«L’attività frenetica, a scuola o in università, in chiesa o al mercato, è sintomo di scarsa voglia di vivere (…). C’è in giro molta gente mediocre, semi-viva, che a malapena è consapevole di vivere, se non nella ricerca di qualche occupazione», così scriveva Stevenson nel suo Elogio dell’ozio. De André, in un testo formidabile scritto con Paolo Villaggio, esaltava la libertà de il fannullone dalle convenzioni sociali. Carmen Consoli li vedeva da ’a finestra i lagnusi: genti spacinnata, sduvacata ‘nte panchini di la piazza, stuta e adduma a sigaretta. E oggi, potremmo chiederci con Kundera, dove sono finiti i perdigiorno di un tempo? Dove sono finiti ai tempi dell’Intelligenza Artificiale il flâneur, il perdigiorno, il fannullone, u spacinnatu, u vacabbunu? The passenger di Iggy Pop può ancora cantare con tono liberatorio: la la la la la la la la?
Perché è scomparso il piacere della lentezza? (…) Nel nostro mondo l’ozio è diventato inattività, che è tutt’altra cosa: chi è inattivo è frustrato, è costantemente alla ricerca del movimento che gli manca. Milan Kundera, La lentezza
Povera et nuda vai Philosophia,/ dice la turba al vil guadagno intesa. Francesco Petrarca, Canzoniere
Volge al suo ultimo giro di boa l’estate più calda degli ultimi millenni. Il caldo torrido ha ridotto molti di noi, nostro malgrado, all’inattività, condannandoci alla permanenza forzata di fronte alle pale del ventilatore di casa o a migrare verso mete più fresche e ingannevolmente a buon mercato: i centri commerciali. Altri, già abituati per arte antica, hanno continuato a non fare niente, crogiolandosi nel tempo perso.
aver tempo “perso”
Il concetto di tempo continua ad essere oggetto di molte attenzioni: dietro rinnovate crisi politiche e climatiche, non solo il pianeta continua a non aver tempo da perdere! ma anche noi, insignificanti individui barricati in pochi metri quadri di pavimento, viviamo l’ansia di essere costantemente in ritardo rispetto a impegni e scadenze che già sappiamo di dover posticipare. E così finiamo per somigliare sempre di più a quel tale che, per non arrivare in ritardo, si ferma lungo la strada a cercare il tempo perso, finendo così per accumularne dell’altro.
Chi di tempo ne ha perso tantissimo studiando l’inutile filosofia sa che il tempo perso non segue logiche quantitative e, in più, continua a sostenere che esso abbia, in effetti, un valore enorme per l’uomo, essendo indissolubilmente connesso alla riflessione, alla crescita personale, non ai ritardi ma all’attardarsi; il tempo perso è quello della strada più lunga, delle deviazioni non funzionali, dell’apparente improduttività, che si apre a soluzioni non previste e creative.
Per intenderci, è esso il tempo degli smarrimenti esistenziali, dei pomeriggi passati a pensare in cui fabbrichiamo il nostro mondo, in silenzio. Il tempo perso è il tempo lento dell’indugiare su poche parole del libro che stiamo leggendo. È il tempo perso a cercare la parola giusta. Un tempo tutto nostro, che ci ostiniamo a non voler delegare all’efficienza macchinina e impersonale, mentre cerchiamo di ancorare un dettaglio alla memoria.
lentezza e memoria: sentirsi insieme
Nel suo romanzo La lentezza, comparso in Francia nel 1995, Milan Kundera collega esplicitamente la lentezza alla memoria e la velocità all’oblio: «Prendiamo una situazione delle più banali: un uomo cammina per la strada. A un certo punto cerca di ricordare qualcosa, che però gli sfugge. Allora, istintivamente, rallenta il passo. Chi invece vuole dimenticare un evento penoso appena vissuto accelera inconsapevolmente la sua andatura (…): il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria; il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio» (p. 45).
Non è in gioco una cosa da poco: la memoria è la struttura della nostra personalità e, quando è condivisa, crea il legame tra le comunità, ma oggi somigliamo un po’ tutti a coloro i quali accelerano l’andatura pur di non vedere, pur di non ricordare. Dileguato il tempo della riflessione e della memoria, si dilegua anche il noi sacrificato all’altare di un io narcisista e cinico, impegnato in un frenetico fare (im)produttivo.
L’uomo flessibile, abitante inconsapevole del postmoderno, prodotto dall’incertezza e dall’ansia da prestazione – con associata frustrazione permanente – ha bandito il noi dal suo orizzonte sociale. Pensa all’insoddisfazione, alla frustrazione, all’alienazione e ai fallimenti come fossero suoi prodotti, sue responsabilità. Non ha la minima percezione delle strutture socioeconomiche che lo abitano e lo hanno progressivamente isolato. Per lui, l’idea di non aver tempo è divenuta un’ossessione, trasformata in compulsione nell’uso invasivo delle nuove tecnologie, e sembra aver dato il colpo di grazia alle residue possibilità di stabilire una continuità tra la sua storia e quella di chi gli sta accanto.
vivere frammentati, senza tempo da perdere
Nella società che idolatra l’uso funzionale del tempo, a dominare è la frammentazione: l’angosciante situazione di dover fare più cose nello stesso tempo, deteriora il tempo al rango di merce – quantificandolo, parcellizzandolo, consumandolo, comprandolo e vendendolo, distruggendolo nella sua indisponibilità. L’effetto più dirompente di ciò è la compressione delle nostre azioni – la praxis è ormai ridotta a mito insignificante – il loro svilimento ad atti anonimi e standardizzati. Un decadimento che sgretola la continuità narrativa rendendo la nostra vita, la nostra storia, simile alle asettiche pagine di un curriculum.
Il piacere di assaporare, ruminare, ciò che ci accade intorno, rendendolo significativo è ridotto a rarità: o è semplicemente scomparso o, tuttalpiù, è relegato a brevi – e perciò intensi, faticosi, agonistici – periodi di “vacanza” da una quotidianità irreggimentata da incombenze spacciate come improcrastinabili.
Così, la narrazione dell’uomo che lavora e perciò non ha tempo da perdere, in una rincorsa folle ad obiettivi di produzione impossibili da raggiungere, in quanto continuamente aggiornati al rialzo, si è trasformata in una variazione su tema drammatica, quella dell’uomo che deve recuperare il tempo perso…
inattività disperata ai tempi dell’AI
L’ansia che si percepisce in tutto ciò è di un tipo particolare. Non è febbrile. È mista allo scoramento, alla tristezza, è priva di speranza. Questa sensazione di dover recuperare tempo si è oggi saldata all’idea che ciò sarà possibile solo grazie ai prodigi della tecnica. L’Intelligenza Artificiale garantisce un futuro luminoso, raggiante e inumano. Essa si è presa tutto: dalla realtà, evaporata nei simulacri, ai sogni, rattrappiti nelle virtualità digitali. Si è presa anche il tempo, sia quello produttivo e ripetitivo sia quello improduttivo e creativo.
L’inattività pur coltivata dall’uomo ai tempi dell’IA, non ha niente a che vedere con l’inazione del flâneur di Benjamin: essa è di tipo funzionale, prevista e subordinata al sistema. Tutti lo sanno, perché lo sentono o perché sono a conoscenza degli effetti del capitalismo della sorveglianza, eppure nulla si muove: una rivolta, sempre possibile, non è neppure auspicata e queste passioni tristi, che ci fanno compagnia sempre, rappresentano la contropartita del patto scellerato firmato con la nuova tecnologia utile a rinnovare la nostra servitù volontaria. Ecco, credo si possa dire che tra gli effetti più innegabilmente negativi prodotti dalla scomparsa dell’ozio – della sua sostituzione con le pratiche dopaminiche del mondo digitale – il più importante in senso antropologico sia questo: la scomparsa della speranza.
fuga e speranza: il ritorno del tempo “perso”
L’uomo ai tempi dell’AI vive la contraddizione di continuare, come i suoi antenati, a inseguire la felicità, ma di non poter sperare altro rispetto a ciò che c’è già. Abbandonata l’utopia, subappaltati desideri e bisogni, le sue ricerche sono soddisfatte dall’OracoloGoogle. Nessuna gioia della scoperta, nessuna Odissea all’orizzonte.
Poter tornare a sperare significherebbe, in primo luogo, cominciare a coltivare nel tempo “perso” dell’inazione vie di fuga del quotidiano, che consentano di tenersi per sé un tempo irraggiungibile dagli algoritmi. Fuggire per vivere, dunque. Fuggire, e disperarsi anche nella fuga, per poter tornare a sperare e coltivare il desiderio. Vie di fuga per guadagnare spazi di lotta anticonformistica contro un potere impalpabile alle nostre coscienze annichilite. Perché «la fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio»*… se vale ancora la pena salvarli…
AP (25/08/2026) per Agorasofia
*H. Laborit, Elogio della fuga, Mondadori
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