Intervista di Teresa Lapis a Roberto Masiero per Dialogo tra i saperi

D: Nozione di bene pubblico

R: Siamo nel diritto e nella sua storia, e sono necessari strumenti che non possiedo. Me ne scuso. Provo comunque ad inseguire le poche cose che so o credo di sapere. Ritengo che il bene pubblico vada “compreso” o se vogliamo “pensato” come un bene di tutti in quanto uniti, a differenza di come deve essere pensato il bene comune che invece appartiene ai singoli in quanto membri di una comunità. Da una parte c’è un possesso astratto, dall’altra un possesso concreto. Con questo non voglio dire che l’astratto sia meno fattuale del concreto, anzi. Diciamo che il bene pubblico in quanto bene ha a che vedere con l’universale, il collettivo, il sociale, lo statale, il nazionale, mentre il bene comune va riferito al collettivo, e al comunitario. Fatta questa banale distinzione potrei anche individuare una sorta di schema per così dire storiografico o di una storiografia molto metaforica. Dapprima si sta assieme perché c’è qualcosa in comune che permette di sopravvivere e di organizzare una qualche forma di relazione sociale proprio in nome o in forza di questo bene comune: tutti possiedono il tutto, tutti e il tutto sono così speculari, omologhi. Poi si elabora una idea e una pratica astratta del bene comune, dandogli l’attributo di pubblico. Questo avviene con il formarsi prima degli Stati camerali e di seguito con gli Stati nazione, quindi con la Modernità e all’interno della nostra stessa Contemporaneità. Il processo astrattivo corrisponde (è funzionale) all’espandersi della politica come mediazione, e della ragione burocratica. Ma la cosa per me significativa è che avviene in stretta relazione con il formarsi progressivo del primato della proprietà privata. Non che nel mondo antico non ci fosse il possesso in forma privata di beni, cose, poteri, ma il “privato” non stava al centro dell’intero sistema normativo e legislativo, anzi! Per altro, questo intreccio astrazione-burocratizzazione, emergere della ideologia del bene pubblico e primato socioeconomico del privato, accompagna (e, sospetto: è determinato e determina) l’evolversi dello stesso modo di produzione industriale. In fondo aveva ragione Marx, la rivoluzione industriale sarebbe stata impensabile senza l’accumulazione originaria (quindi ad una appropriazione privatizzazione) che avviene nell’agricoltura e nei processi legati alla appropriazione e delimitazione dei territori agricoli. Quindi l’idea e le pratiche relative al bene pubblico emergono con la formazione dello stato nazione e parallelamente con l’affermarsi del modo di produzione industriale. Per imporsi ha bisogno dell’affermarsi della proprietà privata come sostanziale “collante” dell’intera organizzazione sociale. Il bene pubblico è – nel bene e nel male – il vero idolo della Modernità in tutte le sue articolazioni.

D: Bene comune.

R: Sulla base di ciò che ho appena detto, il bene comune è il “resto” di una concezione sostanzialmente primitiva del rapporto sociale. Va anche fatto presente che è in qualche modo consustanziale al pensiero politico cattolico che in qualche modo fa coincidere bene comune e volontà generale, anche se i due concetti dovrebbero essere tenuti divisi. Credo che su questo si dovrebbe valutare la relazione tra una sorta di sostanzialità (per il pensiero cattolico) del bene comune e le teorie e le pratiche legate all’economia sociale di mercato. Il ritorno di questa concettualità è oggi da valutare con molta attenzione. Il problema non è riaffermare il bene pubblico contro il bene comune oppure riproporre un’etica del bene comune (come purtroppo si sta da più parti facendo), ma capire cosa è il “bene” nel nostro modo di produzione che non è più artigianale o industriale, ma digitale.

D: Pratiche funzioni e usi.

R: Ho come il sospetto che tu alluda al fatto che gli oggetti che l’uomo produce, compresi gli utensili, la casa, la città e persino il paesaggio, debbano fare i conti con le logiche funzionali cioè con una ragione che lega i mezzi ai fini e questi al principio di necessità, ma io credo che dovremmo liberarci da questa “metafisica” della funzione come principio di necessità. Per altro mi sembra che a farlo sia già stato Kant più di due secoli fa. L’uomo è quell’animale che “abita” la superfluità e che si “finge” necessario. Basterebbe riconoscerlo e il rapporto uomo/mondo non sarebbe più risolvibile in chiave metafisica cioè secondo natura o secondo imposizione divina, ma secondo quello che Hans Jonas ha definito come principio di responsabilità (anche se, in fondo, anche Jonas sogna un ritorno alla metafisica). Rispetto all’urbanistica è evidente che essa cerca di elaborare “dati” invece che considerare “processi” e così rischia sempre di perdere di vista proprio i modi d’uso della città, del territorio, dello spazio, quelli sociali, economici, ma anche simbolici. Insomma, rischia sempre di diventare solo una tecnica.

D: Inerenza con proprietà e possesso.

R: La proprietà non è il possesso e ciò che tu segnali come inerenza è legato al bisogno della modernità (dall’Umanesimo in poi) di giustificare l’intero sistema di potere avendo come centro la proprietà privata che determina comunque i limiti sociali di un possesso extra proprietario solo come concessione all’identificazione collettiva. La proprietà è sempre singolare (anche quando è, per esemplificare, pubblica), mentre il possesso è sia singolare che collettivo. Ad esempio, non ho proprietà di un paesaggio, ma posso ideologicamente identificarmi con esso e quindi articolarne una forma di possesso.

D: Il pubblico per l’urbanista.

R: Per l’urbanista il pubblico è sostanzialmente una astrazione da sottoporre a norma, e questa è una vera e propria rimozione (politica quanto disciplinare). In fondo, l’urbanistica è il nobile tentativo di risolvere questioni politiche con strumenti tecnici. È costante nella cultura moderna questo tentativo, destinato sempre al fallimento per il semplice motivo che la politica è inevitabilmente conflitto e qualsiasi soluzione tecnica, nel migliore dei casi si trasforma in semplice mediazione o in contrattazione.

D: Uso e abitazione quale senso per l’urbanista e quale per l’architetto.

R: Tutto per l’uomo è “in uso”. Distinguere tra le forme d’uso può indubbiamente aiutare processi di razionalizzazione e quindi se vogliamo anche le diverse funzioni che possono riguardare l’abitare la casa, la città o il territorio. Ad esempio, posso fare una distinzione tra architettura a urbanistica partendo dalla dualità pubblico/privato. L’architettura avrebbe, così, come oggetto l’abitare privato mentre l’urbanistica lo spazio pubblico. Pur essendo in parte plausibile, questa argomentazione non riesce minimamente a dar conto della complessità che è in gioco nella progettazione dello spazio (sia esso definito come pubblico che come privato).
Heidegger, nel suo Essere e tempo, si chiede se l’essere «prima abita e poi pensa il territorio o prima lo pensa e poi lo abita?». L’architetto, come l’urbanista, sa che non c’è un prima e un dopo ma una continua correlazione ed è su questa che si determinano le possibilità del progetto come prefigurazione. Non è un caso che abitare abbia la stessa origine in habeo di “abito” inteso come vestito e di “avere” inteso come possedere. Ma non possiamo certo pretendere che i filosofi sappiano progettare.

D: Uso privato, uso pubblico e uso misto: quale influenza per l’urbanista.

R: Se devo essere sincero penso che l’urbanistica non sarebbe se non si fosse instaurata una, per molti aspetti straordinaria, dialettica tra pubblico e privato, anzi se non fosse avvenuto storicamente un vero e proprio predominio del privato sul pubblico, nel senso che nel mondo antico e in parte anche in quello medioevale il potere era costitutivamente pubblico, non per nulla la decisione del re era sovrana. L’urbanista normalmente considera la distinzione pubblico e privato non solo come consolidata, ma come fondativa per le strategie progettuali e per lo stesso articolato normativo. Può sembrare persino una forzatura ma non può esserci urbanistica se non c’è come fondamento della stessa società la distinzione pubblico/privato e questa distinzione appartiene alle dinamiche politiche della modernità e in parte della contemporaneità. È su questa distinzione che vengono elaborate le “retoriche” sia dell’architettura che dell’urbanistica.

D: Pianificazione e progettazione tra urbanistica e architettura.

R: La pianificazione è il tentativo di iperdeterminare un processo, la progettazione è invece la volontà di configurare un esito. Da questo punto di vista sono “sorelle”. La prima indubbiamente più vicina all’urbanistica, la seconda all’architettura, ma ritengo che oggi le sorelle si ritrovino ad operare sostanzialmente con logiche analoghe. O meglio credo assolutamente necessaria una sorta di rivoluzione epistemologica tale per cui i vari specialismi (compresa architettura, urbanistica e pianificazione) più elaborano strumenti autonomi e, quindi, livelli di specializzazione e più possono trovare un orizzonte fattuale comune, ad esempio elaborando una teoria degli indotti o una complessiva capacità di valutazione sistemica.

D: Il bene, l’utile e il giusto.

R: Credo sia necessario riflettere su un fatto, a mio parere inequivocabile: la società contemporanea si fonda sull’inutile, sul superfluo e non si cura di definire, dal punto di vista etico, il giusto o l’ingiusto, o meglio se ne preoccupa solo per garantirsi il controllo di sistema. Si tratta quindi di un relativismo radicale e, comunque, non esiste più un legame eticamente giustificato tra questi tre concetti.

D: Destinazione di fatto e destinazione di diritto.

R: In urbanistica, ma anche nella progettazione architettonica, si vengono inevitabilmente a definire delle destinazioni d’uso a volte concordate con gli utenti altre semplicemente imposte. Se devo sintetizzare la differenza, dico semplicemente che quelle di fatto sono quasi inevitabilmente imposte e quelle di diritto dovrebbero (e ripeto dovrebbero) essere l’esito di condivisione e per questo di diritto.

D: Uso e gestione.

R: Chi usa dovrebbe anche gestire. Chissà perché accade di rado? Comunque, è di grande interesse quello che sta accadendo con le smart cities. La logica è quella di aumentare i sensori e di legare questi ad attuatori. Questa costante circolarità vede coinvolti i cittadini che diventano così responsabilizzati. L’idea di base è che le informazioni che si ricavano dai sensori possono modificare il modo in cui prendiamo le decisioni e quindi cambiamo le nostre abitudini e il nostro modo di vivere la città o il territorio. La condivisione in tempo reale delle informazioni permette un maggior coinvolgimento e una responsabilizzazione diretta dei cittadini. Ad esempio, in un progetto del Senseable City Lab del MIT diretto da Carlo Ratti che controllava, grazie all’applicazione di micro-sensori, gli spostamenti di alcuni rifiuti urbani, rendendo evidente le difficoltà, ad esempio, di riciclare la plastica, ha fatto dire, a progetto concluso, ad una persona: «Ogni giorno bevevo acqua in bottiglie d plastica. Poi le buttavo via e non ci pensavo più. Adesso però che so che quelle bottiglie finiscono a qualche chilometro da casa e resteranno lì per sempre, non riesco ad essere indifferente. Per questo motivo ho cambiato il mio comportamento e ho smesso di bere acqua in bottiglie di plastica».

D: Ruolo degli spazi e regime degli spazi.

R: Gli spazi? C’è lo spazio pubblico (la piazza, ma anche la strada, il mercato, la chiesa etc. etc.), c’è lo spazio privato (la casa, il palazzo, il giardino), c’è lo spazio del limite e del confine, dell’inclusione e dell’esclusione, della prossimità, della solidarietà; c’è lo spazio dei corpi sociali, della famiglia o della rappresentanza politica; c’è lo spazio dei non luoghi e dell’indistinto sprawl; c’è lo spazio come ambiente, territorio, paesaggio; c’è lo spazio del corpo (anche del proprio corpo), quello di cui si preoccupa la biopolitica, appunto nel rapporto tra il potere e il corpo (si dice che i matti camminano lungo i muri, ricordati il famoso quadro di Van Gogh: quello è il loro spazio), c’è lo spazio della promiscuità e del pudore. Avendo tutti letto Foucault sappiamo il “potere” di queste dimensioni dello spazio, meglio sappiamo come il potere le usa tutte queste dimensioni e queste relazioni, altrimenti non sarebbe potere. Ci sono molteplici “regimi” o sistemi di controllo, quello urbanistico è quello che si vorrebbe più asettico, tecnico gestionale, incolpevole.

D: Ruolo delle persone e regime delle persone.

R: Il ruolo delle persone o le persone in quanto ruolo? È evidente! Il concetto stesso di persona presuppone la diversità, la singolarità, io sono persona proprio perché diverso dagli altri; da questo punto di vista l’articolazione degli spazi sopraindicati (anche se in forma schematica) interagiscono con la/le persone, con le loro infinite sensibilità, sentimenti, bisogni, urgenze. Il buon progetto è, comunque, quello che intercetta influssi di questa diversità collettiva. Ci sono poi i ruoli che le persone possono “assolvere (sic!)” il loro habitus, dal politico di professione al tecnico, dal professionista al cittadino come portatore di diritti e di doveri. Qui il problema diventa quello degli “apparati” e in particolare della burocrazia. Come ci ha raccontato, oramai molto tempo fa, Max Weber, la ragione burocratica che interconnette pubblico e privato è stata parte del processo di nazionalizzazione ed è l’esito del passaggio da pratiche di potere personale a procedure sistematiche, precise e calcolabili. Ciò ha prodotto aspetti positivi che hanno il formarsi di procedure democratiche come l’etica della imparzialità, ma essendo, per propria natura, fortemente pervasiva, la ragione burocratica può diventare sommamente pericolosa. È strumento fondamentale della democrazia ma contemporaneamente è anche strumento di potere assoluto nei totalitarismi. È quindi pharmakon: allo stesso tempo medicina e veleno. In questo momento in Italia sembra assumere la forma di una resistenza ai processi di trasformazione che emergono dal basso, ma non va per questo demonizzata. È necessario intervenire nelle stesse procedure della burocrazia non invocando l’etica della responsabilità per i funzionari, ma modificando le procedure, i modi, le rappresentanze e, in ultima analisi, intervenendo nei meccanismi della stessa ragione burocratica. Una volta di più è questione politica.

D: Ruolo dei beni e regime dei beni.

R: Le società (tutte) sono strutturate sui beni, materiali e/o immateriali, pubblici e/o privati, produttivi e/o improduttivi, economici e/o culturali. Con la Contemporaneità si è configurata dal punto di vista sociologico, una vera e propria società del benessere. La domanda sociale non è quindi solo domanda di sviluppo, innovazione, piuttosto che giustizia, democrazia o partecipazione, ma di benessere. Benessere risulta un concetto fortemente inclusivo, anche se di difficile valutazione. Non è un caso che uno dei fenomeni più significativi dal punto di vista sia sociale che politico, le smart cities, siano articolate rispetto al concetto di benessere per i cittadini, la stessa loro governance ha di fatto come scopo ultimo il benessere, caratterizzando lo stesso rapporto tra politica e cittadino. Si potrebbe persino affermare che la stessa politica prova ad essere arte del benessere comune. Benessere è ovviamente una estensione del concetto stesso di bene e quindi una società sarà ben governata quanto più sarà messo a regime il sistema dei beni grazie a determinate leggi tali da garantire, nella società odierna, il diritto di proprietà ma anche quello dell’equità e della ridistribuzione sociale dei beni. E qui ritorna il ruolo della politica che anche in questo sembra, nel nostro paese, a dir poco carente, anche se preferirei dire colpevole. Il regime riguarda sempre e inevitabilmente la politica.

D: Spazi politici e spazi prepolitici.

R: Volente o nolente ho avuto un imprinting quando la mia generazione ha affermato che il privato è pubblico, da questo punto di vista non ci sono spazi prepolitici. La conferma ci viene dalla biopolitica.

D: Solidarietà e reciprocità.

R: Possono architettura e urbanistica stimolare solidarietà e reciprocità? Certo, ci sono molteplici strategie progettuali e formali per caratterizzare un progetto in tal senso: la disposizione e la qualità abitativa degli spazi, la loro riconoscibilità e la possibilità che producano effetti di identificazione vuoi con forme memoriali, vuoi con elementi attrattivi di novità formale e così di seguito. Ad esempio, i recinti vengono percepiti o come inclusivi o come esclusivi, un parco urbano determina esperienze di reciprocità così come un insieme di persone in una piazza possono avvertire sentimenti ed emozioni di solidarietà. Ciò sul quale si dovrebbe concettualmente lavorare non è sui singoli “attrezzi” che le discipline ci offrono (nel nostro caso architettura, urbanistica, pianificazione) ma sul fatto che solidarietà e reciprocità sono temi fondamentali della politica, del diritto e quindi anche dell’architettura, dell’urbanistica e della pianificazione. È su questo intreccio che va ritrovato il senso delle nostre decisioni progettuali.

D: Aspetti normativi e situazione con esiti come processi.

R: Le norme difficilmente riescono a governare processi. L’urbanistica è sempre stata pensata come sistema normativo, e in questo ha perso in efficacia. Avrebbe dovuto elaborare, appunto, attuazione e governo di processi, ma non aveva a disposizione i saperi adatti e ancora oggi le discipline a disposizione sono modellate nelle logiche della mera norma. Una riflessione più cogente sulle questioni giuridiche sarebbe in questa fase storica fondamentale soprattutto ripensando il diritto non solo come produzione di leggi, ma come accompagnamento di complessi processi sociali.

D: Interazione e mediazione.

R: L’interazione sta nelle cose, in particolare nell’urbanistica, mentre la mediazione sarebbe compito specifico della politica, che sembra sempre aver altro da fare.

D: Ruolo, status, condizione e posizione.

R: Credo di avere, in parte, già risposto.

D: Metafora tra urbanistica e architettura.

R: Molte sono le metafore possibili tra urbanistica e architettura: l’alveare e la singola cella; i rizomi sottotraccia e il singolo fungo; l’albero e il singolo nido della rondine, e così “figurando”. La questione di fondo dal punto di vista logico ed epistemologico è la relazione tra il tutto e la parte. Ripeto la nostra cultura (la cultura scientifica moderna) si è preoccupata delle parti e ha lasciato il tutto nel regno della metafisica, così facendo è diventata potentissima (l’Occidente è diventato potentissimo), ma è arrivato il tempo di elaborare strategie di comprensione e di relazione tra la comprensione e gli spazi fattuali, tra le parti e gli insiemi.

D: Quale connessione con il diritto.

R: Non c’è città senza leggi. Questo, anche se banale (o forse proprio perché banale), dice tutto.

D: Tradizione e innovazione tra suggestione e interpretazione.

R: Annosa questione. Ce la portiamo dietro sin dal dibattito Antichi-Moderni e siamo ancora lì a chiederci se è più giusto metterci sulle spalle dei giganti approfittando della loro altezza o farli morire perché inadatti al futuro che vorremmo; siamo ancora lì a chiederci se le avanguardie storiche hanno effettivamente “rotto” con l’orribile Ottocento, liberando così tutte le nostre capacità creative, o se l’astrazione ha qualche debito, che so, con Turner; siamo ancora lì a chiederci se il medioevo è stato veramente così buio e l’Umanesimo così “nuovo”. Ho l’impressione che la questione vada liberata dall’idolatria della storia e che è diventato oggi liberatorio (e non nuovo) pensare una ontologia dell’attualità cioè un pensiero che non relativizza gli eventi attraverso la successione storiografica e sopra- tutto che non si preoccupa di separare la teoria dalla prassi: un pensiero che fa mentre pensa e un fare che pensa mentre fa.

D: Prassi pratiche e azioni positive.

R: Come sai, dedico molto del mio tempo alla Fondazione Francesco Fabbri e questo perché il suo scopo principale è diffondere buone pratiche. Mi rendo conto che c’è una buona dose di volontarismo che alle volte rischia di essere persino patetico. Ma comunque questo è un osservatorio interessante in quanto le “buone pratiche” che abbiamo modo di prendere in considerazione sono prevalentemente di natura politica e amministrativa. Ora capisco che i sindaci abbiano l’orgoglio delle proprie decisioni e quindi siano restii a “copiare” altri sindaci per non rischiare di perdere la loro riconoscibilità, ma perché una disciplina come l’urbanistica non si è strutturata come un sistema di valutazione decisione capace di incorporare progressivamente gli “exempla” traducendoli in procedure formalmente riconoscibili? Perché non interroga le buone pratiche (che spesso sono occasionali) per modificare la propria logica disciplinare? In fondo questo avviene nel diritto, ma perché (così almeno mi sembra) non avviene nell’urbanistica? Per l’architettura la questione è diversa in quanto si dà una forte componente estetica che poco ha a che vedere con l’etica delle buone pratiche.

D: Etica e giustizia e decisione dal basso.

R: Bel problema. Impossibile articolare una qualche risposta argomentata in forma plausibile. Posso solo provare una sorta di provocazione per il semplice fatto che mi sta a cuore e che ci sto pensando con una certa frequenza. C’è una sorta di ideologia della decisione dal basso e della partecipazione. Non ho nessuna difficoltà a riconoscere che faceva parte del DNA della “sinistra” del secolo scorso. Ebbene quella ideologia la trovo oggi decisamente “ipocrita” e foriera di logiche populistiche. Ha in sé l’idea che il potere possa non assumere una soggettività o peggio non debba avere una qualche “formalità”. È vero esattamente il contrario e la questione non è liberarsi dalla soggettività del potere o dalla sua formalità ma permetterne un controllo continuo e costante. La partecipazione, come la decisione dal basso non può liberarsi dall’inevitabile meccanismo della rappresentanza e tanto meno da quello della soggettivizzazione del potere. Non credo sia più accettabile essere ingenui. Ciò che è fondamentale: principio di trasparenza e procedure condivise e assolutamente non solo controllate, ma controllabili.

D: Populismo tra efficacia ed efficienza.

R: Ho appena prospettato il pericolo che anche dalla tradizione e dalla cultura della sinistra possano venire acquiescenze verso forme di populismo. In fondo, il populismo non è altro che la cessione della propria sovranità o in forma più banale la rimozione delle proprie responsabilità per potersi affidare a decisioni demandate ad altro. Perché questo non accada è inutile invocare le coscienze: ciò che ci può aiutare, e difendere, è il diritto non pensato come un sistema di accumulazione di leggi relazionate l’una all’altra, ma come l’unico modo in cui i soggetti possono accompagnare e sentirsi accompagnati nella loro stessa fatica verso l’emancipazione non solo privata, ma anche e soprattutto pubblica. Certo il populismo toglie di mezzo tutti i filtri, le resistenze del particolare e si propone sempre e inevitabilmente come risolutivo, dà il potere ad un unico soggetto e/o ad una unica élite, facilitando il sistema stesso delle decisioni e quindi del potere. Forse permette anche di sognare riscatti e redenzioni, ma inevitabilmente l’esito e l’incivile sudditanza delle coscienze, delle passioni, della stessa libertà.

D: Coesione, condivisione: dove il controllo.

R: Sarebbe lungo, ora, fare tutti i passaggi necessari ma confido che questa ulteriore mia provocazione possa essere così inaccettabile da costringere, nel rifiutarla, almeno a far nascere qualche dubbio: è necessario liberarci dell’ideologia partecipativa per elaborare pratiche di controllo del sistema delle decisioni, cioè del potere, sia verticale che orizzontale, cioè per sviluppare il più possibile in modo trasparente i principi della sussidiarietà. Qui c’è la possibilità di avere sempre sotto controllo, collettivamente e quindi politicamente, coesione e condivisione.

TP (2026) per Dialogo tra i saperi

Roberto Masiero è un architetto e Professore Ordinario di Storia dell’Architettura presso l’Università IUAV di Venezia. Studioso di spicco nell’ambito della storia delle idee, della filosofia e dell’evoluzione tecnologica, Masiero concentra la propria ricerca sulle profonde contaminazioni tra architettura, arte, scienza e tecnica. Ha contribuito attivamente alla nascita della Facoltà di Architettura di Trieste e della facoltà di Design e Arti dello IUAV, della quale è stato anche Vicepreside. È stato responsabile per l’Unione Europea di un Osservatorio dedicato alle Accademie d’arte e alle Facoltà di Architettura e Ingegneria in Europa. Ricopre il ruolo di direttore artistico del Parco di Pinocchio a Collodi ed è membro del comitato scientifico della Fondazione Francesco Fabbri. Nel 2002 ha diretto la sezione di Neuchâtel per l’Expo internazionale della Svizzera. Masiero affronta la disciplina da una prospettiva storico-sociale. Indaga i processi costruttivi analizzando come l’evoluzione della tecnologia e della scienza plasmi la teoria e l’estetica spaziale. Nei suoi interventi più recenti esplora ampiamente i concetti legati al paesaggio inteso come narrazione politica e sostenibile e l’interazione tra l’architettura e i nuovi mondi digitali.

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