Sulle premesse e sull’appello degli accademici in relazione alle Indicazioni Nazionali di Filosofia

Il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha pubblicato le bozze della nuovissime Indicazioni nazionali per i Licei il 22 aprile 2026. Abbiamo letto in queste settimane tanti interventi autorevoli e interessanti molto critici, ma altri anche abbastanza accondiscendenti, quasi fiduciosi, nei confronti di quello che, di sicuro, non sarà certamente ricordato come un documento di portata epocale. 

Ci siamo informati, però, perché non volevamo esprimere un parere preconcetto, né tantomeno cavalcare la facile polemica su autori o periodi storico/culturali selezionati, su quelli bannati, esaltati, dimenticati, oppure su quelli semplicemente ridimensionati. 

Una polemica sterile, perché in fin dei conti, la libertà d’insegnamento non si tocca – e questo lo ribadisce la Costituzione all’articolo 33, al di là di cotante indicazioni autorevoli, che pure all’interno della Premessa citano ad ogni piè sospinto (11 volte!) la parola libertà, salvo mai associarla, secondo il dettame costituzionale, proprio all’insegnamento.  

Potremmo rilanciare a questo proposito, con un’operazione amarcord, le vecchie Linee guida del 2010, che sotto questo aspetto erano in effetti più chiare: «La libertà del docente dunque si esplica […] nell’arricchimento di quanto previsto nelle Indicazioni, in ragione dei percorsi che riterrà più proficuo mettere in particolare rilievo». Ma preferiamo ricavare la stessa indicazione, esposta tra le righe giusto un filino retoriche della Premessa delle Nuove Linee Guida: qui vi leggiamo che il docente ha 

Al di là della confusione sibillina tra studio aggiornamento, che facilita l’interpretazione fuorviante del/della docente quale missionaria/o votata/o al sacrificio di sé, piuttosto che di un/a professionista retribuita/o come tale, sulla questione della libertà d’insegnamento possiamo anche qui porre la parola fine. Il/la docente sa cosa e come, al di là di quanto indicatogli dunque, perché ciò è garantito dalla Costituzione, diremmo certamente, ma soprattutto perché in classe – e parliamo di classi composte normalmente da più di 25 studenti e studentesse molti/e dei quali con piani didattici personalizzati – ci entra lui/lei, eroicamente da sola/o, e non le Indicazioni nazionali.

Per noi, quindi, il problema delle Indicazioni nazionali rimane a monte. Già nella denominazione, peraltro garantita anche dall’attuale Governo, voler indicare una via nazionale a noi sembra un errore anacronistico e pericoloso. Così come pericoloso e fuorviante è muovere una critica alle indicazioni utilizzandone – inconsapevolmente – argomentazioni e velleità.

Chiaramente non siamo dei fan delle Nuove Indicazioni Nazionali (curiosamente abbreviate in “LE-NIN“) e siamo lontanissimi dalle Premesse che le accompagnano, tuttavia l’operazione degli accademici che d’improvviso si destano dal loro torpore, accorgendosi di ciò che sta accadendo da qualche decennio oramai all’interno della scuola pubblica, e scrivono un appello in difesa della Filosofia nei Licei (che non boicottiamo, ovviamente) dimostra, però, e certifica nei fatti una distanza tra accademia e scuola che è abissale.

Tra le altre cose, oltre alle lamentele sull’esclusione di Spinoza, Leibniz e Marx, leggiamo nel documento – firmato da importanti intellettuali e filosofi – che tra i problemi più importanti delle Indicazioni nazionali per la Filosofia ci sarebbe il fatto di voler «diluire l’inquadramento storico-critico delle problematiche filosofiche con una pseudo-metodologia di importazione del tutto estranea alla nostra tradizione nazionale». Quindi, in buona sostanza, secondo gli estensori e i firmatari dell’appello la critica alle indicazioni che rigurgitano di un nazionalismo, a tratti becero e a tratti ingiustificabile, passa attraverso il riferimento ad una presunta “tradizione nazionale“. Non andiamo oltre, ma quanto meno consentiteci di azzardare che in questo caso la nostalgia deve aver prevalso sul buon senso…

Nessuno si è accorto, tuttavia, dell’erosione che in questi anni si è consumata a danno delle ore di Filosofia nei Licei, passate da tre a due settimanali negli indirizzi di Scienze Applicate, Linguistico, Coreutico, Artistico, Musicale e Sportivo.
Nessuno si è accorto dell’erosione a danno della Filosofia che si è consumata con l’introduzione nel 2015 di percorsi curriculari all’interno dell’Alternanza Scuola-Lavoro, diventata poi PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento) e adesso, nella smania di “innovazione acronimica”, diventata FSL (Formazione Scuola-Lavoro).
Nessuno si accorto dell’erosione delle ore di Filosofia che si è consumata a causa dell’introduzione della Didattica orientativa di 30 ore e dell’educazione civica trasversale, tutte da fare all’interno dei curricoli delle discipline.
Chissà se tra gli accademici, sia gli estensori delle NIN, tra cui Massimo Mugnai e Adriano Fabris, sia tra quelli che hanno solertemente compilato l’appello, tra cui Massimo Cacciari e altri, c’è la consapevolezza che negli indirizzi con due ore settimanali, a consuntivo, le ore dedicate alla filosofia si attestano sulle 45-50/66, con le quali non solo Croce, Gentile e Gramsci sono sacrificati, ma anche Spinoza, Leibniz, Agostino, Tommaso, compreso tutto il Novecento Filosofico!

Rispetto all’insegnamento della filosofia, tuttavia, una questione ci appare più urgente. Infatti, se diamo per buono, così come diamo per scontato, insieme alla Premessa Culturale Generale delle Linee guida nazionali per i Licei, che «Ciascuno di noi entra in rapporto con il mondo innanzitutto attraverso le parole che usa per descriverlo. Più ampio e variegato perciò il nostro lessico, più sofisticato è il repertorio delle parole di cui disponiamo, più l’immagine del mondo che siamo in grado di restituire è nitida» (pagina 15), allora bisogna riconoscere che o la filosofia non abbia abbastanza parole per descrivere il mondo e renderlo più nitido, circostanza che, da cultori e docenti della disciplina, in tutta franchezza, non ci sentiamo di avallare; oppure bisogna ammettere che chi ha scritto le Linee guida ritiene che l’apporto che la filosofia possa dare allo studio liceale in generale non sia funzionale alla chiarificazione e alla nitidezza del mondo.

Ora, questa considerazione, che è una constatazione, la ricaviamo dal fatto che, all’analisi quantitativa/oggettiva, che è quella che piace alla nuova frontiera pedagogica della valutazione oggettiva che ormai si spreca nella nostra scuola, risulta che al paragrafo “Perché studiare la filosofia”, che dovrebbe essere, come per le altre discipline, una sorta di “deduzione trascendentale” per dirla con Kant, cioè la spiegazione del motivo per cui le categorie specifiche di quella disciplina dovrebbero essere valide per descrivere gli oggetti del mondo, vengono dedicate soltanto 129 parole, meno di tutte le altre discipline, come si può arguire dal seguente prospetto:

Perché studiare storia801
Perché studiare il diritto e l’economia503
Perché studiare disegno e storia dell’arte431
Perché studiare scienze motorie422
Perché studiare fisica365
Perché studiare la lingua italiana (1) e la letteratura italiana (2)303 = 134 (1) +169 (2)
Perché studiare scienze naturali294
Perché studiale le scienze umane282
Perché studiare lingue e letterature straniere264
Perché studiare geografia238
Perché studiare matematica206
Perché studiare il greco181
Perché studiare il latino162
Perché studiare filosofia129

Insomma, a noi pare che questo vulnus, questa mancanza di spessore nell’affrontare la questione della filosofia in quanto insegnamento liceale sia posta in mala fede e noi lo abbiamo segnalato. Certo, continuiamo a pensare che nel corso dei secoli la Filosofia abbia abitato i luoghi più diversi – dai postriboli alle camere del potere – e che sia stata indicata ora come superflua ora come necessaria. Tuttavia mai, almeno fino ad oggi, come irrilevante.

AP e ML (14/05/2026) per Agorasofia


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