Il Comunitarismo di Pazè: un’analisi filosofica e sociologica con ricadute politiche

Ciò che si ricava da questo testo di Valentina Pazè è che riflettere sulla nozione di comunitarismo è possibile a partire da un momento specifico del dibattito che si aperto in ambito filosofico e sociologico. L’etimologia, infatti, non può da sola aiutarci a comprenderne le caratteristiche, giacché il suo rimando al termine comunità = communitas, inteso  come gruppo di persone con interessi e caratteristiche in comune, non dice nulla di ciò che si agita politicamente intorno al suo significato.

Del resto, Roberto Esposito radica l’etimologia ci comunità nell’espressione “cum munus“, mettendo in contrapposizione la communitas, come quell’ambito in cui le persone sono vincolate da obblighi precisi derivanti da tutto ciò che c’è dietro lo scambio di doni (munus), alle immunitas, ciò che demarca l’affrancamento da quella dimensione di reciprocità e che riveste un a connotazione venale e acquisitiva a partire da un prezzo.

In ambito sociologico, dunque, la tendenza del comunitarismo è quella di assumere un gruppo ristretto, quale può essere la famiglia o un piccolo gruppo, come emblema di un modello statale più allargato. In queste formazioni sociali ristrette vengono messe in atto forme di vita regolate non da norme giuridiche o da burocratiche amministrazioni, ma da legami affettivi, spontanei, sicuramente armoniosi. A questo tipo di comunità come modello da estendere alle formazioni sociale fa riferimento Michael Sandel, il quale lo propone come alternativa a quella forma di liberalismo procedurale alla John Rawls.

Le prime forme di comunitarismo moderno vengono fatte risalire all’opposizione anti-individualista conservatrice cattolica francese, la quale insisteva su un modello di società di tipo corporativistico, cui aderisce anche Durkheim. In Germania si potrebbe far riferimento al modello organicistico e corporativo di Hegel, tuttavia l’autrice nota che Hegel è, piuttosto, il teorico della razionalizzazione dello Stato, quello che supera le limitanti barriere regionalistiche. Forme di comunitarismo si trovano anche nel pensiero di Martin Buber, organizzato intorno alla comunità del kibbutz, nel personalismo di Jacques Maritain, intriso di tomismo medievale e nel pensiero di Emmanuel Mounier, inteso come terza via tra il liberalismo e il comunismo.

Tuttavia, in momento iniziale del dibattito interno alla filosofia politica anglosassone sul, comunitarismo è il 1971, quando John Rawls pubblica A Theory of Justice, testo in cui afferma la natura procedurale della democrazia, vale a dire che se le rivendicazioni non vengono portate all’interno della discussione pubblica, esse non possono essere riconosciute e le democrazie occidentali offrono larghi spazi per la discussione e la manifestazione di tali libertà politiche, culturali e sociali. Come reazione a questa forma di liberalismo negli anni ’80 si cominciò a parlare di comunitarismo, precisamente nel 1982 con Liberalism and the limits of Justice di Micheal Sandel, oppure con After Virtue di MacIntyre.

Il principale bersaglio dei comunitaristi, cioè Rawls e il liberalismo da lui teorizzato, elabora un modello estratto di soggetto, che interviene nello spazio pubblico cercando di realizzare una giustizia sgombra da progetti, fini di cui gli individui si fanno interpreti e verso i quali cercano di indirizzare la società. A monte ci sarebbe, nel modello di Rawls, una sottile operazione antropologica per cui ogni soggetto sarebbe capace di distinguere le proprie credenze, tutto ciò che contribuisce a formare la propria identità, dei progetti collettivi. Sandel contrappone a questo soggetto vuoto (unencumbered self) un soggetto pieno, reale, con tratti costitutivi, che si formano come stabili pregiudizi baconiani nel momento in cui si costruisce una realtà a partire dalla socializzazione primaria e secondaria. Si tratta di un soggetto pieno (encumbered self), eticamente orientato che, in quanto tale, lavora a partire dalla società civile per realizzare concretamente a livello istituzionale quegli obiettivi.

Bisogna, tuttavia, distinguere tra almeno due generazioni di comunitaristi: «La prima, «debole», solleva problemi di fondazione filosofica, ma accetta nella sostanza le istituzioni liberali dello Stato laico e di diritto […] di questo filone farebbero parte Walzer e Taylor a cui si potrebbero aggiungere Will Kymlicka e molti autori appartenenti alla «nuova generazione» del comunitarismo, più moderata e incline al compromesso rispetto alla precedente, come Bellah, Selznick ed Etzioni. Dall’altra parte vi sarebbe la posizione dei comunitaristi più radicali, come Sandel e MacIntyre, nonché il primo Unger, implicante un’aperta contestazione dei valori e delle istituzioni liberali, anche se non un’altrettanto chiara prefigurazione di una credibile alternativa, che vada oltre l’accorato appello rivolto in After Virtue ai pochi e dispersi estimatori della virtù, a creare piccole comunità entro cui attendere, come san Benedetto circondato dai barbari, l’avvento di tempi migliori» (p.91).

Insomma, un bel panorama estremamente variegato…peccato che l’autrice si soffermi principalmente sulla disputa anglosassone e, in parte, francese, mentre non c’è traccia del comunitarismo italiano contemporaneo di destra, di sinistra e cattolico, ambiti che sarebbero da approfondire!

V. Pazé, Il comunitarismo, Laterza, Roma-Bari 2004.

ML (14/06/2023) per Agorasofia


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