Il lapsus di Valditara e la storia controfattuale

La citazione, ops, il lapsus della settimana: «All’epoca avevo 18 anni e ricordo quella foto drammatica del presidente Sergio Mattarella che prendeva in braccio suo fratello assassinato dalle Brigate Rosse e lo tirava fuori dalla macchina», Giuseppe Valditara, 7 maggio 2026.

Che “sciacallaggio ignobile” è quello che si è abbattuto su Giuseppe Valditara! Un lapsus che altro? – è diventato l’occasione per alimentare sterili polemiche e accanirsi contro il Ministro dell’Istruzione e del Merito, reo di aver solamente confuso la Mafia con le BR, quale responsabile dell’omicidio dell’allora Presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella.

Eravamo nel 1980 e l’Italia viveva, senza saperlo, il periodo conclusivo degli anni di piombo e di tritolo. Un periodo doloroso e complesso, pieno di omicidi, stragi e tensioni dovuti ai terrorismi di destra e di sinistra e reso torbido dalle connessioni indegne tra mafia, politica, servizi segreti e servizi segreti deviati e interessi geopolitici internazionali.

Un periodo drammatico, che storicamente si suole far risalire alla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 e culminare – solo simbolicamente – con la strage di Bologna del 2 agosto 1980. Una ferita aperta, che ha ancora bisogno di una memoria collettiva ben più matura di quella su cui attualmente possiamo contare e sulla quale poter far finalmente poggiare riflessioni complesse, non necessariamente autoassolutorie.

Il 9 maggio 1978 moriva, ucciso dalle BR e non solo stando ai lavori di ben due Commissioni parlamentari, il leader della DC, Aldo Moro. Dal 2007 quel giorno è diventato, con la legge n. 56, il Giorno della Memoria dedicato alle vittime del terrorismo, non senza le polemiche di chi avrebbe voluto che tale commemorazione fosse spostata in data più rappresentativa, ossia proprio a quel 12 dicembre, alla strage di Piazza Fontana. Lo stesso 9 maggio del 1978, più lontano dai clamori mediatici, veniva assassinato anche Peppino Impastato, ucciso da un altro terrorismo, quello mafioso.

Abbiamo letto d’un fiato l’ultimo libro di Eric Gobetti. Si intitola Il nostro terrorismo ed espone con grande lucidità qual è la peculiarità italiana: aver vissuto la sua storia unitaria all’insegna di differenti stagioni terroristiche, caratterizzabili in termini differenti, ma che hanno finito per imprimerle una fisionomia istituzionale unica.

Ora, esiste un videogioco che simula scenari storici e geopolitici inattuali, si chiama Europa Universalis e rende possibile, in versione per così dire ludica, affrontare periodi storici cruciali portando avanti versioni controfattuali che determinano vere e proprie ucronie. Noi il videogioco non lo abbiamo mai provato – probabilmente l’uso di una versione iperpotenziata devono averla in mano i decisori dei destini del mondo da Trump a Xi Jinping.

Tuttavia, abbiamo fatto un esperimento semplice e abbiamo chiesto all’IA cosa sarebbe successo in Italia se Moro fosse stato rilasciato dalle BR e se Peppino Impastato, lo stesso giorno, non fosse stato ucciso dalla mafia. L’Intelligenza Artificiale ha aperto scenari diversi, tra i quali anche quello che sostiene che con un’altra storia, magari con la liberazione di Moro, neanche l’omicidio Mattarella sarebbe avvenuto, in quanto il “caso” Mattarella sarebbe stato, in realtà, una sorta di “Moro-bis”: la stessa apertura di Moro al Partito Comunista, alla ricerca del compromesso storico, era infatti sostenuta da Mattarella in Sicilia.

L’intelligenza Artificiale ha omesso di dire, tuttavia (forse per un lapsus come per il nostro ministro o, forse, perché non è poi così intelligente), che questa posizione era sostenuta da Giovanni Falcone, il quale nel 1988 affermava: «È un’indagine estremamente complessa perché si tratta di capire se, e in quale misura, la “pista nera” sia alternativa a quella mafiosa, oppure si compenetri con quella mafiosa». Per Falcone, impegnato allora nelle indagini su terroristi neofascisti appartenenti ai Nuclei Armati Rivoluzionari, indagare sulla pista nera «potrebbe significare [scoprire] altre saldature, e soprattutto […] rifare la storia di certe vicende del nostro paese, anche da tempi assai lontani». 

Insomma, come il Ministro saprà (o forse no, chissà!), un lapsus in realtà dice molto più di ciò che appare in superficie e, forse, esso nasconde tra le pieghe di un errore di distrazione il risultato di un percorso controfattuale di semplificazione ideologica dei fatti storici che la destra, come da tempo andiamo sostenendo, è abituata a seguire da un bel po’.

Il libro di Gobetti, invece, rifugge proprio da argomenti strumentali e semplificazioni e, mentre si impegna in distinguo e precisazioni intorno alle differenti forme di terrorismo che il nostro Paese ha dovuto affrontare, afferma perentorio: «È dunque paradossale, ma il terrorismo più grave della storia, quello che ha fatto decine di milioni di morti negli ultimi cento anni, è proprio quello che non abbiamo mai chiamato terrorismo, perché esercitato da Stati e truppe regolari. Ecco che ora si comprende meglio l’importanza delle parole e la necessità di liberarle dal loro uso propagandistico» (p. 109).

Quell’uso grossolano e in malafede che, alla fine, mette subdolamente tutto sullo stesso piano e tutto confonde: metodi e obiettivi, vittime e carnefici, responsabilità aggravate tra accondiscendenze e depistaggi: «Così, a distanza di quarant’anni, quasi metà degli studenti italiani sono convinti che la prima strage fascista, quella di Piazza Fontana, sia stata commessa da terroristi di sinistra. E gli attuali rappresentanti delle istituzioni hanno buon gioco a negare la matrice fascista di quegli attentati, appurata in maniera incontrovertibile, ma con grande difficoltà, da studiosi e magistrati» (p. 157)

Bene, se qualcuno tra i politici – più prevedibilmente di campo progressista, ma siamo pronti a lasciarci stupire – dovesse aver voglia di riproporre queste questioni cruciali per la nostra storia all’interno di un dibattito pubblico divenuto più che deprimente, ovviamente, gliene saremmo infinitamente grati.

ML e AP (10 maggio 2026) per Agorasofia

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