Pubblicato su VicenzaPiùViva n. 41/gennaio 2026.
L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.
Devono averlo pensato e ripensato più volte i padri e le madri costituenti l’articolo 11 della nostra Costituzione, dopo la sciagura fascista che aveva trascinato l’Italia in una guerra sanguinosa, per di più accanto, sia dal punto di vista militare sia politico, ad una ideologia, quella nazista, razzista e sprezzante nei confronti dei diritti e dei principi fondamentali da garantire a tutta l’umanità. E, senza nulla togliere agli altri passaggi costituzionali, l’articolo 11 appare un vero capolavoro concettuale e lessicale, ragionato in maniera estremamente profonda con lo scopo di risanare le ferite che la guerra aveva lasciato.
È per questo che vale la pena richiamare per intero l’articolo 11, parola per parola, al fine di farne un’analisi approfondita e coerente con l’intenzione originaria di chi l’ha pensato: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo».
Ora, già quel “ripudia” esprime perfettamente tutto il dolore che devono aver provato coloro che si sono impegnati nella scrittura del documento, uomini e donne d’azione e di penna che hanno vissuto la guerra da vicino, subendone le conseguenze oppure investendo personalmente energie nella Resistenza, che per molti fu una Resistenza armata, non bisogna mai dimenticarlo, anche in virtù del fatto che, ad oggi, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) rimane un’associazione combattentistica.
Tuttavia, personificando l’oggetto del ripudio contenuto nel dettato costituzionale, è utile precisare che non si ripudia semplicemente qualcuno che si è incontrato al bar e con cui si è avuta una frivola discussione, ma propriamente si ripudia chi ha avuto un legame profondo con chi decide di prenderne le distanze. La guerra la si è conosciuta bene, la si è vissuta sulla propria pelle e proprio per questo per i padri e le madri costituenti il ripudiare è un atto definitivo di allontanamento di carattere giuridico, innanzitutto, ma anche profondamente emotivo, da ciò che ha fatto parte, malgrado sé stessi, del proprio passato, della propria eredità personale.
In secondo luogo, occorrerebbe prestare attenzione al passaggio successivo, cioè quello che sostanzia l’oggetto del ripudio, vale a dire la guerra. Ciò da cui occorre prendere le distanze mediante il ripudio è, in sostanza, una definizione ben precisa di guerra, intesa come “strumento di offesa alla libertà degli altri popoli” e come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Si tratta di due passaggi che meritano un approfondimento storico e giuridico.
Per comprenderne il significato, infatti, vale la pena ricordare che già il filosofo Immanuel Kant aveva scritto nel 1795, all’indomani della Pace di Basilea del 5 aprile 1795 che concluse la guerra tra Francia e Prussia, un piccolo trattato giuridico con articoli contingenti e articoli definitivi con lo scopo precipuo di bandire la guerra delle occupazioni dell’umanità e pensare ad un modo per costruire una Pace perpetua, titolo della sua opera. In quel testo Kant scriveva al secondo articolo: «Nessuno Stato indipendente (piccolo o grande, qui è lo stesso) deve poter essere acquistato da un altro Stato per eredità, scambio, compera o donazione», e poi al quinto articolo scriveva: «Nessuno Stato deve intromettersi con la forza nella Costituzione e nel governo di un altro Stato». In queste due proposizioni Kant lasciava intendere che nel momento in cui si costituiscono degli Stati autonomi, egli pensava a formazioni repubblicane, non è più pensabile dal punto di vista giuridico e razionale intromettersi negli affari di un altro Stato sovrano, a meno che non si voglia rasentare la follia, l’irrazionalità, che poi, in effetti, è l’unico modo per definire in maniera pregnante la guerra.
Non a caso, quando si pose fine alla Grande guerra nel 1918, il presidente americano Thomas Woodrow Wilson, tra i 14 punti del progetto che egli propose per la ridefinizione dell’ordine mondiale all’insegna della pace, affermò chiaramente il diritto dei popoli all’autodeterminazione, vale a dire la facoltà dei popoli di decidere autonomamente come autorealizzarsi in base alle aspirazioni di indipendenza nazionale, ma, soprattutto, per ultimo, Wilson propose: «Un’associazione generale delle nazioni dovrà essere formata in base a convenzioni speciali, allo scopo di fornire mutue garanzie di indipendenza politica e di integrità territoriale ai grandi come ai piccoli Stati».
Con queste premesse il 28 aprile 1919 nasceva la Società delle Nazioni, un progetto definivo per la risoluzione di tutte le controversie tra gli Stati con gli strumenti della diplomazia e non più mediante le armi, peccato che gli stessi Stati Uniti poi nel 1920 decisero ufficialmente di non aderirvi. Tuttavia, nel giugno del 1945, alla fine della Seconda guerra mondiale, prima ancora che venissero stilati i trattati di pace, venne istituita l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) con 51 Stati aderenti e la prima Assemblea generale si tenne già nel gennaio del 1946. Non solo, il 16 novembre 1945 veniva firmata la Costituzione dell’UNESCO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura), che entrava in vigore il 4 novembre 1946 con un documento che resta insuperato sul versante del pacifismo mondiale, infatti, mentre vibra in tutte le sue parte il “mai più” alle guerre, si afferma che: «una pace basata esclusivamente su accordi economici e politici tra i Governi non raccoglierebbe il consenso unanime, duraturo e sincero dei popoli e che, per conseguenza, detta pace deve essere fondata sulla solidarietà intellettuale e morale dell’umanità».
Si comprende, allora, l’orizzonte teorico e la direzione politica del dettato dell’articolo 11 della nostra Costituzione, che arriva alcuni anni dopo la nascita dell’ONU e dell’UNESCO e lo sostiene vigorosamente, soprattutto nell’ultima parte della proposizione.
È evidente che con quel passaggio gli autori e le autrici abbiano voluto affermare in maniera incontrovertibile il primato della democrazia sulla violenza arbitraria, la necessità della diplomazia sulla guerra, dal momento che la politica stessa si qualifica come tale proprio ponendo un punto fermo e definitivo sulla guerra: una società militare e militarizzata è l’esatto contrario di una società civile e politica. Il primato della politica e della diplomazia nella risoluzione delle controversie internazionali è esattamente l’evoluzione civile dello stato di guerra, regno del dominio della barbarie e della forza, dell’arbitrio.
ML (gennaio 2026) per VicenzaPiùViva
