceva le ragioni, non conosceva i patti; oggi, quasi mai, si fa così; ogni amministrazione costruisce un ufficio di piano all’interno del quale lavora e poi il tecnico, ma bisogna costruire un rapporto basato sulla fiducia e sulla massima riservatezza.

D: Le esigenze di legalità del progetto urbanistico coincidono con la definizione del progetto giuridico; conosci il “Progetto giuridico” di Pietro Costa? Secondo te il progetto urbanistico esprime un paradigma conciliabile con il progetto giuridico in un dato territorio o meglio, io ritengo che progetto giuridico e progetto urbanistico debbano procedere in parallelo, sullo stesso piano

R: Che cosa intendi per progetto giuridico?

D: È quello con cui una certa comunità decide di regolare il suo assetto d’interessi in un luogo e in quel tempo.

R: In un certo senso, allora, il piano costituisce anche un progetto giuridico così come lo hai definito tu.

D: Nella nostra zona, in Veneto, hanno fatto una cosa molto avveduta che si chiama Carta di Asolo, non so se la conosci, ed è una Carta con cui gli abitanti e l’amministrazione avrebbero stabilito dei principi in base ai quali dettare le regole per il loro territorio ed è interessante.

R: Una sorta di Carta delle intenzionalità.

D: Poiché le intenzionalità, come manifestazione di volontà riconoscibile, sono significative per il diritto se sono fondate sui principi della nostra Costituzione, mentre i principi che un’amministrazione e la propria popolazione si danno, potrebbero essere contrari ai principi della Costituzione. Un certo sindaco a Treviso ha detto che i principi nei suoi territori sono discriminanti, ad esempio nei confronti della gente di colore.

R: Certo, è un principio, ma anticostituzionale.

D: Possono essere interessanti una Carta dell’architettura e una Carta dell’urbanistica?

R: Beh, per quanto riguarda l’urbanistica, una “Carta” rischia di non essere adeguata ai cambiamenti.

D: Quella dell’architettura?

R: Non so, ma mi pare difficile perché ha una componente creativa che non può essere codificata e che nel tempo ha dato risultati molto diversi.

D: Ma l’attività creativa non deve anche supporre i suoi limiti?

R: Sono i limiti del regolamento edilizio, che tuttavia non limita la creatività (si potrebbe dire che in alcuni casi questo costituisca un limite, ma non mi pare possibile mettere limiti alla creatività).

D: Per parte mia, tuttavia, non voglio avere la mia città regolata da una sindaca leghista che la addobba come fosse il suo salottino.

R: Ma questo è un problema culturale e politico ed anche di formazione dell’architetto, non mi pare si possa definire e imporre una determinata estetica.

D: Sì, però, siccome io mi occupo di formazione dell’architetto, se domani insegno tutela dei beni culturali, volevo sapere cosa si può dire.

R: I “beni culturali” e la loro salvaguardia pongono un problema diverso, non si tratta di estetica, ma della conservazione dei patrimoni storico e culturale, delle radici della specie e, abusando ancora di una terminologia molto in voga, dell’identità di un popolo. In questo senso devono essere rispettati, nella progettazione architettonica, criteri di salvaguardia dei beni culturali, dell’ambiente, ecc.

D: Secondo te non c’è bisogno di un’altra competenza che è filosofico/estetica per questo ovvero una regola che individui una condivisione? Una regola di ricerca del consenso piuttosto che estetica.

R: Sì, però, la ricerca del consenso sull’estetica è pericolosa.

D: Certo, lo so; non è un problema facile.

R: No; puoi avere delle regole che, però, sono tali da poter essere ordinate non già sul piano estetico, ma sul piano della normativa; così, non si tratta di stabilire come deve essere un edificio accanto a un teatro greco, ma puoi stabilire un perimetro d’inedificabilità attorno al teatro greco.

D: Tu non pensi che la tutela dei beni culturali e del paesaggio possa esprimere quest’adeguatezza con una visione che non è soltanto nazionale, considerata l’obsolescenza della dimensione statale rispetto a una dimensione europea occidentale del bene culturale e del paesaggio?

R: Il bene culturale è una cosa, il paesaggio è un’altra cosa. Il paesaggio è variabile.

D: Chi autorizza Settis a dire “via i capannoni dal paesaggio”?

R: Chi impedisce a un contadino di piantare le viti e cambiare il paesaggio toscano?

D: La normativa

R: Appunto

D: Allora stiamo parlando di legislazione e codificazione che regolano aspetti diversi della medesima realtà e regolamentazione per l’urbanista?

R: Io penso che l’urbanista debba regolamentare.

D: Però, dal momento che la regolamentazione è di un grado inferiore e, comunque, porta alla legislazione e alla codificazione, potrebbe, una volta regolamentato, essere dichiarato illegittimo perché non conforme al codice o alla legislazione, però regolamenta, può regolamentare? Può bastare?

R: È l’unica forma che ha.

D: Secondo te, le parti che mi hai proposto: bello, giusto, utile, sono categorie urbanistiche o categorie sociali sulle quali l’urbanistica si esprime o attraverso le quali si esprime?

R: Sono categorie politiche alle quali alcuni urbanisti aderiscono e altri no. Il problema della formazione è fondamentale.

D: Questo è molto interessante per me. Quale supporto può dare la conoscenza esperienziale, sia al diritto che alla giustizia, non soltanto come validazione nella conformità del fatto alla norma, del comportamento lecito ma anche come comportamento etico.

R: Il problema di fondo è che è difficile riconoscere e definire quello che sia giusto; se ci fosse, una norma sarebbe giusto ciò che è coerente con la norma, ma non sempre è così. Un progetto sociale e politico potrebbe far individuare cosa sia coerente, ma è sempre “giusto”? Il fatto che il sindaco faccia togliere le panchine è giusto o no?

D: È conforme alla norma.

R: No, prescindiamo dalla norma, la norma non c’è.

D: Penso che sia giusto poiché lo fanno.

R: È giusto per quella collettività.

D: Per quel territorio.

R: Certo.

D: Se il territorio si esprimerà in quella maniera, per me sarà un quantum di territorio giusto: in alcuni stati americani esiste la pena di morte, in Italia non c’è, ma il problema è che oggi c’è una nuova utopia sui diritti naturali che riguardano le persone per cui, di fatto, non possiamo rimanere neutrali.

R: Sono d’accordo

D: Ovvero il rapporto tra etica e diritto e la possibilità di avere interessi meritevoli di tutela, per cui ciascuno si assume la responsabilità delle proprie azioni: di abortire o no o di ricorrere all’eutanasia; tutte responsabilità, prese in carico da venire.

R: Non credo, io penso che esistano degli ambiti in cui il diritto, lo Stato, non deve entrarci.

D: No, c’entra fortemente con altre discipline perché la regola fa la differenza, poi, nel senso che l’aborto, come diritto, non è più reato. Tra due interessi, entrambi meritevoli di tutela, lo Stato ne tutela uno: prima c’era solo il diritto alla vita dell’embrione; adesso è stato mostrato il diritto alla vita della donna e nel bilanciamento di due interessi la legge ha espresso la priorità dei diritti dando l’opzione alla donna. Dato questo presupposto, sul quale concordiamo, se l’urbanista si occupa di organizzazione del territorio e quindi della vita degli abitanti, l’urbanistica deve per forza concorrere con il diritto, con l’etica ecc. perché è un intervento sulla vita.

R: Ma attenzione, se questo discorso sull’etica vuole portare a un principio di giustizia (qualsiasi cosa significhi), non si può dimenticare che non può esserci una città giusta in una società ingiusta.

D: L’esperienza locale, però, può fare la differenza?

R: Può mitigare, come dico io.

D: Certo; interpretare per la riduzione del danno; descrivere una priorità gerarchica che, secondo me, si basa sulle competenze; far prevalere la sussidiarietà orizzontale rispetto a quella verticale, per un principio di democrazia che lavora sulla maggioranza, ma a tutela delle minoranze, come dice la nostra Costituzione e, contrariamente, nel caso di una maggioranza tout court, mette in opera una democrazia autoritaria che la snatura e dà un’interpretazione traslata, degenerata della democrazia secondo come viene vista.

R: Siamo assolutamente d’accordo.

D: Un’altra cosa, per me molto importante, è il rapporto tra proprietà e possesso: il possesso che significa godimento mentre la proprietà è disponibilità. Questa scissione si è basata molto su questi due temi che invece non vengono mai trattati giuridicamente e nemmeno ora si rinvia pur in presenza del rapporto con il welfare e con il fisco perché la fiscalizzazione della proprietà e del possesso è importante. Come ha detto Rodotà, il bene pubblico esprime la sua relazione con i destinatari nel possesso non con la proprietà, perché quello che è rilevante è il godimento del bene, non ci interessa chi sia il proprietario.

R: Ma questo non vale solo per il bene pubblico e lo spazio pubblico.

D: Certo, vale per una nuova visione che permetta una definizione di scenari diversi di appropriazione e allora è molto interessante per le categorie del privato e del pubblico.

R: Tutta questa materia è complicata dal fatto che ogni classificazione risponde a certe funzioni e non ad altre. Per esempio, la distinzione di bene pubblico e privato fondato sul principio di proprietà, dice solo alcune cose, non dice dei loro usi né delle modalità di appropriazione. A questo criterio si potrebbe ovviare considerando beni privati quelli la cui appropriazione avviene nel “mercato” e pubblici quelli la cui appropriazione avviene secondo regole non di mercato. Ma già queste due distinzioni creano delle sovrapposizioni spurie, ci possono essere dei beni pubblici, classificati così secondo il principio di proprietà la cui attivazione avviene secondo il “mercato”, per esempio il bene delle industrie pubbliche, la cui proprietà pubblica non si giustifica sul piano dell’appropriazione, ma per garantirne, per esempio, la disponibilità, per garantire l’indipendenza del paese, ecc. La divisibilità o indivisibilità costituisce un nuovo criterio d’identificazione dei beni pubblici.

D: Ma che classificazione è possibile usare?

R: Come è noto, l’insoddisfazione per il corpus delle norme che regolano il patrimonio pubblico ha portato alla formazione di una Commissione di esperti, presieduta da Stefano Rodotà, che articola in modo diverso la fattispecie del patrimonio pubblico. In particolare: beni comuni (una nuova categoria) che sono a titolarità diffusa e possono appartenere anche a soggetti privati; beni pubblici necessari, che devono soddisfare interessi generali fondamentali: le opere di difesa, le strade, i porti, la rete ferroviaria, gli aeroporti. Si tratta di beni non alienabili; beni pubblici sociali, sono i beni attraverso i quali si rendono reali i diritti di cittadinanza: le scuole, gli ospedali, la casa di edilizia pubblica e popolare, ecc.; beni pubblici fruttiferi, si tratta di beni di proprietà pubblica ma che devono essere gestiti secondo criteri privati (redditività).
Come si può osservare, la classificazione e l’inserimento delle singole fattispecie in ogni singola categoria segue sia criteri oggettivi e funzionali, sia criteri storici, culturali e ideologici. È così in ogni elaborazione del diritto. Ammesso che la proposta della commissione Rodotà fosse adottata, oggi avremmo una situazione normativa così schematizzabile alla quale ho introdotto due altri tipi di beni.

D: Ma quale è il significato dei singoli beni?

R: I beni individuali, sono individuati come quei beni sui quali si potrebbe convenire non è applicabile nessuna norma pubblica e sui quali esercitano la loro influenza, le norme sociali e gli apparati ideologici, ma che sono lasciati alla completa disponibilità individuale. Su tali beni la collettività può esercitare il “giudizio”, ma non la “proibizione” o la “regolamentazione”.
Le relazioni tra adulti consenzienti, le scelte culturali, la libertà di espressione, la scelta del culto religioso, la foggia del vestito, ecc., fino all’eutanasia. Stefano Rodotà sostiene che: i beni comuni sono “a titolarità diffusa”, appartengono a tutti e a nessuno, nel senso che tutti devono poter accedere a essi e nessuno può vantare pretese esclusive. Devono essere amministrati muovendo dal principio di solidarietà. Incorporano la dimensione del futuro, e quindi devono essere governati anche nell’interesse delle generazioni che verranno. In questo senso è davvero “patrimonio dell’umanità”. Così, per esempio, facendo riferimento a situazioni odierne, lo sterminato territorio comune, rappresentato dalla conoscenza raggiungibile attraverso Internet, non può divenire l’oggetto di chi vuole trasformarlo da risorsa illimitata in risorsa scarsa, con chiusure progressive, consentendo l’accesso solo a chi è disposto ed è in condizione di pagare. Che aggiunta all’elenco prima riportato per la definizione dei beni comuni, pone diversi problemi. Secondo la commissione Rodotà fanno parte di tale categoria le risorse naturali e i beni archeologici e culturali. Tra i primi si trovano fiumi, laghi, aria, parchi, boschi, foreste e coste, per quanto riguarda i beni archeologici e culturali sono inseriti nella categoria comune perché sono in una situazione altamente critica, per scarsità, depauperamento e per assoluta insufficienza delle garanzie giuridiche. Per questi beni è prevista una disciplina in grado di preservarne un godimento collettivo.
La questione dei “beni comuni” è immediatamente politica, essa fa parte costituente del “discorso politico” dell’oggi, ma per questo rischia di essere banalizzato. In questa prospettiva tutto rischia di essere denotato come “bene comune”: l’acqua, il mare, i fiumi, foreste, ecc.; il patrimonio storico archeologico; la città; il paesaggio ecc. Insomma, qualsiasi struttura, organizzazione, bene singolo che appare necessario alla salute, alla vita e alla felicità di tutti o il cui godimento deve essere garantito a “tutti”, diventa bene comune. Si tratta di un concetto da rivoluzione: da ciascuno secondo possibilità e a ciascuno secondo necessità. Ma qui insorge un duplice problema, sia teorico metodologico che politico: tale allargamento concettuale aiuta politicamente l’azione per la trasformazione della società? Tale allargamento, che presuppone la cancellazione del concetto di pubblico, permette una codificazione migliore della realtà del bene comune? Inoltre, quando si dice “garantito a tutti” qual è l’operatività fattuale di tale concetto? Così come prospettato nel dibattito sotto la voce “bene comune”, si trovano cose eterogenee: dal punto di vista della loro essenzialità primaria (acqua); della loro produzione (città, paesaggio); della loro conservazione (paesaggio, siti archeologici); della loro trasformazione (città, paesaggio); della loro durata (montagna, foresta); della loro gestione (acqua, città).
Riconoscendo, però, che la trasformazione della società è una necessità e che il ragionare sui beni comuni può aiutare a realizzare questa necessità fino ad inventare nuove forme di organizzazione sociale che fuoriescano dal modello attuale.
Non credo che basarsi su una tassonomia che si riferisca ai singoli oggetti sia la soluzione. Sarebbe necessaria un po’ più cautela, di riflessione, di pensiero, ma questo non vuol dire abbandonare il tema. La transizione verso una società che cancelli dalla sua dimensione sociale, culturale e, perché no, psicologica, l’appropriazione, è una lunga strada. Qualcosa, tuttavia, si può fare.
La maggiore declinazione prima proposta, da discutere e anche discutibile, può costituire un tentativo verso una transizione.
I beni comuni dovrebbero avere alcune caratteristiche:

  • essere vitali per la sopravvivenza, la vita, la salute, la felicità;
  • essere omogenei;
  • devono essere garantiti in quantità sufficiente a ciascun membro della specie umana, senza distinzione di sesso, razza, religione e … reddito (e anche a ciascun membro delle altre specie);
  • devono, inoltre, corrispondere ai valori che la specie ha elaborato nella sua evoluzione, quelle che qui interessano sono libertà ed equità.

Quindi deve essere sottratto da ogni meccanismo di mercato e di produzione per il guadagno e quindi da ogni forma di appropriazione.
Facendo un ragionamento molto schematico e anche grossolano ma legato alle condizioni politico-sociali dell’oggi, possiamo fare un elenco di beni che corrispondono a quella che sembra la loro collocazione tra i beni comuni intesi come essenziali: sole e luce; aria; acqua; cibo; riparo. Le prime tre voci di questo elenco posseggono anche la seconda caratteristica (omogeneità). Le ultime due voci non sono omogenee, mentre le ultime tre sono soggette ad appropriazione. (la questione dell’aria e un po’ più complicata). I primi tre (sole, aria, acqua) possiamo collocarli tra i beni comuni, cioè che devono essere garantiti a tutti. L’acqua che è oggetto di appropriazione ha bisogno di essere disappropriata (referendum). E deve essere affidata in forma fiduciaria a una struttura pubblica che ne garantisca l’erogazione. Per evitare la “tragedia dei beni pubblici” si possono usare strumenti diversi: Razionamento, che esalta l’equità, ma vincola la libertà; tariffe differenziate a seconda del consumo, da zero, per la parte garantita, a tariffe crescenti; esalta la libertà ma non l’equità dando corpo operativo rispetto al suo uso alle gerarchie di reddito; “nuove relazioni”, ma queste sono da venire.
Beni collettivi. Si tratta di beni di cui deve essere garantita la fruizione collettiva anche se in proprietà da diversi soggetti sia privati che pubblici. Mi pare che significativamente entrino in questa categoria la “città” e il “paesaggio”. Si tratta di beni che hanno significati diversi da parte dei fruitori. Essi appartengono a diversi soggetti pubblici e privati che li utilizzano “privatamente” per i loro scopi, e quindi li trasformano continuamente, ma che devono sottostare a regole e norme per permetterne la fruizione collettiva (anche questa regolata). Si tratta di beni che non possono essere fiduciariamente affidati al pubblico; per fare ciò sarebbe indispensabile la completa loro disappropriazione ma in questo caso essi correrebbero il rischio di deperire; la loro vitalità, infatti, è legata alla loro trasformazione (regolata e vigilata), frutto d’iniziativa proprietaria (privata e pubblica). Si tratta di una categoria di beni molto vicini a quelli comuni, ma che con quelli non s’identificano. Se si operasse un’identificazione ne verrebbe coinvolto uno degli aspetti fondamentali dei beni comuni, cioè la loro disappropriazione per potere svolgere, appunto, il ruolo di beni comuni.

D: Ma quale è la rilevanza per l’urbanistica della differenza tra pubblico e privato?

R: In realtà, per l’urbanistica non esiste questa differenza, l’urbanistica opera non considerando quello che è pubblico da quello che è privato. Guarda solo alla realizzazione degli obiettivi predefiniti. Certo nel rispetto di eventuali vincoli preesistenti. Diversa è la considerazione se guardiamo all’analisi e alle politiche di intervento. Nel primo caso la differenza tra pubblico e privato può illuminare le cause della condizione della città e del territorio. Nel secondo caso, quando si intende la pianificazione come un complesso di politiche, tra le quali anche quella della destinazione delle aree, allora la distinzione diventa fondamentale circa la realizzazione degli obiettivi delle politiche stesse.

D: Ma l’urbanista si interessa anche alla gestione?

R: Tema quanto mai complicato e controverso. Se si esce dallo schema del “piano urbanistico”, cioè di un piano di uso del suolo e si passa alla pianificazione ovvero all’articolazione degli strumenti (“politiche”) che permettono la realizzazione degli obiettivi, allora è certo che l’urbanistica, o meglio la pianificazione, si occupa anche della gestione sia pure in accordo e collegamento con l’apporto di altre discipline (l’economia, l’organizzazione, ecc.).

D: Ma esiste una differenza tra il ruolo degli spazi e il loro regime?

R: Se per regime si intendono le modalità giuridiche di descrizione dei possibili usi degli stessi spazi, si deve sostenere che tra ruolo e regime appare necessaria coerenza. Per esempio, non posso assegnare ad uno spazio il ruolo di spazio pubblico mentre il suo regime è di tipo privatistico: questo non esclude la possibilità di fattispecie specifiche in determinati casi, come pure il manifestarsi di una contraddizione di fatto. Questo vale anche per quanto riguarda il ruolo e il regime dei beni.

D: Ma questo vale anche per il ruolo e il regime delle persone?

R: Faccio fatica a capire cosa intendi. Per le “persone” il ruolo dipende dalle modalità con cui una data persona decide di essere, mentre per il regime non trovo altra strada che quella della norma giuridica. A questo proposito vale quanto ho detto prima a proposito dei beni (diritti) individuali.

D: Ma mi pare che nella definizione del ruolo e del regime del dei suoli ci sia anche una sorta di ampliamento verso il ruolo e il regime delle persone. Penso per esempio all’edilizia pubblica.

R: Non mi pare. Per l’urbanistica la questione dell’abitazione è sempre stata una questione cruciale. Nella relazione tra spazio e uomini, uno dei punti nodali per l’urbanista è la disponibilità di abitazioni per tutti. Si tratta di un settore nel quale massimo è l’esito del fallimento del mercato: quest’ultimo, proprio per le sue regole di funzionamento, non è in grado di garantire un’abitazione per tutti. E per realizzare questo obiettivo lo Stato, cioè il “senso della collettività”, non l’urbanistica in quanto tale, ha definito un intervento pubblico nel settore. Sta all’urbanistica costituire le condizioni per la realizzazione di tale intervento. Tali condizioni riguardano l’individuazione dello spazio adeguato (e qui si può dire che non sempre la scelta è stata felice) e gli strumenti operativi per la realizzazione comprensivi delle modalità di realizzazione. Lo Stato ha assunto questo impegno nella forma di “facciata”, ma non in quella della realizzazione (in Italia in modo particolare), mentre l’urbanista è rimasto vittima della cultura specifica del suo tempo, individuando forme di ghettizzazione.

D: Il caso dell’edilizia economica e popolare mi sollecita una nuova questione: è la norma che determina il risultato o bisogna avere più attenzione agli aspetti processuali?

R: Senza la norma, cioè la definizione di un obiettivo (che può assume- re in certi casi la forza di norma giuridica), non c’è possibilità di realizzare l’obiettivo. L’intervento dell’urbanista o del pianificatore è sempre un intervento correttivo, o del passato o del futuro probabile. Ma ogni correzione difficilmente sarà istantanea, essa potrà essere realizzata con un processo, ma pensare di realizzare gli obiettivi senza la definizione di una norma (obiettivo) non mi pare possibile, sarebbe una scelta senza se e senza ma del liberismo che sappiamo dove ci ha portato. I processi, tuttavia, possono modificare le condizioni, il che presuppone non già un mutamento degli obiettivi ma l’aggiustamento degli strumenti.

D: Ma dai una interpretazione diversa.

R: Considero che la “norma” per l’urbanista non sia rappresentata soltanto dai vincoli e dalle prescrizioni da rispettare, né dai limiti, vincoli e destinazione d’uso da imporre, ma anche (e soprattutto?) dagli obiettivi che si vogliono-devono realizzare. Soprattutto da questi ultimi il pianificatore si deve sentire condizionato.

D: Nella determinazione di questi obiettivi, che ruolo gioca la partecipazione dal basso, non ti pare che essa esprima esigenza di giustizia, di innovazione, di democrazia?

R: Qui siamo in un campo minato. Intanto non è detto che dal “basso” si manifestino esigenze di giustizia e di innovazione. Dipende molto dalla cifra del dibattito politico e culturale che può esprimere soprattutto esigenze di ingiustizia (contro gli immigrati, i rom, ecc.) o di conservazione più che innovazione.
La struttura della democrazia delegata assegna responsabilità precise a chi è chiamato a “governare” (maggioranza e opposizione). L’intenzionalità, di cui si è detto, dovrebbe essere una ragionevole interpretazione dei “bisogni e domande” della collettività. Che a questa interpretazione si arrivi con una qualche forma di coinvolgimento partecipativo è meglio, ma questo non depotenzia la responsabilità di chi è chiamato a governare.
La traduzione dell’intenzionalità in una scelta di piano e nell’organizzazione di una pianificazione può e deve avvalersi della partecipazione, ma non di questioni di scelte puntuali, bensì sugli indirizzi.
La partecipazione è una eccellente opportunità per capire i bisogni, per comprendere l’assonanza o meno tra le intenzioni di chi governa e chi è governato. La partecipazione è fondamentale nel controllo della realizzazione degli obiettivi.

TP (2026) per Dialogo tra i saperi

Francesco Indovina è un celebre urbanista, politico e giornalista italiano, nato a Termini Imerese l’11 settembre 1933. È noto nel mondo accademico per aver coniato e teorizzato il concetto di “città diffusa”, un modello urbanistico caratterizzato dalla dispersione insediativa e dalle trasformazioni del territorio contemporaneo. Ha insegnato a lungo Analisi territoriale e Pianificazione presso l’Università IUAV di Venezia e presso la Facoltà di Architettura di Alghero (Università di Sassari). Promotore storico di una visione interdisciplinare, unisce l’analisi economica e sociale alla pianificazione urbanistica. Nel 2005 ha coordinato la ricerca internazionale dietro la mostra “L’esplosione della città” presso la Triennale di Milano. È stato direttore e fondatore di storiche riviste di settore come Archivio di studi urbani e regionali ed Economia urbana – Oltre il Ponte. Ha affiancato la carriera accademica a un costante e saldo impegno civile e politico nella sinistra italiana, partecipando regolarmente a dibattiti pubblici e rassegne incentrate sul futuro del territorio e della società.

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