L’educazione sotto assedio: contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Il ruolo dell’Osservatorio e la voce critica di Michele Lucivero

di Laura Tussi su Il Faro di Roma del 5 aprile 2026

L’istituzione dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università nasce in un contesto tutt’altro che neutrale: un’epoca in cui la scuola, anziché essere presidio di pensiero critico e libertà, rischia sempre più di diventare terreno di conquista per logiche securitarie e interessi militari. Non si tratta di un fenomeno marginale o episodico, ma di un processo sistemico, subdolo, che si insinua tra i banchi sotto le vesti rassicuranti dell’“orientamento”, della “cittadinanza attiva” e della “formazione”.

Fondato nel 2023 da docenti, realtà pacifiste e sindacalismo scolastico di base, l’Osservatorio si configura come una rete di resistenza culturale. Il suo obiettivo è chiaro: smascherare e contrastare un meccanismo che tende a normalizzare la guerra nella coscienza collettiva, partendo proprio dai più giovani. Perché è qui il nodo: non si tratta solo della presenza fisica delle forze armate nelle scuole, ma di qualcosa di molto più profondo e inquietante.

La cosiddetta “militarizzazione” dell’istruzione si manifesta attraverso linguaggi, simboli e pratiche che abituano lentamente studenti e studentesse ad accettare la guerra come inevitabile, se non addirittura necessaria. Progetti formativi con enti militari, percorsi di orientamento verso le carriere in divisa, eventi promossi da istituzioni della difesa: tutto viene presentato come opportunità. Ma opportunità per chi? E a quale prezzo?

Dietro questa facciata si intravede un sistema perverso che trasforma la scuola in un ingranaggio di un più ampio dispositivo ideologico. Un dispositivo che prepara, seleziona, indirizza. Che racconta ai giovani la retorica del sacrificio, dell’onore, della patria, mentre tace – o edulcora – la realtà brutale della guerra: corpi distrutti, vite spezzate, esistenze ridotte a numeri. Un vero e proprio tritacarne, alimentato anche da interessi economici enormi, dove i mercanti di armi restano invisibili ma determinanti.

In questo scenario, l’Osservatorio svolge un ruolo fondamentale di denuncia e contro-narrazione. Raccoglie segnalazioni, produce analisi, promuove dibattiti e interviene nei contesti decisionali della scuola, cercando di arginare collaborazioni che rischiano di snaturare la funzione educativa. Non è solo un organismo di monitoraggio, ma uno spazio politico e culturale che rimette al centro una domanda scomoda: a cosa serve davvero la scuola?

Tra le figure più attive emerge quella di Michele Lucivero, docente e protagonista del sindacalismo scolastico di base. Il suo contributo è tanto organizzativo quanto teorico. Lucivero non si limita a denunciare: costruisce una visione alternativa, radicata in una tradizione pedagogica che vede nella scuola un luogo di emancipazione, non di addestramento. Un luogo dove si impara a pensare, non a obbedire.

La sua critica è netta: l’ingresso di attori militari negli spazi educativi non è neutrale. È una scelta politica, che entra in conflitto con i principi costituzionali e con l’idea stessa di educazione come pratica di libertà. Per Lucivero, accettare questa presenza significa rinunciare progressivamente alla funzione critica della scuola, piegandola a logiche esterne che nulla hanno a che vedere con la formazione integrale della persona.

Naturalmente, il dibattito resta aperto e polarizzato. C’è chi difende queste collaborazioni, presentandole come occasioni di orientamento o conoscenza delle istituzioni. Ma questa narrazione ignora – o finge di ignorare – il rischio di una progressiva assuefazione culturale alla guerra. Perché il punto non è vietare il confronto, ma smascherare le asimmetrie di potere e le intenzioni che lo guidano.

In definitiva, l’Osservatorio rappresenta una voce necessaria in un panorama educativo sempre più attraversato da tensioni e contraddizioni. Il suo lavoro – insieme a quello di figure come Michele Lucivero – ci costringe a guardare oltre la superficie, a interrogarci su quale futuro stiamo costruendo per le nuove generazioni.

Perché la vera domanda, oggi, non è se la scuola debba dialogare con la società. Ma quale società vogliamo che la scuola contribuisca a creare: una fondata sulla pace e sul pensiero critico, o una che prepara, silenziosamente, i suoi giovani a morire in nome di interessi che non hanno scelto.


Qui troverai tutti gli “extra blog” di Agorà, la Filosofia in Piazza

Qui la pagina Facebook Agorà. Filosofia in piazza

Lascia un commento