Le competenze in Storia? Preferiamo che ad indicarcele sia Eugenio Montale

Senza girarci troppo intorno, ci siamo fatti l’idea che le bozze delle Nuove Indicazioni Nazionali per i Licei, più che «un passo significativo nella ridefinizione del secondo ciclo di istruzione», più che «un ripensamento strutturale della funzione formativa del Liceo, del rapporto tra discipline e tra scuola e società», come leggiamo dal comunicato trionfalistico del Ministero dell’Istruzione e del Merito, esprimano una mera “intenzione, utile semmai al Governo, in primo luogo per provare a chiarirsi le idee rispetto alla propria fumosa Weltanschauung, in equilibrio precario tra neoliberismo capitalistico e sovranismo conservatore, in secondo luogo per poter affermare, anche lui come tutti gli altri Governi, di essersi occupato della scuola! E, a ben vedere, non potrebbe essere altrimenti, se pensiamo, ad esempio, al pretestuoso nazionalismo, in continuità con quanto già emerso nelle Indicazioni nazionali del primo ciclo, e alla presunta, ma rivendicata con orgoglio, superiorità occidentale, elementi avallati, in particolare, nella sezione “Perché studiare la Storia“.

Eppure, tale rivendicazione, oltre che pretestuosa e infondata, risulta infine oltremodo sbiadita, allorquando sfuma nell’appiattimento della Scuola pubblica agli interessi di Piattaforme proprietarie. Il fatto è che questo resuscitato e posticcio desiderio di conoscenza della storia del proprio Paese sembra più simile ad un amor di Patria-Google o Gemini o Copilot… e che anche la tanto celebrata svolta STEM (o STEAM? Non si capisce!), mentre coltiva una strumentale e pericolosa scissione tra discipline scientifiche e discipline umanistiche, cela, neanche troppo bene, sotto forma di formazione docenti, una poderosa spinta all’uso dell’IA proprietaria senza calibrarne in modo adeguato le conseguenze (per provare a capire qualcosa di più degli intenti aggressivi di Big data nell’ambito scolastico basterebbe provare a seguire qualche corso di formazione di IA Basta!).

Proprio l’Intelligenza Artificiale compare trionfale nel documento delle NIN, deus ex machina miracolosamente in grado di garantire un approccio critico ed evitare che a scuola si cada nella faziosità: «L’intelligenza artificiale può essere utilmente impiegata come strumento di supporto alla didattica della storia, in particolare per sviluppare strategie immersive e laboratoriali che favoriscano la comprensione critica dei processi storici. Tra queste rientra, ad esempio, l’elaborazione di scenari di storia controfattuale, finalizzati a rafforzare la consapevolezza del nesso tra contingenza e causalità e a evitare forme di determinismo storico, nonché la simulazione di interazioni con attori e personaggi del passato, utili a stimolare l’analisi delle fonti, dei contesti e delle mentalità» (p. 21).

Poste queste necessarie premesse, che spalancherebbero la discussione su ciò che vorremmo fossero le priorità della Scuola pubblica, interessata allo sviluppo di una società civile, ciò che vorremmo registrare, unendo la nostra voce a quella di tanti/e professionisti/e della scuola che in questo mese trascorso dalla pubblicazione delle NIN si sono impegnati/e nel far notare delle ControIndicazioni alle Indicazioni del MIM, è che anche noi pensiamo che lo studio della Storia sia fondamentale. E questa idea, tra l’altro, la condividiamo con il Ministro dell’Istruzione e del merito Giuseppe Valditara, avendola egli dimostrata nei fatti, dedicando alle motivazioni dello studio della Storia un vero e proprio profluvio di parole, non paragonabile con le altre discipline.

Ciò che non possiamo condividere, tuttavia, è proprio il senso che il documento attribuisce allo studio della Storia nella formazione liceale e più in generale nella Scuola secondaria. Nella sezione Obiettivi generali e competenze, alla storiografia, allo studio delle fonti, agli approfondimenti circostanziati, alle implicazioni e alle connessioni che fioriscono dalla lettura condivisa di documenti e cronache vengono dedicate una manciata di parole: «Uno spazio adeguato potrà essere riservato ad attività che portino a valutare diversi tipi di fonti, a leggere documenti storici o confrontare diverse tesi interpretative», laddove, come scritto sopra, l’IA si prende tutta la scena e non è per niente chiaro cosa sia questo spazio adeguato.

Tutto ciò che abbiamo appreso dalle lezioni magistrali di chi ci ha introdotto prima allo studio e poi al lavoro dello storico (che è colui che si sporca le mani coi documenti d’archivio) nelle NIN cede il passo al racconto moraleggiante, alla sintesi preconfezionata dal retrogusto etico: «lo studio della storia deve essere considerato come l’occasione per entrare in contatto con le ragioni, le illusioni, le speranze e spesso i tragici errori che hanno guidato gli esseri umani»…detto poi da coloro che ancora non riescono a pronunciare la parola “genocidio” per il popolo palestinese suona anche beffardo!

Del resto, noi davvero vorremmo capire a chi dobbiamo cotanta eccelsa comprensione dell’età evolutiva che si legge nella frase d’esordio del documento: «Se nell’età della scuola dell’obbligo lo studio del passato cui è dedicato l’insegnamento della storia può facilmente apparire all’allievo come qualcosa di sostanzialmente remoto dalla propria esperienza, è invece quando egli giunge all’adolescenza e alla prima giovinezza che un tale insegnamento acquista per intero significato e importanza» (p. 20). Pur non volendo approfondire la questione strettamente pedagogica sottesa a questa affermazione lapidaria, che rimanda la comprensione effettiva del valore della storia alla prima giovinezza (sic!) – come se il/la bambino/a debba essere inteso come pura potenza – nelle NIN la sezione Perché studiare la Storia sembra trasformarsi, senza una giustificazione ragionevole, in Perché studiare la storia italiana e occidentale. E le risposte sono, infatti, da Psicoistruzione:

  • In primo luogo, perché non si può studiare bene tutto (suvvia!): «Come sarebbe disperata l’impresa – infatti mai suggerita da alcuno: e ci sarà una ragione! – di estendere ad esempio lo studio della letteratura, oltre che alla letteratura italiana a quella non si dice dell’Islam o della Cina ma neppure della Spagna o della Scandinavia. Anche da qui la scelta, dunque, di incentrare lo studio della storia sulle vicende della nostra Penisola e di quell’area geografico-culturale che è l’Europa e l’Occidente in genere» (p. 20).
  • In secondo luogo, perché occorre soddisfare gli interessi delle/gli italiane/i e di chi risiede in Italia, e quali debbano essere questi interessi è chiaro a tutte/i: «appare abbastanza ovvio che a dei giovani italiani o residenti in Italia, la cui vita si svolge in un contesto ambientale plasmato e definito dalla storia italiana, sia specialmente tale storia che possa e debba interessare» (p. 20).
  • Infine, perché la storia dell’Italia e dell’Occidente ha un oggettivo rilievo nella vicenda mondiale, avendo dato al mondo intero tanti mirabili contributi – Quali? Le crociate? Il colonialismo? La tratta degli schiavi? La caccia alle streghe? La censura? I tribunali speciali? Le guerre mondiali? La bomba atomica? Le mafie? I terrorismi? I genocidi? Il razzismo? Ma no! Basterà citare: «le forme universalmente adottate della moderna statualità, le premesse teoriche della ricerca e del progresso scientifico, le fondamenta dei diritti della persona umana e delle sue libertà; e da ultimo il concetto stesso di storia che è il nostro» (p.20) – Ah, però!

A noi sembra che l’intenzione del Governo, posta all’interno di queste Indicazioni in tutta franchezza imbarazzanti, sia quella di costruire una narrazione antistorica, passatista, chiusa, quasi impermeabile alle sfide glocali poste – da sempre, non solo oggi – dalle inevitabili contaminazioni della storia, delle storie. Questa impostazione ci sembra peraltro offensiva rispetto al lavoro calibrato con cui gli/le insegnanti tentano, con pochissime ore alla settimana e tantissimi studenti/sse in classe, di restituire il lavoro dello storico all’interno delle narrazioni proposte. E, inoltre, questa deminutio è offerta da un Governo, che, rispetto alla vastità del mondo, si chiude a riccio, fragile e timoroso, arroccato in ciò che pensa di sapere di sé, dello Stato che rappresenta e della presunta italianità.

Anche in questo caso, come abbiamo già avanzato per l’insegnamento della Filosofia, non possiamo che richiedere e a gran voce un maximum di Storia, un’estensione della sua presenza e della sua portata ri-formatrice. Alle Nuove Indicazioni preferiamo, quindi, approcci differenti, quelli ricavati dalla formazione seria e scrupolosa che abbiamo ricevuto e che vorremmo poter continuare a trasmettere all’interno dell’ora di lezione.

E così, chiudendo questa disamina, ci permettiamo di consigliare agli estensori delle bozze di rileggere una poesia di Eugenio Montale, solo per alleggerirsi d’animo, magari, oppure per capire qualcosa di più sulle competenze in Storia, sul fatto che, ad esempio, «La storia non è prodotta da chi la pensa e neppure da chi l’ignora» e che, per quanto possiamo sforzarci di darle un senso univoco, la Storia «Lascia sottopassaggi, cripte, buche e nascondigli» all’interno dei quali far albergare una coscienza civile plurale, libera e consapevole…proprio mentre la coscienza politica, o della politica, sonnecchia!

I
La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
In ogni caso
molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo,
nulla che in lei borbotti
a lento fuoco.
La storia non è prodotta
da chi la pensa e neppure
da chi l’ignora. La storia
non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a poco, non procede
né recede, si sposta di binario
e la sua direzione
non è nell’orario.
La storia non giustifica
e non deplora,
la storia non è intrinseca
perché è fuori.
La storia non somministra 
carezze o colpi di frusta.
La storia non è magistra
di niente che ci riguardi. 
Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.
II
La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli. C’è chi sopravvive.
La storia è anche benevola: distrugge
quanto più può: se esagerasse, certo
sarebbe meglio, ma la storia è a corto
di notizie, non compie tutte le sue vendette.
La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
Qualche volta s’incontra l’ectoplasma
d’uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono
più liberi di lui.

Eugenio Montale, La storia, in Satura

AP e ML (25 maggio 2026) per Agorasofia

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