«Le esperienze religiose, le storie delle religioni, l’approccio multidisciplinare alla religione, possono interrogare il pensiero, la comunità, la politica, le scelte in campo economico ed ecologico, ponendosi non come un contrappunto e contrapposizione alla secolarizzazione, ma per vivere la secolarizzazione con un volto più umano condiviso e conviviale. In questo, pensiamo, credenti e non credenti possono convergere!».
Questa la frase conclusiva del testo antologico (p.175). Perché inizio dalla fine? Perché in questa conclusione è racchiusa la portata di un progetto di collaborazione e di amicizia, fra sodali. Perché questa scrittura a quattro mani reca con sé la ricchezza della discussione, dello scambio di saperi, della conoscenza dell’Altro da sé che pur tale rimane, e il suo differire è donativo.
La mia è una lettura che ri-organizza i capitoli attraverso i collegamenti che mi ha suggerito la rassegna: ogni libro arriva al lettore per vie diverse e molto personali. Presento i due autori, lasciando la ricca storia accademica di entrambi alla quarta di copertina.
Di Michele Lucivero mi preme sottolineare la sua professione di insegnante di filosofia dei licei, il suo impegno costante nell’ Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole delle università, di cui è un asse portante ma, soprattutto, l’ago che cuce le diverse sensibilità presenti nel gruppo, in vista dello scopo comune di contrasto alle guerre, sotto ogni forma. I fili si intrecciano, si ingarbugliano e vanno rimessi a trama, tessuto che deve mostrare non le antinomie, il bianco e il nero, ma il sano conflitto che si vede nelle smagliature, nelle toppe, nell’ordito lacerato e riannodato. La pace è questa ricerca, è cammino, non è una postura guadagnata una volta per sempre. Nei nostri animi inquieti, il male, le pulsioni, gli istinti da cui mai totalmente siamo esonerati, convivono con la propensione verso il gruppo, la solidarietà, la generosa capacità di esserci per gli altri.
Di Matteo Losapio, che non conoscevo, presbitero e teologo, intuisco e mi affascina la capacità di coniugare l’impegno cristiano con gli interessi per la filosofia urbana, per la sociologia che si fa sguardo sulle architetture dell’abitare, la casa, la città. Il suo interesse è rivolto alla complessità del rapporto fra l’urbanizzazione violenta, la miseria diffusa, la ricchezza smodata e separata dei nuovi ricchi. Un esercizio sacerdotale alieno alla consunta modalità moraleggiante della religione ufficiale, critico, sempre dis-cussivo, fino all’anarchia. Un ateo, un agnostico meglio, di formazione marxista e un ministro della chiesa: insieme.
Il testo, dopo due belle pagine introduttive (rispettivamente sul ruolo del filosofo greco e sullo stato attuale della religione), si sviluppa attraverso il commento al pensiero e alle opere di 13 interroganti la fede, nel dubbio sempre vivo fra il dono, la grazia ricevuta dell’accesso all’indicibile e la scelta di volere, con le proprie forze intellettuali, con una dura lotta contro sé stessi, contro le gerarchie, contro la desolante visione del male nel mondo, andare verso quel di più escatologico, annidato nel mistero del nostro stesso corpo quantistico.
A questo ultimo aggettivo farò cenno più sotto, visto che la fisica – soprattutto quella del Novecento – apre agli interrogativi sull’origine e sul destino della Vita [Erwin Schrödinger, Cos’è la vita? Adelphi, Milano,1995]. Gli autori, alcuni notissimi e altri meno, protestanti, ortodossi, cattolici, sono introdotti da sei nodi teorici, in cui la religione, nella sua vulgata più nota, nella sua accezione popolare e in quella colta, viene messa a confronto con la filosofia, con la questione apertasi con la fenomenologia e i suoi diversi accenti, l’etnologia, l’antropologia, la sociologia. Discipline passate sotto il maglio delle decostruzioni epistemologiche, della messa in scacco della Verità Unica, nella deterritorializzazione come strategia per sfuggire al Potere non facendosi trovare dove tenta di snidarci, renderci obbedienti. Tutto lavorio del travagliato Secolo Breve.
Il primo capitolo, il primo nodo, intitolato “La religione come possibilità dell’essere umano” , riprende i temi sottolineati nelle due ricche prefazioni, evidenzia l’effetto di scelta dell’esperienza religiosa come continua ermeneutica, interpretazione della sua tradizione, una sorta di anamnesi di uno stato folle di tradimenti e ricomposizioni. Il capitolo sesto, sesto nodo, riprende quasi lo stesso titolo “La religione come possibilità data all’essere umano” nella significativa sostituzione della preposizione di, appartenenza e attribuzione, doppio genitivo, con il participio aggettivato del verbo dare. Il dono è qualcosa che arriva, atteso, inaspettato, con le caratteristiche del pharmakon, cura e veleno. Perché chi passa la soglia dell’esperire – ogni giorno – il confronto con l’irriducibile, non ha vita semplice. I capitoli II, III, IV, V affrontano le declinazioni filosofiche, sociologiche, etnologiche del fatto religioso.
La scoperta – fra intuizione e meraviglia – della spiritualità è lacerante. Lo testimonia Dietrich Bonhoeffer, dilaniato il suo afflato religioso nella vicinanza al Male Assoluto del nazismo. Lo testimoniano gli autori che hanno subìto la censura del Vescovo di Roma, a cui spesso volontariamente hanno voltato le spalle, nella solitudine della perdita di una comunità resasi asfissiante, verso la costruzione di un’altra modalità di fare comunione. L’inevitabile vicinanza al socialismo, alle lotte per la giustizia sociale ha fatto di alcuni pensatori dei proscritti, degli eretici, sia per la Chiesa ufficiale che per il socialismo reale (cap. IX).
Leonardo Boff è stato un animatore della Teologia della Liberazione in America Latina, movimento che puntò il dito contro le gerarchie religiose implicate nel genocidio economico, seguito a quello etnico dei secoli precedenti. Mentre nelle favelas molti preti vivevano con il contadino forzatamente urbanizzato e abbandonato alla miseria, da Roma arrivavano critiche e censure (cap. XV).
Il bolscevico Sergeij Bulgakov ucraino e russo, congiunzione culturale e politica valida fino all’1989, spazzata via dalla guerra attuale, vide, soffrì, la deriva autocratica del bolscevismo e, con la sua scelta religiosa, provocò lo sgomento di Lenin, lo stigma dell’idiozia lanciatogli da Karl Kausky. Bulgakov viene accostato a pensatori russi come Lev Šestov, capace di un serrato dialogo con Blaise Pascal che, accusando la crudeltà del Dio biblico ne celebrava, come Giobbe, l’incongrua grandezza. Šestov fu anche il mentore di Benjamin Fondane che interrogò Dostoevskij intorno al Male e morì in un lager nazista. [Lev I. Šestov, La notte del Getsemani, Luni Ed., Milano 2017; Benjamin Fondane, Heidegger e Dostoevskij, Magog Ed., Roma 2022] (cap. XVII).
La religione come rottura e transito fu il punto di visione di Michel de Certeau, pensatore complesso, amato dagli psicoanalisti lacaniani per il suo approccio alla frattura della lingua, che lascia resti, scarti, che si fa prepotenza del significante maestro nella catena del pensiero. E il pensiero – nell’area umbratile fra conscio e inconscio – si condanna alla prigionia della ripetizione (cap. XVIII]).
Ivan Illich occupa per me un posto a parte (cap. XIX). Il suo testo più noto è stato, ed è, utilizzato in modo frammentario, per suggestioni poco ragionate. A me piace ricordare che il suo convivio prevede una attenzione particolare al mantenimento dell’equilibrio multidimensionale fra le parti, l’attenzione alla scala nei rapporti: se si passa di scala nell’analizzare un fenomeno, si compie un salto logico che impone una diversa analisi. Dunque, è in questione proprio il superamento della soglia, che non sempre è giustificato e saggio oltrepassare. Sul finire degli anni Settanta quando Illich pubblica il suo lavoro, i dispositivi, il web, internet e i social stavano a livello di infanzia evolutiva. Oggi sono oltre il limite critico, la specializzazione, la centralizzazione di cui scrive, portano a fare dell’uomo l’accessorio della megamacchina, un ingranaggio della burocrazia (sic). La ricerca del gruppo C.I.R.C.E., di Ippolita, di Carlo Milani, basata sulla necessità di superare la schizofrenia fra tecnofilia e tecnofobia, in una sorta di dialogo affettuoso con le macchine, fidandosi del proprio potere di saperle governare, per troppi di noi è fuori scala naturale e per i più giovani è attitudine fideistica, un utopismo religioso, un ingresso nella Nuova Città di Dio [Carlo Milani, Tecnologie conviviali, Elèuthera, Milano 2022; Andoni Alonso, Iñaki Arzoz, La Nueva Ciudad de Dios, Siruela, Madrid 2002].
La citazione agostiniana ci riconduce alla soglia, come ci hanno allertato Gilbert Simondon e Bernard Stiegler [Gilbert Simondon, Sulla Tecnica, Othotes, Napoli 2017; Bernard Stiegler, La miseria Simbolica, Voll, I/II Meltemi, Milano 2021]. Le piattaforme, che tutti usiamo proprio perché ci vengono offerte come doni, con modalità amichevoli nell’uso, hanno dei padroni, hanno dei governanti poderosi: il pantheon della città elettrica. Torno a Illich che, nel 1991, dedicò la sua attenzione al libro, sì proprio quello di carta, anzi al manoscritto, Lo fece commentando l’approccio alla lettura – tecnica ontologicamente riparatrice – di Ugo da San Vittore, seguace di Agostino. Siamo nel 1128, ancora la tecnica di Gutenberg è lontana e, l’invito del monaco, è alla pazienza con cui, in un afflato di incontro mistico, si deve affrontare la lettura, cammino ed esilio.
Dal testo miniato emana una luce che viene dalla concentrazione intima, spirituale, con l’Altro da sé [Ivan Illich, Nella vigna del testo.Per una etologia della lettura, Raffaello Cortina, Milano 1996].È questo inciso utile ai vecchi e nuovi descolarizzatori che, facendo strame dell’idea di scuola contenuta nel testo di Illich (1972), enfatizzano solo i suoi attuali limiti, propongono strategie educative basate sull’improvvisazione, la fretta, l’appiattimento del docente a celebrante nella nuova ritualità algoritmica. Il libro è il grande assente.
I capitoli che Losapio e Lucivero dedicano a quattro sacerdoti italiani Lorenzo Milani, Primo Mazzolari, Andrea Gallo, Antonio Bello, ben si aggancia al discorso sul magistero, a cosa significa interrogare la fede attraverso l’insegnamento e la ricerca, il dialogo pastorale e pedagogico (capp. X, XI, XII, XII). Fare esperienza della fede, credere che ci sia, oltre la miseria del vivere, una dimensione che fa resto e non si arrende alla sola carne vuol dire, per questi sacerdoti, dare protagonismo alla Parola. Essa va spesa verso coloro che la politica, la storia, soprattutto l’economia, lascia ai margini. Tutti loro, con diversi accenti, hanno vissuto in terre dove la fame è di casa, nei luoghi dove il lavoro è fatica e dolore. La giustizia si guadagna in questo mondo, l’unico che si possa conoscere e disconoscere, amare e odiare per le difficoltà che viverci comporta. La guerra dichiarata dai governi e guerreggiata dai poveri, la bilancia dei diritti squilibrata: questo è il Male, nulla di diabolico, tutta miseria umana.
Il Cristo della croce è un cristo minuscolo il cui grido va ascoltato e a cui va resa quella Parola. Anche la più difficile, quella urticante, disobbediente, anarchica. Così, spogliata dai paludamenti delle ritualità delle chiese ufficiali, della celebrazione come affermazione del proprio potere, insomma del governo sulle anime guadagnato con la soggezione e la paura, la religione torna alla sua radice. Radicalità non più oppiacea, che stordisce e aliena, ma capace di creare il legame che unisce, slega, torna nuovamente necessario, nella dialettica, ragione ordinatrice nel rapporto fra esseri umani e Dio.
Così concepiva la teologia Karl Bath, una continua kenosi, il chinarsi del dio verso i corpi, una strada ancora interrogante il mistero della croce. Certo, la negazione dialettica rende difficile e obbligata la sintesi che porta a un dio diverso da tutto (cap. VII). L’ateo interroga le nostre credenze, le contesta come irrazionali, come frutto di ancestrali mitologie. Demitologizzare per Rudolf Bultmann è allora essere capaci di uno sguardo adulto sull’animismo, sulle antiche divinità. Lo Spirito è pneuma, è il respiro della terra e quello che si insuffla nei corpi mortali e fa intuire che c’è altro, che siamo costantemente abitati, chi ci abita non può essere sempre domato, va accolto e continuamente intrepretato (cap. VIII).
Juan Arias, frequentatore di atei e di marxisti, ci dice che l’unica possibilità per il credente di provare comprensione, di permanere in dialogo con l’agnostico o l’ateo, è la cifra di un amore senza infingimenti generosi, senza piaggeria consolatoria o, peggio, indottrinante, catechizzante. E l’unica preghiera che dio può ascoltare è quella nuda, spogliata da ogni pretesa (cap. XIV). A questa esperienza serve una postura mistica che non è ripiegamento, distacco, semmai stupore continuo di fronte al mistero, all’irriducibile, che così bene venne colta dai matematici del transfinito o dai fisici quantistici.
Il simbolo, il syn bàllō, fatto di significati gettati l’uno contro l’altro, in un nodo con ciò che non capiamo, è ciò che cerca Pavel Florenskij quando, ancora bambino, prova emozione per la bellezza della natura e capisce che questo sommovimento interiore è l’accesso al da qualche altra parte, a ciò che passa e pure permane, nella storia personale, nella memoria collettiva. Postura che non lo abbandonò nemmeno della desolazione delle isole Solovki dove trascorse anni di prigionia, il confinamento, la restrizione, il terrore destinati dallo stalinismo ai dissidenti (cap. XVI) Come raccontò, nella sua esperienza di medico Anton Cecov, dall’isola di Sachalin, prigione zarista così simile all’esilio nel gulag, il senso della vita poteva esser ritrovato nella solidarietà come nella comprensione della protervia, del delitto, dell’ingiuria [Anton Čechov, L’isola di Sachalin, Adelphi, Milano 2017].
Oggi la secolarizzazione ha preso una brutta piega, è un processo paradossale. Le Nazioni cercano anche nella religione la copertura per guerre, persecuzioni, nefandezze neocoloniali. Lo fanno Israele, l’India, i Paesi dove esiste un culto maggioritario e di Stato. E lo fa Trump, pensando che gli USA torneranno grandi recuperando i miti di fondazione, i Padri Pellegrini e la conquista dell’Ovest come eliminazione della barbarie autoctona.
A fine lettura credo che ai due autori della rassegna, il lettore chieda un’indagine sulle religioni altre, sulle nuove eresie, sull’Islam che molto in Occidente si teme, per ignoranza, per razzismo. E non è compito che va oltre le loro forze intellettuali ed etiche.
M. Losapio, M. Lucivero, Dono e Scelta. Pratiche ed esperienze filosofiche della religione, Cittadella, Assisi 2025.
Renata Puleo (29/04/2026) per Agorasofia
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