La partecipazione è davvero il segno di un contesto inclusivo?

Quando una persona partecipa possiamo davvero affermare che si trovi in un contesto inclusivo? Oppure la partecipazione rappresenta soltanto la parte visibile di un processo molto più complesso?

Da questa domanda nasce il nuovo articolo pubblicato sul blog di InStudio da Daniela Ferrari.

L’articolo, intitolato “Se la libertà è partecipazione, cosa rende possibile partecipare?”, prende spunto dalla celebre frase di Giorgio Gaber per proporre una riflessione rivolta a insegnanti, educatori, tutor dell’apprendimento e a tutti i professionisti che si occupano di apprendimento.

Il contributo invita a spostare lo sguardo dalla partecipazione ai processi che la rendono possibile. Ogni comportamento osservabile, infatti, è il risultato di apprendimenti spesso invisibili: significati condivisi, linguaggi, regole implicite e modalità di partecipazione che le persone costruiscono nel tempo.

La riflessione si inserisce nel dibattito sulla didattica universale senza metterne in discussione i principi, ma proponendo un ulteriore punto di osservazione: interrogarsi non solo su chi partecipa, ma anche su quanto lavoro invisibile una persona abbia dovuto sostenere per riuscire a farlo.

L’articolo rappresenta una delle riflessioni che accompagnano lo sviluppo del Modello Metodo InStudio®, un approccio che pone al centro l’osservazione dei processi di apprendimento per orientare decisioni educative consapevoli e rendere più accessibili i contesti educativi.

Leggi l’articolo:

https://www.instudiotrissino.it/se-la-liberta-e-partecipazione-cosa-rende-possibile-partecipare/


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