«Una cosa spirituale. Non fare niente e altre forme d’arte». Un invito al viaggio in quello sconfinato campo di idee di Vasco Brondi

Questo che state per leggere è un invito alla lettura, ma è anche un invito all’ascolto. In primo luogo, perché la prosa di Una cosa spirituale, l’ultimo libro di Vasco Brondi in libreria dal 14 aprile, ha in sé qualcosa di indiscutibilmente musicale. In secondo luogo, perché credo sia l’ascolto la dimensione alla quale tutto il libro inviti. Dentro ci sono mille maestri e vite in cerca di risonanze e connessioni. Ci sono parole in rilievo, aforismi, poesie, ricordi e racconti. Ci sono viaggi, incontri, esperienze ed esperimenti. C’è il nostro tempo feroce, che sbiadisce e quasi soccombe, annichilito fatalmente dalla voglia di sentirsi vivi insieme agli altri. C’è la pratica della meditazione come via senza una meta precisa. C’è una rivendicata conquista dell’inutile e c’è l’arte che riesce a salvare, recuperando il piacere della condivisione…

come un fan

Mi sono fatto l’idea che Vasco Brondi riesca a diffondere attorno a sé e alla sua arte un’atmosfera di contagiosa positività. Racconto tre episodi che supportano (non smentiscono, ma ovviamente non confermano, eh!) questa idea. Martedì 14 aprile mi reco in una libreria del centro di Vicenza all’orario di apertura. Ho addosso fin dal mattino una sensazione che riconosco essere identica a quell’emozione infantile di chi sta per ricevere un regalo.

Già questo mio stato d’animo mi sembra strano, fuori luogo. Ci rifletto un po’ su, ma questa sensazione non si muove da lì ed è bello sentirsi così. Me ne faccio una ragione, penso: oggi esce «Una cosa spirituale. Non fare niente e altre forme d’arte», scritto da Vasco Brondi e io, alla mia veneranda età, mi comporto proprio come un fan, pronto a far la fila in libreria per guadagnarmi la mia copia! So già che un’altra mi arriverà a casa nel pomeriggio, ma l’intenzione è di regalarla a L. e poi questo attendere inaspettato, mi sono detto, ha bisogno di un rito più antico, qualcosa di fisico. Un fan, quindi, ridicolo e poetico insieme.

La fila in libreria, ovviamente, non c’è. Cerco tra le novità dei saggi, recupero rapidamente una copia di Materialismo gotico di Mark Fisher – inconsciamente, rifletto poi, voglio che qualcosa faccia compagnia (una nemesi, un’antitesi?) a Una cosa spirituale. Quindi, un po’ incerto, ma fiducioso, chiedo in cassa il testo di V.  La libraia lo trova tra i testi appena arrivati: “Ne abbiamo quattro copie, questa è la prima – legge, sottovoce: Una cosa spirituale. Non fare niente e altre forme d’arte… che bello – respira e sorride. 

Credo che il pregio delle ultime opere di V., e in particolare di questo ultimo oggetto non identificato appena pubblicato, sia quello di saper creare uno spazio magico – un respiro, quasi un sollievo, che anticipa una benevola apertura tutt’intorno – una disposizione, anche solo attraverso le poche parole di un titolo, all’ascolto, che è, in fondo, un invito al viaggio.

invito al viaggio

Ti invito al viaggio
In quel paese che ti assomiglia
tanto, così canta Franco Battiato in un brano che mi ritorna in testa dopo aver chiuso l’ultima pagina di questo libro originale, perennemente in bilico tra l’autobiografia personale e collettiva. 

Certo, Battiato è citato molto spesso nel testo, ma probabilmente quella canzone e quel verso in particolare mi tornano in mente perché la prosa di Vasco Brondi è qui di una sincerità disarmante e tutte le tracce di sé che dissemina nel testo finiscono per disegnare ampi confini di un paese dell’anima che ci somiglia davvero.

I maestri che lo hanno accompagnato nella sua vita umana e artistica lo seguono anche nella scrittura del libro e fanno capolino in modo meravigliosamente caotico. Come nella poesia di Baudelaire, sembrano giunti da tutto il mondo per appagare i suoi desideri di ricerca interiore e creatività. 

Fin dall’inizio chiarisce: «Questo è un viaggio tra mistici, filosofi, artisti, e il loro spostarsi tra il terreno e l’ultraterreno nel processo creativo». Quindi, insieme a monaci, maestri zen, grandi mistici, filosofi, poeti, artisti e musicisti straordinari, V. ci guida in un viaggio interiore, certo, ma anche fisico, pieno di soste – pause in luoghi abituali che diventano stranianti o in mondi lontanissimi improvvisamente familiari – per raccontarci dei «metodi per vivere e creare a modo proprio, al di là del mercato, per parlare con l’invisibile e per raggiungere gli altri. Per fare della creatività una cosa spirituale» (p. 7).  «Cacciatori magici» che hanno fatto della loro vita «un rito sacrificale, come la vita di tutti noi che cerchiamo di lasciarci dietro una scia luminosa» (p. 146).

ossimori apparenti

Sono in debito di un secondo racconto che confermi il senso di benessere emanato dalle parole che Vasco Brondi sceglie con cura da più di vent’anni di carriera artistica. Sono seduto, in una pausa tra una lezione e un’altra, e ho già cominciato a leggere Una cosa spirituale, quando una collega mi vede e mi chiede con tono scherzoso – e tu, cosa ci fai qui a non fare niente? Ovviamente, le ho mostrato quanto avesse ragione svelando il titolo del libro. Lei ha sospirato, ha sorriso e detto: che bello…

La prima cosa che colpisce è il titolo, già una bella canzone di V., alias Le luci della centrale elettrica, contenuta nell’album Costellazioni. In quel brano era un braccialetto di conchiglie senza valore ad essere, più che altro, una cosa spirituale.

Il titolo, dicevo, scuote, perché carico di ossimori apparenti, ma è una scossa che non strattona, risveglia con delicatezza. In fin dei conti, lo capiamo subito, siamo abituati a pensare allo spirito come una non-cosa, ma fare una cosa spirituale non è il tentativo di oggettivare l’ineffabile, piuttosto corrisponde all’urgenza di riavvicinarci a ciò che altrimenti sfugge via, ossia allo stretto legame tra corpo e spirito.

Vasco Brondi lo spiega in tutto il testo che «noi non coincidiamo con i nostri pensieri – possiamo osservarli e lasciarli scorrere […] spostare la prospettiva dal “penso dunque sono” al “sento dunque sono”. Riportare l’attenzione al movimento naturale del respiro, alle sensazioni del corpo, ai suoni, agli odori. Riprendere i sensi» (p. 45). 

Ci sono modi diversi modi di meditare, ma tutti hanno a che vedere con la pratica della meditazione, che coinvolge il corpo: «”99 per cento pratica e 1 per cento teoria” […]. Mi interessava che in queste discipline si parta dal corpo per arrivare alla mente» (p. 97). Nella pratica della meditazione sono gli atti del corpo, ciò che resta in un luogo ed è contemporaneamente altrove, ciò che è apparentemente immobile e invece è febbrilmente scosso, a permettere di recuperare una dimensione del profondo capace di darci «sorprendenti notizie di noi stessi» (p. 17). Si tratta di atti inutili, dunque, che non hanno niente a che vedere con la frenesia del fare, perché essa non crea nulla di nuovo (p. 22), e che aprono nuovi spazi di creatività.

non fare niente in uno sconfinato campo di idee

Vasco Brondi ci concede di guardare più da vicino all’interno del suo sconfinato campo di idee. Ci ricorda l’importanza di dire grazie, di comprendere che la più grande illusioneallucinazione delle nostre vite fintamente iperconnesse, è sentirsi non-insieme, separati dagli altri. Ci conferma che alla cura serve il silenzio. E che la scrittura stessa è una forma del tacere, così come ogni forma artistica.

L’intreccio tra arte e meditazione è un filo rosso: «L’arte e la meditazione hanno in comune la possibilità di essere celebrazioni dei momenti trascurabili. Proprio quando non succede niente possiamo sentire i movimenti tellurici più profondi» (p. 112). Non fare niente – di produttivo, badiamo – coltivare maniacalmente l’attenzione per ciò che è superficiale, insignificante – stigmatizzato come tale solo perché ritenuto inutile – fare vuoto e «rimanere appostati» (p. 77) – per vederlo finalmente dissolvere questo materialismo ingombrante – ci introducono al nostro sconfinato campo di idee, mostrandolo vicino, sia mentalmente che fisicamente, perché è la nostra dimora quotidiana.

Sono questi atti, diversissimi per ciascuno di noi, improbabili rituali che ci connettono a qualcosa di più ampio rispetto a ciò che pensiamo(di sapere), ad aprirci alla creatività, all’inedito, proprio a partire da una apparente ripetizione routinaria. Per V., quindi, risulta del tutto evidente che nell’epoca del materialismo – quello gotico delle piattaforme, dell’IA, della guerra trasmessa in diretta, grazie Fisher! – «la creatività è, da sempre, una cosa spirituale, un cortocircuito» (p. 4) – grazie Vasco!

in fine.

Alla fine, quando chiudo il libro, ripenso al terzo episodio di cui vi sono ancora debitore, che conferma (suvvia tre prove basteranno, no?) l’idea che ascoltare Vasco Brondi faccia bene davvero. E allora ritorno al 14 aprile, L. rientra a casa dal lavoro ed io le dico che le ho preso un regalo, per condividere una cosa spirituale – cos’altro è, in fondo, un libro? – Lei guarda le due copie, legge la dedica sulla sua, sorride, mi abbraccia forte e mi dice, più piano: che bello…

AP (18 aprile 2026) per Agorasofia

Alcuni passi scelti commentati da Vasco Brondi puoi ascoltarli nella puntata spirituale del podcastParlarne tra amicidi Daria Bignardi.

Vasco Brondi, Una cosa spirituale. Non fare niente e altre forme d’arte, Einaudi, Torino, 2026.

Mark Fisher, Materialismo gotico. Vivere e morire al tempo delle macchine, Einaudi, Torino 2026.

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