Il pessimismo antropologico di Vannacci tra afasia e retrotopia

L’ascesa (per il momento mediatica) del Generale Roberto Vannacci rappresenta l’epifenomeno di un processo più profondo e preoccupante, che coinvolge la società civile ormai da molti anni. Michele Lucivero lo ha definito israelizzazione della società: un processo che, attraverso l’uso pubblico della retorica militare, sdogana definitivamente la normalizzazione della guerra e la mobilitazione per la difesa, in nome di una stabilità economica, di una sicurezza individuale e collettiva, di una cultura e di una identità nazionali ritenute compromesse e, quindi, assunte quali obiettivi prioritari da ri-proporre in modo radicale all’interno dell’agenda politica.

Del resto, che ci troviamo di fronte ad una riproposizione di temi cari alle destre è cosa evidente. Giorgia Meloni e Matteo Salvini (per il momento ex-alleati di Roberto Vannacci) in tempi recentissimi avevano impostato la loro proposta politica su temi analoghi – spaziando dalle ruspe salviniane da usare per abbattere i campi rom ai meloniani blocchi navali rintuzzati dalla ricerca degli scafisti lungo tutto il globo terracqueo. Solo che, probabilmente, una volta giunti al governo si saranno pure accorti che gli slogan non si tramutano in realtà, o, forse, che gli accordi internazionali mal si accordano con proposte autoreferenziali.

I discorsi di Vannacci sembrano dello stesso tenore. Essi, è vero, stanno occupando uno spazio enorme nella comunicazione mediatica. La responsabilità morale di cui parla Cuperlo – mentre ribadisce che la grandezza dell’Italia, la sua identità, sta tutta scritta nel modo in cui la politica rende effettivo l’art. 3 della Costituzione – probabilmente sarebbe da addebitare anche ad un mondo intellettuale che osserva dalla finestra in attesa degli eventi e a una classe politica che non è in grado di mostrare un futuro aperto, tracciando al contempo confini netti con ciò che dovrebbe essere ritenuto indicibile, e non perché censurato, ma in quanto radicalmente contrario al rispetto, alla solidarietà, alla vita civile, all’umanità.

È verosimile che questa esposizione, questa ricercata presenza del Generale che fa audience, sia dovuta al modo risoluto con cui il leader di Futuro Nazionale dibatte di temi sensibili, veri e propri nervi scoperti, capaci di generare, proprio per il fatto di essere al centro di una lunga ondata di propaganda demagogica, attenzione o curiosità. 

Ascoltando alcuni interventi di Vannacci, è innegabile la fatica di seguirne il filo logico: si trovano mescolati insieme resoconti storici puerili – che spaziano tra dominazioni saracene e longobarde – teorie identitarie, paradigmi statistici sulla popolazione, proposte educative atte ad istituire nella scuola delle classi differenziate in base al merito. I suoi ragionamenti vengono conditi con motti fascisti – è vero, ma attenzione, sostiene il generale, in origine frasi come Me ne frego! erano dannunziane! Che stupidi noi ad aver pensato male! – o con frasi discriminatorie, come “i gay non sono normali”, salvo poi osservare che il termine “normale” ha unicamente una connotazione statistica. 

Un vero e proprio minestrone, insomma, frutto di qualcosa di simile a ciò che Pier Paolo Pasolini ne Il caos definiva afasia: 

«Afasia non significa sempre non parlare affatto, ma mettiamo parlare male o troppo: o addirittura ininterrottamente. E perché? […] L’afasico non è più capace di collegare la parola all’oggetto che essa significa, e non riesce a dirla: per dirla ha bisogno di una perifrasi (per es., anziché dire “coltello”, dice “quella cosa che taglia”). Chiarini [contro cui si rivolgeva il corsivo di Pasolini, ma potremmo sostituirvi Vannacci] sta vivendo un periodo di irresponsabile afasia, in cui può dire tutte le infinite perifrasi possibili; ma non per designare un coltello; bensì una cosa che non esiste: il suo avere ragione». (p. 29)

Di questo minestrone, che si serve di metafore ardite e paragoni discutibili – come quello che mette in relazione la fiducia politica con il credito che si dà alla moglie quando cucina la trippa – non facciamo fatica a credere maliziosamente che esso venga preparato ad arte per riportare in vita, all’interno di un linguaggio retorico e sibillino, laddove non esplicitamente offensivo, un modo passatista, involuto e irresponsabile di intendere il mondo. 

A dispetto di quanto possa sostenere Vannacci, pensiamo che i suoi discorsi nei fatti alimentino l’odio e sfibrino oltremodo la società civile. Lo sguardo di Futuro Nazionale è rivolto, in modo più netto di quanto abbia saputo fare l’attuale destra di governo, ai nostalgici del ventennio e a posizioni, come quella sulla remigrazione, che rischiano di ripiombare l’Italia indietro di parecchi anni sui temi dei diritti civili, della discriminazione razziale e di genere, dei diritti sociali e dei diritti umani – quanto meno nel tenore della qualità dell’opinione pubblica, se non, vogliamo sperare, nella proposta politica governativa.

Insomma, la proposta di Futuro Nazionale e del suo leader ci sembra una retrotopia pericolosa, come la definiva Zygmunt Bauman, capace di conquistare share.

Anche da questo punto di vista, dunque, il “fenomeno Vannacci”, sarebbe un sintomo: l’espressione deteriore della nostra incapacità conclamata di rivolgerci al futuro, riempiendolo di aspettative positive. Roberto Vannacci oggi propone una visione bignami dell’Homo homini lupus: in fuga verso un passato immaginario, gli uomini e le donne italiani/e devono pensare a difendersi; incapaci di immaginare una società migliore, per il Generale non avremmo altra scelta che guardare indietro, ad un passato tanto mitico quanto DEL TUTTO INESISTENTE.

Per il momento constatiamo, quindi, il pessimismo antropologico di Vannacci e il suo clamore mediatico. Il voto, ci auguriamo, sarà un’altra cosa.

AP (29 giugno 2026) per Agorasofia

P.P. Pasolini, Il caos, Garzanti, Milano 2016.
Z. Bauman, Retrotopia, Laterza, Bari 2020.


2 pensieri riguardo “Il pessimismo antropologico di Vannacci tra afasia e retrotopia”

  1. […] Con colpevole brevità torno ai nostri campanili: Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Ignazio La Russa, a Pontida a bere l’acqua del patrio Po, la prima anche adepta ai rituali di Atreyu, tutti con uno sguardo oltreoceano al Capo. Evito, per carità verso i lacerti della sinistra, commenti su coloro che stanno circoscrivendo un campo largo, fra colpevoli afasie e balbettii, ma ci dovrò tornare, sotto, purtroppo, perché sono forme di idiozia (difficoltà di parola) non solo della destra (clicca qui).  […]

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