Il fascismo eterno di Umberto Eco: tra “Totalitarismo fuzzy” e Ur-fascismo

Il testo, uscito in Italia solo nel 2018, è una rielaborazione di un discorso tenuto da Umberto Eco il 25 aprile 1995 alla Columbia University negli USA e poi pubblicato ne «La rivista dei Libri» nello stesso 1995 con il titolo Totalitarismo fuzzy e Ur-fascismo, parole che lo studioso usa nel corso della sua argomentazione.

Occorre tenere presente che Eco si rivolge ad un pubblico americano, per cui alcuni riferimenti vanno compresi all’interno di questo quadro, così come è importante comprendere la distanza degli americani dal fenomeno specifico del fascismo italiano rispetto ad un quadro piuttosto generale del fascismo in Europa.

Il testo risulta utilissimo, a distanza di trent’anni, perché anche oggi vi è un chiaro tentativo di smontare il ruolo della Resistenza partigiana in relazione alla liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Su questo punto Umberto Eco è chiaro: per chi ha vissuto quel frangente storico il ruolo della Resistenza, fatta dai civili in armi, fu determinante nell’immaginario collettivo, giacché funzionò da stimolo morale e psicologico per la popolazione italiana.

D’altro canto, c’è una narrazione che fa della Resistenza un’esperienza tutta comunista, ma, ricorda l’autore, senz’altro i comunisti furono più numerosi nel combattere contro il nazifascismo, con il 50% della partecipazione nelle formazioni partigiane, ma vi erano diverse bandiere a lottare contro il regime. In particolare, Eco ricorda un personaggio ambiguo, Edgardo Sogno, un resistente monarchico anticomunista che poi, dopo la Resistenza, finì in gruppi di estrema destra e, in qualche modo, coinvolto anche nell’omicidio di Aldo Moro.

Tuttavia, il punto centrale dell’argomentazione di Eco sta nel tentativo di tracciare delle coordinate sempre valide per identificare una forma di fascismo strisciante, eterno, definito anche Ur-fascismo, che sia ben individuabile nonostante le differenze storiche e geografiche. È chiaro che, anche per quanto riguarda il fascismo legato a Mussolini, esso fu repubblicano e poi monarchico, anticlericale e poi ipercattolico, anticapitalistico e poi legato a doppia mandata al capitalismo liberale, di cui reggeva il gioco. E, allora, più che a complessi teorici, economici e ideologie ben definite, il fascismo potrebbe essere riconducibile ad altro, cioè: «ad una serie di abitudini culturali, una nebulosa di istinti oscuri e di insondabili pulsioni» (p. 19).

Pare, quasi, che il fascismo, diversamente dal nazismo e dallo stalinismo, che avevano delle ideologie di fondo, non avesse una precisa filosofia, ma solo retorica, sempre molto volubile. C’è da dire, però, che è opinione di Travaglio e anche di Canfora che il fascismo potesse contare su uomini di levatura culturale e intellettuali molto elevata e il riferimento cade non solo su Gentile, ma anche sul giurista Rocco, su Bottai e altri studiosi. Certo è che il fascismo fu il primo movimento negli anni ’20 a imporsi con un armamentario folkloristico nell’ambito dei movimenti di destra, sebbene come reazione al complesso ideologico comunista, con tutto il suo corredo stilistico e cromatico, e come elaborazione di una retorica che già D’Annunzio in Italia aveva avviato con l’esperimento di Fiume.

Al fascismo italiano si ispirarono poi Oswald Ernald Mosley in Inghilterra (fondatore nel 1932 dell’Unione Britannica dei Fascisti) e tanti altri soggetti politici in Lettonia, Estonia, Lituania, Pildusky in Polonia, Ferenc Szálasi in Ungheria (capo del Partito delle Croci Frecciate – Movimento Ungarista), Corneliu Zelea Codreanu in Romania (Fondatore e capo carismatico del Movimento Legionario, dal 1930 conosciuto anche con il nome di Guardia di Ferro), Bulgaria, Grecia, Iugoslavia, Francisco Franco in Spagna, Salazar in Portogallo, Norvegia e poi in America del sud a partire dagli anni ’60, quando si pensava di averlo sconfitto in Occidente.

Con “Totalitarismo fuzzy” Eco identifica quella nebulosa intorno alla quale il fascismo, inteso come opposizione e reazione al comunismo si va affermando in tutto il mondo. Curioso è il fatto che la Guardia di Ferro rumena sia ispirata da un antimagiarismo di fondo e che la corrispondente formazione fascista ungherese delle Croci Frecciate sia caratterizzata da un profondo sentimento antirumeno: si tratta della classica retorica che porta a privilegiare il proprio popolo o la propria nazione rispetto agli altri, con un evidente corto circuito logico e matematico, già esplicato dai postulati di Peano, per cui non è possibile avere due numeri 1, infatti ad 1 segue un altro numero diverso da 1.

E, allora, per cercare di comprendere il nocciolo del fascismo, Eco ricorre alla teoria dei giochi di Wittgenstein e alla nozione di “somiglianza di famiglia” tra diversi gruppi con componenti interscambiabili, ma mai tutti identici. Da qui si dipana l’elenco delle 14 caratteristiche che non devono necessariamente essere tutte presenti, ma basterebbe anche solo una di queste per riconoscere i germi del fascismo o di quello che Eco definisce Ur-fascismo:

  1. Culto della tradizione: il tradizionalismo è un tratto distintivo dell’Ur-Fascismo. La cultura moderna è sincretistica, quindi deve essere superata dal riferimento al passato. La verità è stata rivelata una volta per tutte e, di conseguenza, vi è stata una sola età dell’oro, cui bisogna far riferimento. Molti pensatori tradizionalisti sono stati guide intellettuali del fascismo, intriso anche di misticismo: Julius Evola, Renè Guénon, De Maistre, ecc.;
  2. Rifiuto del modernismo: è chiaro che l’accoglienza dei valori tradizionali comporti il rifiuto della modernità, sebbene questo non significhi rifiuto della tecnologia tout court, giacché fascisti e nazisti ne abusarono anche dal punto di vista medico con finalità decisamente amorali pervase da un profondo irrazionalismo antilluministico;
  3. Culto dell’azione: l’irrazionalismo incolto e triviale, che accusa sistematicamente tutto ciò e tutti/e coloro che producono cultura è un tratto distintivo del fascismo, che, proprio per questo, alla cultura oppone l’azione irriflessa, primitiva, impulsiva;
  4. Nessuna critica: il dissenso, il disaccordo, la dialettica, tutto ciò che consente di procedere nella conoscenza, generalmente inteso come spirito critico, non può essere accettato dal fascismo, che si pone dall’altra parte rispetto alla cultura scientifica, al progresso conoscitivo;
  5. Razzismo, paura della differenza: al di là dell’aspetto teoretico, anche concretamente la commistione, tutto ciò che genera ibridazione e mina l’identità mette paura, è così che si sviluppa la paura del diverso, dello straniero, la xenofobia che è la radice del razzismo;
  6. Appello ai frustrati: è interessante comprendere come si sposta l’elettorato verso destra in seguito all’appello ai frustrati che il fascismo muove con il mito dell’affermazione individuale, non collettiva. Sul disagio conseguente ad una crisi economica, antropologica, internazionale, identitaria, il fascismo trova terreno fertile per costruire identità;
  7. Ossessione del complotto internazionale e nazionalismo: proprio perché privi di una identità sociale, il fascismo offre un nemico, per cui si procede con la costruzione del nemico sia esterno, facilmente individuabile in un complotto internazionale, sia interno;
  8. Incapacità di valutare i nemici: i fascismi sono incapaci di valutare i nemici perché tendono all’esaltazione di alcune loro doti, come la ricchezza, la forza, la capacità intellettiva, ma al tempo stesso tendono a sottovalutarli per cercare di considerarli opposti e cercare di sconfiggerli;
  9. Guerra permanente e lotta al pacifismo: l’Ur-Fascismo inverte la “lotta per la vita” in “vita per la lotta”, perché il suo fine è la guerra. Da qui deriva il contrasto ad ogni forma di pacifismo, ma con una contraddizione di fondo, giacché nella retorica la guerra è invocata per la palingenesi, che implicherebbe però un’età della pace, incompatibile con il presupposto della guerra permanente, che porta soltanto alla distruzione;
  10. Disprezzo per i deboli: fa parte di ogni ideologia reazionaria l’elitismo. Le ideologie reazionarie e militaristiche hanno sempre disprezzato i poveri e i deboli, puntando alla supervalutazione di alcuni soggetti ritenuti “migliori”. Anche in questo caso, tuttavia, c’è una contraddizione di fondo: essere “migliori” significa che deve esserci qualcuno “peggiore” che deve soccombere. Inevitabilmente ogni ideologia gerarchica comporta l’esistenza di livelli diversi e ogni livello inferiore dovrà soccombere in questa logica di accettazione del fatto che il superiore è degno di onore e obbedienza, pena ricadere in una ideologia rivoluzionaria, dialettica, di ribaltamento della condizione materiale;
  11. Ciascuno è un eroe: l’educazione funzionale all’Ur-fascismo punta a creare eroi, cioè soggetti che non disdegnano la morte, anzi l’inseguono come obiettivo politico, sicché alla rincorsa dell’eroismo vi è allegato il culto della morte. La contraddizione, però, sta nel fatto che la morte, perlopiù viene procurata ad altri non a sé stessi;
  12. Machismo: la spiegazione del machismo insito nell’Ur-fascismo attinge al repertorio psicoanalitico; infatti, il culto dell’eroe e della morte in guerra sono giochi abbastanza difficili, che in fondo solo l’uomo può praticare. Anche la sessualità è un gioco difficile da praticare e spesso il maschio si rivela, in segreto, incapace, sicché il machismo dell’Ur-fascista è una forma di sostituzione del gioco sessuale; l’arma tra le mani è il sostituto del pene, che il maschio non può dominare bene o sa di non poter dominare bene, per cui il machismo non è che una forma virile di invidia del pene;
  13. Populismo qualitativo: per l’Ur-fascismo gli individui in quanto tali non hanno diritti, ma esistono in quanto popolo, soggetto con una voce collettiva. Il fatto stesso di ricorrere alla “voce del popolo” come espressione è sintomo di Ur-fascismo, mentre viene annullata qualsiasi minoranza o voce discordante;
  14. Neolingua: si fa riferimento a ciò che profetizzava Orwell in 1984, cioè una forma di lingua inventata, semplice da essere compresa da tutto il popolo con effetti immediati e che non comporti la necessità del ragionamento critico.

Per concludere, Eco ricorda che quando il fascismo fu sconfitto si cominciò anche a parlare di dittatura, a differenza del momento antecedente, e questo fa riflettere sul fatto che l’universo simbolico di un soggetto dipende dall’educazione e dal lessico assimilato.

Umberto Eco, Il fascismo eterno, La nave di Teseo, Milano 2018.

ML (30/08/2026) per Agorasofia


Qui trovi gli altri inviti alla lettura.

Qui la pagina Facebook di Agorà. La Filosofia in Piazza.

Lascia un commento