Questa riflessione parte da un testo inconsueto di Jacques Derrida, Et cetera (and so on, und weiter, et ainsi de suite, etc.), Castelvecchi, Roma 1996, piccolo gioiello di decostruzione, ҫa va sans dire, questa volta della lingua. Le particelle che sono indicate fra parentesi nel titolo del piccolo, ma densissimo libro, sono categoremi del secondo ordine. Non appartengono semplicemente a una categoria grammaticale (congiunzioni, avverbi, preposizioni), non sono solo particelle di cui si può fare distratta omissione. Si tratta di sin–categoremi, dove il prefisso è lo stesso sin-tagma, sin-tassi, ed è portatore di una ontologia, di una origine e funzione di grande importanza.
Lo sguardo critico del filosofo diventa un alleato del linguista che si occupa di come venga organizzato un testo, un discorso. Testo che si manifesta come un fenomeno di tessitura, trama e ordito, fili verticali, orizzontali, trasversali. La tessitura è garantita proprio da quelle parole, quei vocaboli che non hanno significato proprio, sono vuote, nodi di raccordo apparentemente solo paratattico.
A scuola ci hanno insegnano a diffidarne non appena siamo stati in grado di scrivere autonomamente un testo che mirasse a qualche complessità di espressione del pensiero. Eppure, questi segni hanno un ineludibile rilievo sin–tattico, lavorano alla costruzione ipotattica, sono condizione e garanzia di un modo di incassare le frasi, si rompere la chiusa monotonia della cosiddetta frase semplice, di costruire proposizioni complesse. Raffaele Simone scrive nella introduzione di Fondamenti di linguistica dedicata ai linguisti di professione che «[…] l’intenso sviluppo di elaborazioni teoriche ha finito per oscurare i fatti […rendendo] meno facile dire quali siano i fenomeni» (Laterza, 1990, p. VIII). Nella seconda introduzione dedicata ai non specialisti, continua: «lo scopo di questo libro è avviare il lettore a pensare la linguistica, cioè a guardare alle lingue come insiemi di meraviglie e di stranezze nelle oscillazioni fra principi generali ed esempi» (Ivi, p. XIII). Meraviglia per l’eccetera? Anche.
Faccio un inciso. Dei punti di attacco fra le parole scriveva anche Lucien Tesnière, nella sua grammatica valenziale, chiamando in causa i legami della chimica: ogni di, a, da, in , con, per, su, tra, fra come li abbiamo imparati a cantilena da bambini/e, sono modalità di saturare i verbi legandoli, in diversi risultati di composto, alle parole che seguono (Elementi di sintassi strutturale, Rosemberg & Sellier, 1999). Così come i pronomi legano e slegano i soggetti delle azioni, sono funzione della coerenza e della coesione del tessuto testuale. Di dimostrativi e pronomi dimostrativi si occupò la logica di Willard Quine e di Bertrand Russell, fra ambiguità e funzionalità come indicatori. La completa asciugatura della genericità dei nomi comuni finiva – nelle maglie della logica – per essere un gioco di connotazione e denotazione: questo, quello unici indicatori certi, perché dire uomo è dir poco, o nulla.
Tornado al testo di Derrida. Quale fantasma si cela in quell’eccetera abbreviato, dopo la virgola? Nel latino, riportato nel titolo, appare il revenent: cetera, il ceterus è altro, ancora l’Altro. Di questo svelamento che, come in tutti misteri, non svela, ma conferma la misteriosità dell’assunto solo intuibile, si snoda l’argomentazione del libricino. La decostruzione, che fu capace di generare critiche e malintesi, secondo Derrida deve perdere l’articolo (altra paroletta in molte lingue indispensabile, in altre usata con parsimonia, oppure evitata, sostituita): «Non andrebbe mai detto […] “la” decostruzione […essa] è sempre plurale, se ci sono decostruzioni di volta in volta diversamente segnate, allora ritorna il dilemma socratico; cos’hanno in comune?» (p. 50). Metodo, tecnica, procedura che è evento e stile del suo pensiero. Stile per una nuova attenzione alle grammatiche, ai processi semiotici che garantiscono il discorso, ai tratti sopra-segmentali, agli accenti, alle stesse virgolette apicali/caporali, ai corsivi che evidenziano, ai grassetti che gridano, a tutti quegli elementi del carattere grafico, ma anche delle intonazioni nell’oralità, a tutta l’attrezzatura che fa della forma il contenuto, il veicolo di senso, nella prepotenza del significante, vero tiranno per Jacques Lacan.
Torno alla paroletta protagonista del testo, la “e” in funzione di congiunzione. I riferimenti a Edmund Husserl sottolineano come la sua fenomenologia sia assai preoccupata di mantenere pulito il fenomeno linguistico, eliminando le anomalie che sottraggono ai segni la loro caratteristica di veicolare la comprensione. In fondo, sembra suggerirci Derrida, anche Husserl operò una delle possibili decostruzioni plurali, che altro non sono se non il compito stesso della filosofia, non più o non solo della linguistica specialistica, dell’esegesi, dell’interpretazione, di tutto il lavorio per rendere conto di un fenomeno.
Si tratta allora, attraverso le procedure decostruttive, non di asciugare l’analisi del discorso per trovare una qualche verità, una qualche consapevolezza senza scarti. Alla lingua va, anzi, restituito il suo potenziale barocco, vanno considerate le voragini di senso di Jorge Luis Borges, la vertigine della lingua del pazzo e la premura sottile del filologo. Un lavoro paradossale, certo. In questo approccio la “e” congiunzione ripete ed esaspera il testo, come del resto fa la “o” di vel e di aut, la barra e/o, una cosa e l’altra: non c’è nella lingua un bianco aut nero, ma sfumature, marezzature. Gregory Bateson la chiamava l’arte del moiré, della combinazione per cui «due strutture combinate ne generano una terza e creano una nicchia nel fenomeno abituale» (G. Bateson, Mente e Natura, Adelphi, Milano 1984 p. 119). Le identità certe sono dislocate, ricollocate, sono oggetto di impossibili de–finizioni.
Dopo aver provato a dire cosa mi affascina e mi stordisce di questo piccolo lavoro, tento di spiegare perché leggendolo e rileggendolo lo sento dedicato a me che sono stata maestra, che ho insegnato a schiere di bambini a leggere e a scrivere. La mia attenzione si sposta, fa un salto di piano logico, arriva a un libro e a una ricerca che si occupano di come i bambini e le bambine acquisiscono le regole della grammatica della Lingua Materna e, quando è necessario, della lingua del Paese di elezione (spesso obbligata nell’attuale fenomeno delle migrazioni), nel rapporto con quella nativa, con il lessico famigliare di altra provenienza geografica e umana. Il libro è di un maestro, Giuseppe Faso. La ricerca è frutto di un lavoro sulla comunità cinese di Prato, sulle difficoltà affettive e cognitive che incontrano i minori a scuola, soprattutto nella comprensione della grammatica italiana (G. Faso, Le regole non piovono dal cielo. Grammatiche immaginarie, Pungitopo 2026; a cura di Caterina Benelli e Alan Pona, Costruire sistemi inclusivi. Percorsi educativi, didattici ed etnoclinici nelle scuole plurali di Prato, 2020, scaricabile in Anthology Digital Publishing https://anthologydigitalpublishing.it). Molti elementi fanno da legame fra i due lavori.
Faso parte dall’assunto incontrovertibile che la Lingua Materna non si insegna. Si nuota fin da subito nel bagno linguistico delle relazioni famigliari, dal lallare con la madre-nutrice, alla scelta – fra i mille possibili fonemi disponibili – di quelli che caratterizzano la lingua parlata in casa; dai dialoghi surreali che guidano i giochi proiettivi alle prime forme di lingua sociale a scuola. Solo che qui, arrivano i problemi, e non solo per gli alunni alieni, scrive Faso. Le regole grammaticali, che i bambini imparano intuitivamente, si fanno prescrizioni a cui obbedire. I bambini imparano fin dalla primissima infanzia a coniugare i verbi senza conoscere le coniugazioni recitate, come dimostrano i numerosi casi di ipercorrettismo che portano a normalità quelle eccezioni che solo l’uso e la regola insegneranno ad accettare, naturalizzandole. Ma la grammatica con le sue classificazioni diventa presto, nelle aule, parte integrante della scuola-caserma, dell’ortopedagogia del professore purista, del maestro preoccupato per il dettato senza le “h” e senza la geminazione delle doppie consonanti, esperti del valutare e del punire.
L’errore va individuato ed emendato, anche a costo di esercizi ginnici di didattica della lingua. Lo sbaglio perde la sua ricchezza di devianza utile, di possibilità di indagine per scoprirne l’origine, l’opportunità di farne oggetto di discussione e di giudizio condiviso con gli altri. Il testo di Faso si snoda in ventuno capitoli che analizzano, con molta carica ironica, altrettanti svarioni grammaticali, anche quelli tipici delle diversità dialettali, regionali, di cui molti scrittori hanno fatto un tesoro di efficacia espressiva. Una nota a fine testo, Grammatica e immaginario politico, Sergio Bontempelli, torna alla scuola caserma, alle sue armi fatte di norme e obbedienza, in cui anche “il trapassato remoto del verbo essere” che nessuno userà mai, può costare la cella di rigore. Nell’appendice titolata Straniamenti. E par malato tutto ciò che esiste, Faso conclude il testo proprio invitando alla meraviglia che i più piccoli, e gli adulti che imparano la nostra lingua, devono avvertire, a scuola primaria e nei corsi serali, per la stranezza della grammatica, per la meta-riflessione sul fatto semplice che si parli e che si scriva.
La ricerca condotta a Prato non evidenzia solo il rischio di standardizzazione e di perdita della vivacità linguistica nel bambino, ma di un di più: “l’effetto di patologia che si cela nell’oblio obbligato della lingua materna e dell’accesso difficile a quella ufficiale”. Ufficialità militare, ripeto io, che obbliga a un’espressione monca, quando non al silenzio delle emozioni, blocca la possibilità di esperire, di imparare. Nel mutismo, ci palesa l’idiozia come mancanza della parola.
Le decostruzioni care a Derrida che, come ho scritto più su, per un effetto di una specie di metonimia dei riferimenti, mi hanno portato a stranianti accostamenti, sono forse per gli specialisti e gli esperti un piccolo scandalo teorico, da derubricare subito come indebita intromissione nelle faccende serie di una non addetta ai lavori. Uno scandalo politico e, si parva licet, come i molti che perpetrò Derrida su Marx, su Hegel: turbative e turbolenza di un pensiero mai pacificato.
Jacques Derrida, Et cetera (and so on, und weiter, et ainsi de suite, etc.), Castelvecchi, Roma 1996
RP (28/05/2026) per Agorasofia
