La competenza in filosofia? Un orizzonte di senso in cui poter meditare il nostro tempo

Alla ricerca della competenza filosofica perduta!

Dopo aver discusso del presunto paradigma STE(A)M [qui l’articolo], arriviamo al cuore della questione, che è poi quello posto in modo assiomatico dalle NIN all’inizio di ogni indicazione disciplinare: «Perché studiare la filosofia». Scritto così, senza punto di domanda.  Pur senza addentrarsi nel pantano relativo alla questione delle competenze nella didattica, su cui il dibattito s’intreccia con una determinante componente ideologica di marca neoliberista per comprendere la quale condividiamo le posizioni espresse ad esempio da Rossella Latempa, riteniamo opportuno rilevare in riferimento alle specifiche competenze di filosofia da raggiungere che, se diamo per buona la definizione di competenza come la “capacità comprovata” di utilizzare conoscenze (saperi), abilità (saper fare) e attitudini personali (saper essere) in situazioni reali di apprendimento o di lavoro in modo da agire con responsabilità e autonomia, dovremmo dare per scontato che essa non può assolutamente essere valutata all’interno del percorso scolastico, con buona pace di chi ritiene che per la filosofia si possano dare dei “compiti di realtà” nel contesto scolastico, facendo finta che il campo di osservazione sia la realtà e che esso non sia stato già abbastanza modificato dall’osservatore.

E la dimostrazione cogente che la competenza non possa essere valutata, almeno per la filosofia, come “capacità comprovata” sta nel fatto che lo stesso testo delle Nuove Indicazioni Nazionali sostiene che «Lo studio della filosofia attraverso i diversi autori, le varie problematiche, la lettura diretta dei testi filosofici, consentirà loro di orientarsi […]; di contestualizzare […]; di comprendere […]; di essere in grado […]; di individuare […]»1, laddove l’uso del futuro per il verbo “consentire” differisce la possibilità di valutare quelle acquisizioni, che rimangono delle conoscenze, in un tempo imprecisato e la cui assimilazione va ben oltre il concetto di competenza, ma ha a che fare con la crescita umana, intellettuale e morale, che è il solo motivo per cui gli studenti e le studentesse dovrebbero preoccuparsi di frequentare la scuola… e non necessariamente il Liceo.

Perché tu, Filosofia? Una disciplina umanistica al servizio dell’umano

Come abbiamo già argomentato altrove2, il tentativo, perseguito in modo alquanto maldestro nel caso delle Nuove Indicazioni Nazionali, di aggiornare l’oggetto o il contenuto dell’insegnamento della filosofia rischia di essere vano se non si tiene nella dovuta considerazione che il primo è sfuggente per la natura stessa della radice antropologica dell’attività filosofica, che inerisce essenzialmente all’essere umano; il secondo è, altresì, storicamente incostante, a causa della necessità – non per forza deteriore – di prestare il fianco alle mode del momento. Ciò che non dovrebbe mai sfuggire, allora e in particolar modo all’interno del contesto dell’Istruzione pubblica, è il fine dell’insegnamento della filosofia o, meglio, delle filosofie in senso pluralistico, nelle scuole superiori. A tal proposito sarebbe interessante se gli estensori delle bozze delle Nuove Indicazioni Nazionali per i Licei, anche in funzione di una opportuna loro revisione, potessero far ritorno ad una ricerca risalente addirittura al 1953, commissionata dall’UNESCO e che letta adesso appare oltremodo illuminante. In essa venivano fissati in maniera inequivocabile gli obiettivi fondamentali dell’insegnamento della filosofia, posti i quali l’argomentazione d’avvio delle Indicazioni disciplinari, quella serie di risposte a domande abortite che suonano come apodittiche certezze – Perché la filosofia… – potrebbe trovare un fondamento meno scricchiolante.

Di più, a rileggerli oggi quegli obiettivi fissati nel 1953 verrebbe quasi spontaneo proporre che l’insegnamento della filosofia ritrovi una collocazione dignitosa non solo nei Licei, ma, a nostro avviso, nelle scuole superiori di tutti gli indirizzi. Ecco di seguito gli obiettivi:

  • «Dare il senso dei problemi filosofici;
  • Sensibilizzare ai valori;
  • Avviare alla riflessione teorica e alle sue implicite operazioni;
  • Curare l’acquisizione di un linguaggio specifico e delle sue forme espressive;
  • Abituare a valutare l’importanza e la collocazione delle conoscenze specialistiche, soprattutto scientifiche, nella struttura dell’umanismo»3.

È evidente, dunque, che con la filosofia e per mezzo della filosofia è possibile in tutti gli indirizzi di studio, approcciarsi ai problemi che la contemporaneità pone davanti alle studentesse e agli studenti con un significativo bagaglio lessicale e valoriale. In particolare, è interessante l’ultimo punto stilato dall’UNESCO, il quale fa riferimento ad una sorta di integrazione, auspicata sin dagli anni ’50, delle discipline scientifiche all’interno di una struttura di senso di carattere umanistico, laddove per umanistico non s’intende, evidentemente, una banale e vetusta opposizione disciplinare, una sorta di conflitto delle facoltà tra scienze esatte scienze dello spirito. Si tratta, invece, di inserire le discipline scientifiche e l’innovazione tecnologica, su cui lo sguardo globale sfugge costitutivamente all’essere umano, giacché le finalità sono sempre di là da venire, all’interno di un quadro valoriale e di senso che sia al servizio dell’essere umano. È esattamente per soddisfare questa esigenza significativa che, dunque, la filosofia è necessaria, dal momento che agevola in maniera problematica e critica «la collocazione delle conoscenze specialistiche, soprattutto scientifiche, nella struttura dell’umanesimo».

Miseria della filosofia nella Scuola delle competenze

E, allora, forse quando si parla di competenza filosofica sarebbe meglio dimenticarsi di tutte quelle modalità pseudofilosofiche che negli ultimi anni si sono imposte come supplenti à la page della pratica del filosofare, quasi come se chi la filosofia la vive, la pratica, la studia dovesse giustificare la propria passione altrimenti inconcludente. Come se coloro che la filosofia la insegnano, così come coloro che l’apprendono cominciando a praticarla tra i banchi di scuola, avessero bisogno di cercare altrove, in queste modalità, gli strumenti per rendere una disciplina millenaria e già originale più attraente perché attuale, agganciata al know how del momento e spendibile sul mercato.

Così, inserendosi nella Scuola pubblica sotto forma corsi di aggiornamento o di progetti integrativi dell’offerta formativa il Self-empowerment, il Team o il leadership building queste pratiche aziendali-ste fanno capolino accompagnate da metodologie ormai persino abusate, quali il Cooperative learning, la Flipped classroom, il Coaching, oppure il Debate, quale forma svilita del dialogo socratico. L’abuso di queste modalità, che attendiamo arricchirsi dall’implementazione massiccia dell’Intelligenza Artificiale, certifica, in primo luogo, che quella così tanto precisa connotazione nazionale che il Governo vorrebbe dare alla Scuola pubblica, nonché quella tradizione nazionale cui si richiamano anche gli Accademici all’interno dell’appello contro le Nuove Indicazioni Nazionali, non sono che vuote parole, al più propagandistiche e strumentali.

Nella dimensione educativa, poi, per noi è chiaro che tutto ciò impoverisce oltremodo la pratica dell’insegnamento – della filosofia in particolare. L’intromissione precoce nell’aula scolastica di modalità ansiogene e afferenti altri settori – aziendali per lo più – determina il decadere dell’attenzione, vero motore immobile dell’ora di lezione. 
Ciò che rimane evidente è, oltremodo, che, a dispetto di ogni progetto educativo e didattico in grado di meditare davvero sui gravi problemi da Psicoistruzione che gravano su studenti e studentesse sempre più fragili/e e carichi/e di stati emotivi tossici, la Scuola delle competenze ha da tempo interiorizzato i meccanismi della Società dello spettacolo e del divertimento, braccio fidato del capitale. Essa vive sempre più della performance rumorosa, del dato incontrovertibile da mostrare e sembra non voler riconoscere più che la crescita degli studenti e delle studentesse avviene in modo armonico quando accade al riparo, nel silenzio inattuale dell’ora di lezione che anticipa la parola, il dialogo, lo scambio di idee, il filosofare.

Tornare a filosofare

Ridotto ad Homo ludens e contemporaneamente – e incoerentemente – orientato alla precoce definizione di sé, delle sue caratteristiche, dei suoi talenti, prevaricato/a nella sua dimensione più intima, quella di una socialità discreta, in nome della performance, lo/a studente/ssa viene privato/a degli spazi e dei tempi dedicati alla crescita e alla meditazione dei saperi; viene al contempo illuso/a dal racconto di una farlocca spendibilità immediata di ciò che apprende, comprese le conoscenze filosofiche. 

Occorrerebbe, dunque, allontanare dagli spazi scolastici anche solo l’idea di una presunta estraibilità produttiva, fordistica, prestativa da un sapere, com’è quello filosofico, specificamente umanistico, e che proprio come tale, si vorrebbe assurdamente asservito all’inumano. Occorrerebbe, invece, tornare alle specificità millenarie e originalissime della Filosofia e riconoscerle, in primo luogo, il suo legame col tempo – ossia da una parte con la Storia del pensiero e dall’altra con la possibilità di pensare oggi quel pensiero così antico per garantirsi così uno spazio inedito, un orizzonte di senso in cui poter meditare il proprio posto nel mondo insieme agli altri. Questo ritorno inattuale e meditativo non è qualcosa di accessorio, perché ne va dell’essenza stessa della filosofia, oltre che del suo, cosiddetto, statuto epistemologico. 

E, allora, mentre auspichiamo una revisione significativa delle bozze delle Nuove Indicazioni Nazionali per i Licei, ci preme ribadire un’ovvietà, ossia che la competenza in filosofia risiede nella pratica del filosofare. Per cui, ci siamo dilungati intorno a precisazioni necessarie sulla necessità di garantire a monte questa possibilità, laddove la vediamo nei fatti negata, ad esempio, nella continua erosione dei tempi di studio e nella sovrapposizione ai suoi obiettivi specifici di metodologie e strumenti surrettiziamente spacciati come filosofici. E tutto ciò ci sembra importante dirlo con franchezza e a scanso di equivoci giacché, in definitiva, il lavoro di un insegnante di filosofia deve potersi sviluppare in modo semplice nella dimensione dell’attenzione e dell’attesa: prestare attenzione agli studenti e alle studentesse e attendere. Attendere che possano diventare – accade davvero! – amici di Socrate, Kant, Spinoza, che li invitino a rimanere ancora un po’ a dialogare con loro e con tutti gli altri Maestri del pensiero giunti fin lì, tra ragazzi e ragazze in crescita, dai luoghi più disparati e – ci perdoneranno gli accademici, ma continuiamo a pensare in tutta onestà – senza alcun pretesto, mossi unicamente dal genuino desiderio di filosofare.

AP e ML (21 maggio 2026) per Agorasofia


  1. p. 29 ↩︎
  2. Cfr. il nostro Filosofia della DAD: la filosofia e il suo uso didattico nel colmare la distanza, in Comunicazione Filosofica n. 49, febbraio 2022. ↩︎
  3. AA.VV., L’enseignement de la philosophie (une enquête international de l’UNESCO), Paris 1953, p. 204, in AA. VV., L’insegnamento della filosofia. Rapporto della Società filosofica italiana, a cura di L. Vigone, C. Lanzetti, Laterza, Roma-Bari 1987, pp. 144-145. ↩︎

Lascia un commento