Ilan Pappé La fine di Israele, Fazi Editore, Roma 2025

Mr. Moni Y Gold ha infilato nel suo diario un biglietto ferroviario usato della linea ferroviaria costiera Haifa-Beirut, con il suo nome e la data: 7 maggio 2047. È il ricordo di un viaggio fatto l’anno prima. Ma il diario si apre in data 15 maggio 2048: «Mi sono svegliato, felice di essere ancora in vita all’età di novantaquattro anni. Ogni nuovo giorno è una benedizione e, anche se non sono particolarmente religioso, pronuncio prima in ebraico Hascéva Laèl, poi in arabo Al hàmdu lillàh, infine in inglese Thank God». Per il lettore, è l’apertura di un diario dal futuro, che in parte prende la forma di un memoriale. È l’ottavo anno dalla Wathba (“balzo in avanti”), la svolta del 2040 che ha trasformato Israele nella nuova Palestina, uno stato multinazionale con eguali diritti per tutti dal fiume al mare, dove è in corso una lunga e pacifica rivoluzione che consiste nell’attuazione della Risoluzione dell’ONU 194 sul diritto al ritorno dei palestinesi espulsi durante un secolo di pulizia etnica, e nella dolorosa catarsi della giustizia riparativa. Si discute ancora sul nome da dare al nuovo Stato, anche se molti sono favorevoli a “Isratina”. E il lettore corre al ricordo più felice, l’anno della svolta. Per tutto quell’anno il diarista non ha potuto scrivere una parola. Doveva elaborare la rivoluzione, la trasformazione, l’eccitazione, il trauma, la paura e la speranza. “Che vortice!”
Moni racconta con dovizia di dettagli le fasi che precedono questa lunga rivoluzione pacifica, nel corso della quale si costruisce il nuovo Stato. Dallo smantellamento dell’Autorità Nazionale Palestinese seguita alla morte di Abu Mazen, alla creazione di una nuova OLP, comprensiva dei rappresentati della Palestina storica, dei palestinesi di Israele, delle comunità dei rifugiati e della diaspora; alle dimissioni del governo israeliano, sopraffatto dalle ondate di centinaia e centinaia di migliaia di manifestanti, fino alla sua collaborazione con la nuova OLP in vista di elezioni in due fasi: una all’interno del paese e l’altra tra le comunità dei rifugiati e quelle in esilio. Ma il lettore che oggi, 5 novembre 2026, volesse concedersi un esercizio di speranza, dovrebbe correre subito a una pagina di questo memoriale dal futuro che accende nella tenebra del nostro oggi una scintilla forse profetica. Nel diario di Moni Gold, ha una data più lontana. Ma nella luce – forse breve – della giornata di oggi, solo due anni potrebbero separarci dall’evento. Perché, racconta Moni Gold, la vera grande novità è giunta da Washington: finalmente gli Stati Uniti hanno eletto una presidente democratica che si identifica con l’ala progressista del partito. E così, alla fine, gli Stati Uniti hanno aderito alle sanzioni, sospeso gli aiuti militari e dichiarato il loro appoggio alla proposta della nuova OLP di tenere, sotto la supervisione internazionale, elezioni per uno Stato democratico su tutta la Palestina storica.
La delegazione USA alle Nazioni Unite si è fatta portavoce di una risoluzione del Consiglio di sicurezza che chiedeva a Israele di smetterla di ostacolare il processo e avviare colloqui con la nuova OLP sul futuro del Paese. E la presidente democratica americana si è spinta oltre: ha elogiato il coraggio dei giovani uomini e delle giovani donne palestinesi che hanno manifestato in tutta la Palestina storica contro queste politiche israeliane, nonostante i gravi rischi per la propria vita. Li ha addirittura paragonati ai militanti del movimento americano per i diritti civili. Anche se, ricorda Moni Gold, il Nord Globale, si tratti di Stati Uniti o Regno Unito, non è stato così importante per le vite di israeliani e palestinesi negli anni Trenta del Duemila. Altri Paesi, scrive – del Sudamerica, del Sudest asiatico, dell’Asia e dell’Africa – sono stati molto più determinanti sul palcoscenico internazionale riguardo alla questione della Palestina. L’utopia non è ottimismo della ragione, è alimento di speranza all’ottimismo della volontà. E la lettura che vi propongo per questo giorno di speranza – prima che tramonti – è tratta da un saggio del 2025, La fine di Israele, Fazi Editore. Anzi dalla terza parte, che quasi nessuno finora durava a leggere. Lì l’andatura saggistica si spezza, e la scrittura improvvisamente si fa racconto, anzi diario. “Un diario dalla Palestina del dopo-Israele”. Moni Gold è semplicemente l’alter ego di Ilan Pappé, l’autore di questo libro. Buona lettura. Clicca qui per acquistare il libro..
Roberta De Monticelli (05/11/2025) per Agorasofia
Pat Patfoort, Difendersi senza aggredire. La potenza della nonviolenza, Pisa University Press, Pisa 2013

A fronte di tanti discorsi edificanti sul rifiuto della violenza, sulla condanna delle guerre e sulla presa di posizione contro la sopraffazione in ogni aspetto della convivenza civile, l’autrice nel suo intero precorso di produzione scritta intende offrire una pratica concreta per attuare un meccanismo che interrompa la violenza senza rinunciare a difendersi. Nella sua interpretazione radicale vi sono essenzialmente due modalità topiche di gestire le relazioni interpersonali, politiche, etniche, internazionali, di cui offre anche esempi concreti: il modello Maggiore/minore, quello che viene percorso solitamente, che prevede la violenza da una parte e la sofferenza dall’altra, quello di chi esercita il potere della violenza su chi lo subisce; e il modello dell’Equivalenza, il quale rappresenta una vera alternativa, che prevede la possibilità di difendersi senza causare sofferenza negli altri. Il modello dell’Equivalenza fa riferimento ad un approccio nonviolento strutturato coerentemente secondo principi logici e non secondo ireniche prospettive utopiche difficili da applicare, anche perché l’autrice lo utilizza costantemente nella vita quotidiana per la risoluzione dei conflitti interpersonali e internazionali in tutti i contesti in cui viene chiamata a risolverli. Il testo di Pat Patfoort, attivista per la pace e la nonviolenza ospitata anche in Italia a nostri Eirenefest, vuole essere un mattone sulla via della speranza, perché esiste un modo per non essere infelici nelle relazioni umane e sociali e questo è possibile adottando il modello dell’Equivalenza. Nell’ultima parte del suo lavoro, l’autrice aiuta a prende coscienza del fatto che a volte è difficile passare ad una posizione di Equivalenza, soprattutto quando si è sofferto molto per mano di qualcuno, sia in ambito privato sia a livello internazionale, tuttavia la sfida è proprio quella di avere fiducia nelle persone, una fiducia nel potere che hanno le rivoluzioni nonviolente di cambiare in meglio la realtà. Per fare ciò, oltre alla fiducia, occorre saper leggere attentamente nel proprio cuore i propri sentimenti, ascoltare l’altro in una incrollabile disposizione all’incontro, al dialogo, al confronto…piccole rivoluzioni quotidiane che aiutano a cambiare veramente il mondo! Clicca qui per acquistare il libro.
ML (20/11/2025) per Agorasofia
V. Pazé, Il comunitarismo, Laterza, Roma-Bari 2004

Ciò che si ricava da questo testo di Valentina Pazè è che riflettere sulla nozione di comunitarismo è possibile a partire da un momento specifico del dibattito che si aperto in ambito filosofico e sociologico. L’etimologia, infatti, non può da sola aiutarci a comprenderne le caratteristiche, giacché il suo rimando al termine comunità = communitas, inteso come gruppo di persone con interessi e caratteristiche in comune, non dice nulla di ciò che si agita politicamente intorno al suo significato. Del resto, Roberto Esposito radica l’etimologia ci comunità nell’espressione “cum munus“, mettendo in contrapposizione la communitas, come quell’ambito in cui le persone sono vincolate da obblighi precisi derivanti da tutto ciò che c’è dietro lo scambio di doni (munus), alle immunitas, ciò che demarca l’affrancamento da quella dimensione di reciprocità e che riveste un a connotazione venale e acquisitiva a partire da un prezzo. In ambito sociologico, dunque, la tendenza del comunitarismo è quella di assumere un gruppo ristretto, quale può essere la famiglia o un piccolo gruppo, come emblema di un modello statale più allargato. In queste formazioni sociali ristrette vengono messe in atto forme di vita regolate non da norme giuridiche o da burocratiche amministrazioni, ma da legami affettivi, spontanei, sicuramente armoniosi. A questo tipo di comunità come modello da estendere alle formazioni sociale fa riferimento Michael Sandel, il quale lo propone come alternativa a quella forma di liberalismo procedurale alla John Rawls.
Le prime forme di comunitarismo moderno vengono fatte risalire all’opposizione anti-individualista conservatrice cattolica francese, la quale insisteva su un modello di società di tipo corporativistico, cui aderisce anche Durkheim. In Germania si potrebbe far riferimento al modello organicistico e corporativo di Hegel, tuttavia l’autrice nota che Hegel è, piuttosto, il teorico della razionalizzazione dello Stato, quello che supera le limitanti barriere regionalistiche. Forme di comunitarismo si trovano anche nel pensiero di Martin Buber, organizzato intorno alla comunità del kibbutz, nel personalismo di Jacques Maritain, intriso di tomismo medievale e nel pensiero di Emmanuel Mounier, inteso come terza via tra il liberalismo e il comunismo. Tuttavia, in momento iniziale del dibattito interno alla filosofia politica anglosassone sul, comunitarismo è il 1971, quando John Rawls pubblica A Theory of Justice, testo in cui afferma la natura procedurale della democrazia, vale a dire che se le rivendicazioni non vengono portate all’interno della discussione pubblica, esse non possono essere riconosciute e le democrazie occidentali offrono larghi spazi per la discussione e la manifestazione di tali libertà politiche, culturali e sociali. Come reazione a questa forma di liberalismo negli anni ’80 si cominciò a parlare di comunitarismo, precisamente nel 1982 con Liberalism and the limits of Justice di Micheal Sandel, oppure con After Virtue di MacIntyre. Il principale bersaglio dei comunitaristi, cioè Rawls e il liberalismo da lui teorizzato, elabora un modello estratto di soggetto, che interviene nello spazio pubblico cercando di realizzare una giustizia sgombra da progetti, fini di cui gli individui si fanno interpreti e verso i quali cercano di indirizzare la società. A monte ci sarebbe, nel modello di Rawls, una sottile operazione antropologica per cui ogni soggetto sarebbe capace di distinguere le proprie credenze, tutto ciò che contribuisce a formare la propria identità, dei progetti collettivi. Sandel contrappone a questo soggetto vuoto (unencumbered self) un soggetto pieno, reale, con tratti costitutivi, che si formano come stabili pregiudizi baconiani nel momento in cui si costruisce una realtà a partire dalla socializzazione primaria e secondaria. Si tratta di un soggetto pieno (encumbered self), eticamente orientato che, in quanto tale, lavora a partire dalla società civile per realizzare concretamente a livello istituzionale quegli obiettivi.
Bisogna, tuttavia, distinguere tra almeno due generazioni di comunitaristi: «La prima, «debole», solleva problemi di fondazione filosofica, ma accetta nella sostanza le istituzioni liberali dello Stato laico e di diritto […] di questo filone farebbero parte Walzer e Taylor a cui si potrebbero aggiungere Will Kymlicka e molti autori appartenenti alla «nuova generazione» del comunitarismo, più moderata e incline al compromesso rispetto alla precedente, come Bellah, Selznick ed Etzioni. Dall’altra parte vi sarebbe la posizione dei comunitaristi più radicali, come Sandel e MacIntyre, nonché il primo Unger, implicante un’aperta contestazione dei valori e delle istituzioni liberali, anche se non un’altrettanto chiara prefigurazione di una credibile alternativa, che vada oltre l’accorato appello rivolto in After Virtue ai pochi e dispersi estimatori della virtù, a creare piccole comunità entro cui attendere, come san Benedetto circondato dai barbari, l’avvento di tempi migliori» (p.91). Insomma, un bel panorama estremamente variegato…peccato che l’autrice si soffermi principalmente sulla disputa anglosassone e, in parte, francese, mentre non c’è traccia del comunitarismo italiano contemporaneo di destra, di sinistra e cattolico, ambiti che sarebbero da approfondire! Clicca qui per acquistare il libro.
ML (14/06/2023) per Agorasofia
Fabio Peserico, Filosofia della bellezza e bellezza della filosofia, Aracne, Roma 2022

La profondità con la quale il carissimo amico e collega Fabio Peserico scava nell’animo umano alla ricerca della Bellezza in questo testo rappresenta il sintomo di quella fecondità di pensiero di chi ha raggiunto un grado di maturità che i greci definivano con il termine sophrosyne, una qualità morale che compendia e sussume al suo interno sia la sapienza, la sophia, sia la saggezza, la phronesis. E, in effetti, l’esercizio costante durante gli anni di insegnamento della Filosofia nella sua prospettiva storica ha condotto l’autore nei pressi della perfezione spirituale teoretica, quella che deriva dalla sophia, ma è da questa consapevolezza, imprescindibile per Aristotele, che muove l’urgenza di fermarsi e Guardare indietro per andare alla ricerca di un Tempo pregnante che esprima il Senso dell’esistere, il Significato dello stare al mondo. Non è un caso, del resto, prestando la dovuta attenzione alla profondità radicale delle parole, che si scopre che quella temporalità, sulla quale si estende lo sguardo retrospettivo, è la prerogativa del raggiungimento della temperanza, come se l’appianamento della percezione del tempo, che diventa lineare per i latini ormai cristianizzati, fosse la condizione di possibilità per un bilancio esperienziale franco e disinteressato. Scrive, infatti, Aristotele nell’Etica Nicomachea: «La saggezza riguarda anche i particolari, i quali diventano noti in base all’esperienza, mentre il giovane non è esperto: infatti, è la lunghezza del tempo che produce l’esperienza. Perché ci si potrebbe chiedere anche questo: per quale ragione un ragazzo può essere un matematico, ma non un sapiente o un fisico? Non si deve forse rispondere che gli oggetti della matematica derivano dall’astrazione, mentre i principi della sapienza e della fisica si ricavano dall’esperienza?»[1].
E, allora, nella comune radice linguistica, che vuole essere anche semantica in maniera del tutto originale, di temporalità e temperanza si gioca la partita del senso dell’esistenza. Un senso che si dischiude nella temporalità che si configura nella maturità, nella capacità di elevarsi al di sopra e al di fuori di un tratto di esistenza e guardarlo nella sua interezza. È quel Guardare indietro che si configura come la condizione di possibilità per poter cogliere il senso, il significato retrospettivo dell’essere stati gettati, per dirla con Heidegger, in questo mondo senza chiederci il consenso. Ed è proprio quell’esorbitante e irrazionale movimento esistenziale che ci mette al mondo senza chiederci il permesso a prevaricare qualsiasi tentativo di fare ricorso alla logica, alla scienza, alla ratio, per poter trovare la forza di dire sì alla vita anche davanti alla tragicità con la quale la morte mette fine a questo percorso. La possibilità di fermarsi e Guardare indietro, dunque, si configura come uno sguardo fenomenologico che determina l’apertura di senso, quell’istante finito che apre l’infinito e trova la meraviglia del compimento, della ricomposizione dei pezzi che, nel turbinio delle occupazioni della vita quotidiana, restavano disaggregati all’interno di un vortice privo di senso. Adesso, invece, Fabio si è fermato, si Guarda indietro e i pezzi prendono corpo, un corpo che è ben riconoscibile, sebbene sia intangibile perché dilatato e diffuso: quel corpo è la Bellezza.
Non è una competenza in dono a tutti gli scrittori e a tutte le scrittrici quella di riuscire a trasmettere i propri stati d’animo ai lettori e alle lettrici: si può condividere con Sant’Agostino quell’inquietudine profonda di chi ancora non riesce a trovare la via giusta per arrivare a sentire Dio che parla; si può rivivere con Jean Paul Sartre quel senso di libertà assoluta alla quale la vita ci condanna e che, in qualità di filosofo, egli si è sempre preso, fino al punto di rifiutare un premio Nobel; oppure si può entrare empaticamente all’interno dell’universo del collettivo Wu Ming e sentire sin dalla peculiare scelta della parole, messe in fila ad una ad una per costruire quegli oggetti letterari non identificati, la vibrante e quasi stanca denuncia per le striscianti forme di oppressione che il potere sempre mette in atto per costruire una storia di soprusi e guerre, circostanza, purtroppo, sempre attuale. Questa specifica dote nella scrittura appartiene anche a Fabio, il quale permette al lettore o alla lettrice di stendersi su di lui ed essere trasportati nel suo mondo, dove si possono solo percepire in maniera allusiva pennellate impressionistiche di serenità. Il testo di Fabio assomiglia molto, in effetti, ad un quadro impressionistico un po’ particolare, di eterea Bellezza, ma che, al contempo, ha come oggetto la Bellezza stessa, alla quale egli cerca di educare il lettore e la lettrice per insegnare loro ad apprezzare e riconoscere la Bellezza all’interno di un percorso di formazione, di Paideia estetica e spirituale. Eppure, sullo sfondo di questo percorso di formazione, di questo singolare Bildungsroman di Fabio, non possono non emergere prepotentemente alcuni cruciali quesiti filosofici di natura preliminare, stimolati dalla lettura del testo. Ad esempio, è lecito chiedersi: ma la Bellezza si può davvero insegnare? È pensabile un percorso per Educare alla Bellezza? E, una volta riconosciuta universalmente o intersoggettivamente, come è possibile tutelare e salvaguardare la Bellezza per lasciare ai posteri la possibilità di fruirne? Clicca qui per acquistare il libro.
[1] Aristotele, Etica Nicomachea, 1142a.
ML (25/02/2022) per Agorasofia
Agostino Petrillo, La città perduta. L’eclissi della dimensione urbana nel mondo contemporaneo, Edizioni Dedalo, Bari 2000

L’analisi dello stato in cui oggi versa la città ci dice molto sul percorso che l’umanità sta compiendo, per cui bisogna essere consapevoli del fatto che la trasformazione della città globale, ma anche alcune derive prettamente politiche, porta con sé una serie di involuzioni rispetto al passato per quanto riguarda i processi d’integrazione. Oggi le città si presentano divise, si fa strada l’immagine delle divided cities, città duali, in cui la polarizzazione tra quartieri ricchi e quartieri poveri è evidente e sempre più marcata, tra zone in cui la sicurezza diventa una priorità da perseguire paranoicamente per mezzo di dispositivi di controllo elettronici e armati, e zone off-limits per le forze dell’ordine e per la società, in cui la criminalità ha vinto e detiene anche il potere territoriale, come avessero una prelazione giurisdizionale. Il trionfo nel capitalismo, che fa il paio con lo smembramento del welfare state, tuttavia, non è un processo irreversibile, non bisogna rassegnarsi al fatto che vi sia una evoluzione naturale, che il processo storico non sia invertibile a causa della scarsità di risorse. C’è una volontà precisa, c’è un disegno politico che porta alla polarizzazione della ricchezza e chi lo pratica è consapevole del conflitto innescato, perciò ricorre alla difesa privata del proprio orticello. L’ingiustizia della disuguaglianza è stata legittimata all’interno della città e perpetrata ai danni dei più deboli attraverso forme di segregazione e autosegregazione. La città non è più il luogo dell’integrazione, ma della divisione.
Anche la sua gestione amministrativa, come in generale tutta la gestione politica dello Stato, è demandata ad una casta di soggetti politici di prima categoria, al di sotto dei quali ci sono vari livelli di soggetti politici con sempre meno diritti, fino ai clandestini, cui viene negato anche il diritto alla dignità umana. In passato, le politiche sociali in Europa hanno cercato di evitare i conflitti sociali e permesso a tutti i soggetti discreti livelli di accesso alle risorse, al punto che le città europee si possono definire “città sociali”, mentre le città americane sono nate in seno alla disgregazione. La novità, però, è che anche in Europa negli ultimi anni si sta verificando un processo di americanizzazione, di frammentazione della città in seguito alle politiche di abbandono del Welfare e di accettazione del liberismo che si manifesta soprattutto negli aspetti sociali. La segregazione produce esclusione, spazi per soggettività esclusi che vengono messi automaticamente fuori dai giochi della politica. Lo stato di salute della città, dunque, ci dice molto della condizione in cui si trovano la democrazia e la cittadinanza.
La prima assume un tratto sempre più simile a quella greca, laddove solo pochi autoctoni potevano esercitare il potere politico, mentre la maggior parte degli uomini (giacché le donne escluse, ovviamente) erano ridotti alla condizione di schiavi o di meteci, stranieri senza diritti politici. La seconda, invece, viene sempre più ristretta in favore di una dimensione prettamente nazionale, lontana dal progetto che fu di Caracalla di estensione della cittadinanza a tutti i popoli dell’Impero romano. Si fa strada, secondo Petrillo – e come dargli torto -, un’ideologica chiusura nazionalistica, che, tuttavia, riesce a coinvolgere dal basso la popolazione, perché gli conferisce una identità. Ma, rovesciando la medaglia, si trova che i capitali restano globali, liberi di scegliere mete sempre più convenienti. Chi patisce di più di questa situazione è proprio la città, esautorata del suo potere politico, culturale ed economico e ridotta solo alla gestione della sicurezza e dei rifiuti. Occorre, chiaramente, invertire questa tendenza, ma bisogna prendere atto, sia dal punto di vista politico sia dal punto di vista urbanistico, che la città assume un ruolo fondamentale come luogo di incontro delle diversità, come predisposizione di uno spazio esistenziale intrinsecamente multiculturale e che, come tale, deve essere assimilato e legittimato, senza lasciare spazio ai venditori di odio e di scontri di civiltà. Clicca qui per acquistare il libro.
ML (27/09/2026) per Agorasofia
Ferruccio Pinotti, La lobby di Dio, Chiarelettere, Firenze 2010

In Italia la riconquista della sfera pubblica da parte della religione non può non prendere le mosse dal ruolo che Comunione e Liberazione e il suo braccio economico, cioè la Compagnia delle Opere, hanno via via assunto nel corso degli anni ’90 e i primi anni del III millennio. Tra tutti i movimenti cattolici che puntano alla risacralizzazione dello spazio pubblico, strizzando l’occhio al protestantesimo evangelico americano, Comunione e Liberazione si è rivelato sicuramente il più aggressivo e avido di potere. Ferruccio Pinotti, già noto nell’ambiente giornalistico per le sue indagini contro i poteri lobbistici (compreso Opus Dei e Movimento dei Focolarini), in questo testo offre una dettagliata fotografia dell’assalto al potere da parte dell’organizzazione tentacolare fondata da don Luigi Giussani, un’organizzazione assimilabile facilmente ad una setta per diverse caratteristiche. In primo luogo, per l’adesione volontaria rispetto al più grande contenitore del cattolicesimo inerziale per nascita; in secondo luogo, per l’ambiente estremamente chiuso e solidale al suo interno; la presenza, infine, di leader carismatici capaci di attirare persone e fidelizzarle. Attraverso l’analisi di procedimenti penali conclusi, condanne passate in giudicato, inchieste ancora aperte e testimonianze coraggiose di fuoriusciti, Pinotti cerca di svelare in che modo il movimento sia penetrato nella politica, nell’economia e nel settore dell’assistenza non-profit (che in realtà risulta molto profit!) facendo leva sul senso di smarrimento dell’uomo postmoderno anzi, paventando costantemente la frammentazione culturale, lo smarrimento valoriale per far scattare il bisogno psicologico di comunità e di riconoscimento identitario. Vero è che la morte del personaggio di don Giussani e la cattiva gestione carismatica del suo successore, accompagnate dalla decapitazione del movimento da parte di Papa Francesco al soglio pontificio, hanno impresso un drastico ridimensionamento a Comunione e Liberazione sia a livello religioso sia a livello politico. Non meno interessante è, dal punto di vista sociologico, la deliberata intenzione manifestata da Comunione e Liberazione di smantellare tutto lo stato sociale per mezzo del principio di sussidiarietà, nonché l’intenzione di occupare la società civile mediante corpi intermedi e strutture di mediazione ben collocati nel tessuto socio-economico, proprio come nel sistema americano. Non è un caso, dunque, che a livello politico sia dal centrosinistra sia dal centrodestra nel primo decennio del III millennio sia partita la corsa alla realizzazione del federalismo, dell’autonomia differenziata e di qualsiasi tentativo di demolire il centralismo statale per far posto all’iniziativa privata localistica. Sarebbe un grave errore politico e sociale non porre mente ai danni che tutto ciò potrebbe comportare, ancora oggi, in un sistema istituzionale gravemente ammalato come è quello italiano, storicamente caratterizzato dal clientelismo, dall’estrattivismo istituzionale, ma anche dal latifondismo baronale che lascia presto il posto al sistema di gestione mafiosa delle risorse in prossimità. Clicca qui per acquistare il libro.
ML (25/01/2025) per Agorasofia
