Del “buonsenso innato” che non c’è, ovvero un piccolo viaggio nel Paese di Susanna Tamaro

«A tutti coloro che mi insultano per via di un titolo malevolo e in malafede del Foglio vi invito a leggere le cose che dico e quello che ho ribadito sul Corriere due giorni dopo. Non sono responsabile dei titoli ma solo del mio pensiero e non era un’apologia di Vannacci ma un invito a capire il perché della sua ascesa. Ma purtroppo il vizio di insultare prima di leggere e capire è più forte della volontà di ragionareIl titolo del Foglio mi ha molto ferito perché non corrispondeva al mio ragionamento. Così ho voluto ribadirlo due giorni dopo sul Corriere. Se avete la pazienza di leggere magari capirete che il disprezzo di cui mi avete circondato non ha ragion d’essere. Comunque dopo questa orribile esperienza non rilascerò mai più un’intervista. Non mi merito questo fango gratuito».

La Citazione della settimana se l’aggiudica Susanna Tamaro. Dopo l’indignazione generale seguita all’intervista rilasciata per «Il Foglio» – anticipata da un titolo che non lasciava spazio ad interpretazioni: «Susanna Tamaro: “Votare Vannacci? Perché no. È l’uomo del buonsenso» – la scrittrice triestina si è espressa sui suoi canali Social con le parole riportate sopra.

Andando oltre il titolo, leggendo l’intervista completa alcune cose le abbiamo capite. Altre meno.

Ad esempio, abbiamo capito che la scrittrice, raggiunta telefonicamente dalla giornalista Ginevra Leganza, si trovava in un monastero, ma anche che, di recente, è andata in campeggio. Soprattutto, abbiamo capito qual è la sua preoccupazione principale rispetto alla situazione sociopolitica che attraversa l’Italia: «Hanno ucciso il buonsenso e poi si lamentano di Roberto Vannacci». 

Quindi, secondo Tamaro, «Le persone lo votano [Vannacci] perché hanno innato il buonsenso […]». Ecco già qui il ragionamento vacilla. «Lo votano le famiglie, le persone semplici, gli ultimi che sfuggono alle affabulazioni […]. Io credo che una persona come lui interpreti bene il sentimento di paura e di fragilità dei nostri tempi […]. E poi vede, le persone normali non ne possono più dell’affabulazione sul gender? Manipolare i bambini sull’argomento è un crimine […]. Nessuno ha il coraggio di dirlo». Adesso, il ragionamento ci appare in parte fallace (Futuro Nazionale di Vannacci non lo ha ancora votato nessuno) in parte offensivo, in quel riferimento fugace alla normalità già utilizzato, in modo strumentale e deteriore – quale parametro statistico atto ad impedire alle persone omosessuali l’eventuale accesso a diritti ulteriori – proprio da Vannacci.

La giornalista chiede: Accennava al gender, la sua paura è che logori la famiglia naturale? E Susanna Tamaro si supera rispondendo di essere andata in campeggio e di aver visto le famiglie – che evidentemente non deve aver incontrato nel monastero, o in altri luoghi. Quindi conclude: «Il nostro è un paese di famiglie». Parlare qui di uso disinvolto del procedimento induttivo può sembrare riduttivo.

In effetti, leggendo l’intervista completa il titolo a noi non è sembrato poi così tanto forzato, semmai esso trae delle conclusioni sulla base delle premesse espresse anche in modo implicito dall’intervistata, la quale, del resto, nei confronti del Generale Vannacci è stata abbastanza accomodante sia sulla questione Remigrazione – «I processi migratori devono essere regolamentati. Altrimenti l’effetto è il boomerang che danneggia in primis l’immigrato integrato […]. E poi: Non siamo tutti uguali, siamo tutti diversi e negli incontri tra culture la fatica viene da entrambe le parti» – sia sul presunto fascismo delle sue posizioni – «Viviamo in uno stato ipnotico. Dinnanzi a noi è un pendolo che oscilla: fascismo-antifascismo […]. Dire fascista significa […] non voler cogliere né risolvere il problema».

Tant’è, nel giro di qualche giorno la gogna mediatica ha fatto il suo corso e la scrittrice deve aver sentito, in cuor suo, che quel titolo – ma forse, di più, quell’intervista – non le rendeva affatto giustizia e così è intervenuta nuovamente sulle questioni aperte, questa volta dalle pagine del «Corriere della Sera» con un articolo a sua firma, per fare chiarezza. Ed è qui che capiamo davvero quale sia il Paese del buonsenso innato abitato in buona fede da Susanna Tamaro. 

Prendendo spunto da ciò che accade tra le api che osserva attentamente dal suo giardino, Tamaro si dice in imbarazzo a barcamenarsi – lei osservatrice naturalista – nell’ambito delle opinioni e sfoggia un naturalistico fatalismo: «In natura, è triste dirlo, le cose procedono per sopraffazione». 

Su un paese-arnia indebolito (l’Italia), vittima di un vuoto di potere, per la scrittrice sarebbero «planate le grandi affabulazioni vittimistiche, imposte orbe terracqueo, che mirano a far sentire in colpa le persone di buonsenso che si chiedono: ma questo è davvero un problema? L’identità di genere è veramente uno dei cardini della salvezza del mondo?».

Secondo Tamaro – che ci sentiamo di tranquillizzare rispetto alla sua effettivamente buona capacità di esprimere delle mere opinioni e non delle verità naturali osservabili – Vannacci incarnerebbe, dunque, un fenomeno politico da comprendere e non da screditare definendolo feccia. Su questo siamo d’accordo, ma, se non abbiamo frainteso, il punto su cui non possiamo concordare è che, secondo la scrittrice, egli sarebbe una di quelle persone forti, che non hanno timore di avere le idee chiare: per questo risulterebbe in grado di tranquillizzare coloro i quali magari si sentono impauriti dai processi migratori incontrollati, oppure pensano che l’identità di genere non sia un problema da porre in agenda politica, ma non hanno avuto – fino all’avvento del Generale – la forza o il coraggio di esprimere le loro idee, per non incorrere nello stigma di fascisti.

Nel paese del buonsenso di Tamaro le famiglie che fanno fatica ad arrivare a fine mese, gli ultimi, le persone semplici, quelle normali insomma, non si scandalizzano di potersi identificare con il progetto politico del nuovissimo partito di Roberto Vannacci. In questo buon-paese, eppur smarrito, avverte la scrittrice, l’unico fascismo rimasto in vita è quello che Flaiano definiva ‘il fascismo degli antifascisti’: «Il fascismo è finito da ottant’anni ma in realtà in Italia è sempre vivo e lotta insieme a noi quello che Flaiano definiva «il fascismo degli antifascisti». L’immobilità del Paese è frutto di questa ipnotica realtà. Il pendolo oscilla ossessivamente davanti ai nostri occhi: sei fascista o sei antifascista?».

Cosa potremmo dire a questo punto noi inermi, pacefondai e antifascisti, che pure abbiamo idee chiare su quanto siano pericolose e liberticide le strumentali e perniciose posizioni politiche sull’identità di genere, sulle migrazioni in generale e sulla remigrazione in particolare, sul concetto di normalità, sul valore assoluto della cultura occidentale, sulla difesa ad oltranza di pretesi valori identitari espresse da Vannacci e dalla Destra? Cosa potremmo dire della compassata osservatrice che pur assistendo al brusio delle api in attesa della nuova ape regina, non spende che qualche frase per distanziarsi – quanto meno con buonsenso – dalla destra più ambigua e retroversa che l’Italia abbia prodotto nel nuovo millennio?

Non crediamo che Susanna Tamaro abbia mai pensato di dedicare al titolista de «Il Foglio» o all’intervistatrice che tanto l’hanno turbata quella sorta di maledizione che è rimasta sulla punta della lingua di Pasolini, vittima di un analogo malumore dovuto ad un “pezzo” oltremodo offensivo scritto da una giornalista sulla base di un’intervista da lui rilasciata.

In quell’occasione, raccontata da Pasolini nello scritto “Fascisti: Padri e figli”, l’intervistatrice gli avrebbe confessato con amarezza di avere un figlio fascista. Una volta preso atto però della manipolazione fatta delle sue parole all’interno dell’articolo, Pasolini scriveva:  «Ecco un’operazione fascista, ma fascista nel fondo, nei ripostigli più segreti dell’anima […]. Confesso che ho provato un momento di rabbia quasi poetica, contro quella madre. E mi è venuto fatto di pensare che quel figlio fascista lei se lo meritava […] e anzi mi è venuto anche l’impeto, subito represso, di scrivere un epigramma con cui augurare ai miei nemici borghesi dei figli fascisti: Che vi vengano figli fascisti!» 

Non crediamo, dicevamo, che la scrittrice triestina, parafrasando, abbia potuto pensare: Che vi vengano figli gender variant! Eppure – Tamaro lo saprà – del fascismo degli antifascisti ne scriveva e discuteva anche Pasolini, il quale, tuttavia, esprimeva delle opinioni davvero ben più strutturate di quelle che ci è sembrato di leggere nei due articoli di Susanna Tamaro.

Ne riportiamo un piccolo passaggio incisivo che riconosce, senza sconti, una realtà che per noi vale ancora oggi: 

L’Italia non è mai stata capace di esprimere una grande Destra. E’ questo, probabilmente, il fatto determinante di tutta la sua storia recente. Ma non si tratta di una causa, bensì di un effetto. L’Italia non ha avuto una grande Destra perché non ha avuto una cultura capace di esprimerla. Essa ha potuto esprimere solo quella rozza, ridicola, feroce destra che è il fascismo. In tal senso il neo-fascismo parlamentare è la fedele continuazione del fascismo tradizionale. (da Studio sulla rivoluzione antropologica in Italia)

Riportiamo questo passo a giovamento dei nostri lettori, non certo di una scrittrice – un’intellettuale – che ci è sembrata più impegnata a difendere le proprie azzardate posizioni iniziali che ad osservare e quindi provare a spiegare un fenomeno sociopolitico dai tratti inquietanti.

AP (23/06/2026) per Agorasofia


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