Passi scelti. Le parole fasciste che (non) ce l’hanno fatta: il monologo di Valerio Aprea

La passione dei regimi totalitari per il controllo della cultura e della comunicazione sociale agisce sia in senso repressivo che propositivo. La martellante propaganda si congiunge alla repressione del dissenso, la condanna di posizioni politiche antagoniste si collega ad una proposta valoriale dogmatica, la riscrittura della storia è la controparte della damnatio memoriae che incombe su eventi e personalità per così dire scomode o imbarazzanti. Agli atti simbolici – dal rogo delle opere intellettuali all’autocritica – volti a censurare, intimidire e annichilire la libertà d’espressione seguono cerimoniali pubblici che esaltano la (nuova)cultura di Stato. Stesso destino tocca alla lingua – alle sue espressioni, alle sue parole – controllata minuziosamente, perché da un suo uso libero e creativo non germogli mai il seme della rivolta. 

AP e ML (27 aprile 2026) per Agorasofia

L’indice delle parole proibite durante il fascismo è terribile e ridicolo insieme. Ve ne proponiamo un estratto contenuto nel brillante monologo di Valerio Aprea.

Elenco di termini italianizzati durante l’epoca del ventennio fascista: 

  • taxi, “tassì”
  • bidet, “bidè”, uguale, ma senza la
  • film, “pellicola” o anche “filme” o “filmo” 
  • crick, “cricco” 
  • buffet, “rinfresco” o “tavola fredda”
  • brioche, “brioscia” 
  • champagne, “champagna” 
  • bordeaux, “color barolo”
  • dessert, “per alzarsi”
  • sandwich, “tra i due”, poi in seguito divenuto “tramezzino”, coniato espressamente da D’Annunzio
  • shock, “urto di nervi” 
  • panorama, “tutto che si vede”
  • insalata russa, “insalata tricolore”
  • bar, “qui si beve” 
  • pic-nic, “pranzo al sole”
  • cocktail, “polibibita” o “bevanda arlecchina” 
  • smoking, “giacchetta da sera” 
  • gulash, “spezzatino all’ungherese”
  • flirt, “amoretto” 
  • avere un flirt, “fiorellare” 
  • parquet, “tassellato” 
  • chiave inglese, “chiave a morsa” 
  • pied-à-terre, “fuggi casa” 
  • tennis, “pallacorda” 
  • playboy, “vitaiolo” 
  • cotillon, “cotiglioni”
  • garçonnière, “giovanottiera” 
  • Purè, “poltiglia”
  • Gin, “ginestrella” 
  • Luis Armstrong, “Luigi Braccioforte” 
  • Buenos Aires, “Buona aria” 

Ora, se per caso i vocaboli come questi che non ce l’hanno fatta ad arrivare fino a noi al contrario, invece, ce l’avessero fatta, noi oggi ci esprimeremo più o meno nel modo seguente: 

«Stamattina sono sceso al qui-si-beve sotto casa e ho fatto colazione come al solito cappuccino e brioscia. Poi salendo in macchina mi sono accorto che avevo una gomma a terra, allora ho preso tutti gli attrezzi: chiave-a-morsa, cricco e tutto il resto e ho cambiato in fretta la gomma perché dovevo raggiungere alcuni amici che avevano organizzato un pranzo-al-sole a Villa Pamphili e lì ho mangiato, ma così giusto un tra-i-due all’insalata tricolore, che per fortuna era senza uovo perché io sono allergico e di sicuro rischiavo l’urto-di-nervi anafilattico. Poi vabbè nel pomeriggio mi sono fatto una bella partita a pallacorda con mio cugino e in serata sono andato a questa festa di gala in giacchetta-da-sera, in questo attico con una terrazza pazzesca con un tutto-che-si-vede mozzafiato, tassellato dappertutto, Luigi Braccioforte fisso in sottofondo è una tavola fredda da urlo, con sti camerieri che distribuivano bevande arlecchino agli invitati e giusto uno spezzatino all’ungherese con un po’ di poltiglia a fianco. Invece, me so sfondato di polibibite e a un certo punto ho notato una tipa con questo stupendo vestito color Barolo e allora mi sono avvicinato e le ho chiesto: “Champagne?”. Da quel momento abbiamo fiorellato tutta la sera e quando sono arrivati ai per-alzarsi, dopo l’ennesima gineprella, le ho detto: “Ma senti un po’, ma perché non ce ne andiamo, eh?” Lei m’ha detto: “Ma perché hai una giovanottiera?” Io ho detto no, che non era proprio una giovanottiera, ma più un fuggi-casa e lei allora dandomi del vitaiolo alla fine ha ceduto… mi sa che è nato un amoretto…».

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