Il fatto è che la ricerca delle presunte radici o sommità della nostra cultura
si trasforma inevitabilmente in una interminabile catena di precedenze,
di cui è praticamente impossibile individuare il primo anello.
Maurizio Bettini
L’identità prende forma, viene affermata, rivendicata,
imposta in relazione ai gruppi che di volta in volta si costituiscono nella competizione per le risorse,
di qualunque tipo esse siano.
Francesco Remotti
Il territorio
Il geografo Matteo Meschiari in Terre che non sono la mia. Controgeografia in 111 mappe, ci insegna che i primi graffiti segnati da mano umana, le mappature dei territori di caccia, delle vie d’acqua e delle coltivazioni, le più antiche e quelle oggi elaborate grazie agli occhi satellitari, servivano e servono a padroneggiare un territorio, quello mobile del nomade, quello circoscritto per lo stanziale e le forme ibride. Muoversi, orientarsi, tornare, insediarsi, verbi instabili, tutti.
Il Dizionario De Mauro alla voce territorio riporta innumerevoli accezioni. Scelgo quelle che mi serviranno per questa riflessione. Se il significato etimologico è banalmente terra, la definizione a più alto uso è «porzione di terreno di notevole estensione […] zona geografica, regione in rapporto a caratteristiche e condizioni ambientali […] zona definita da un confine». A seguire, il significato a uso tecnico-scientifico recita: «elemento materiale su cui si esercita un’autorità di governo». Pur prestigioso, il mio De Mauro è vecchio (1980), e l’AI, pescando nel suo immenso magazzino, saccheggiando il senso comune (e la Treccani on line!) ne sottolinea gli aspetti antropici, etologici, biologici.
Restringo ancora: nell’antropico mi attesto su culturale, su ciò che – trasformando un ambiente naturale – lo popola in varie forme, nel popolarlo lo accultura andando per assimilazioni ed esclusioni. Il filosofo Roberto Finelli, nel suo tentativo di riscattare il marxismo dalla distinzione volgare fra struttura economica e sovrastruttura culturale come dipendenza verticale, le intreccia secondo una tipizzazione che – lo scrivo a grana grossa – differenzia l’insediamento romano in cui il diritto segna il territorio sostanzialmente agricolo, sancisce la conquista, la modalità di difesa, il tipo di colonizzazione, da quello barbaro dove la tribù organizza il territorio (entità mobile a seconda del bisogno) per nuclei famigliari, per clan, garantendo la riproduzione sociale.
Dunque, il presupposto alla costituzione delle società è quello culturale, è interpretazione, legittimata dal comando, di cosa è un bisogno materiale e come si possa provvedervi (Roberto Finelli, Un parricidio compiuto. Il confronto finale di Marx con Hegel, Jaka Book Milano 2015, pp.42-49). Forse, capisco io, il nodo sta nella capacità gramsciana di superare i determinismi e di leggere i contesti storico-culturali con buone lenti, dove buone sta per libere da pregiudizi.
Facendo un salto storico che da questi concetti ci traghetta all’oggi, la globalizzazione di inizio secondo millennio, garantita dalla dimensione meta-spaziale del web, già pare superata dalla mistica della riterritorializzazione. Mi riferisco alla fenomenologia del primo muskismo, religione dell’autarchia produttiva, della promessa della pace neo-kaniana, della salvezza neo-ecologista, o al peggio, quando la catastrofe sarà inevitabile, della fuga dei ricchi nell’oltre mondo. Ma in Italia, pur non alieni a destra e a sinistra all’ascolto estatico della nuova città di dio, unita a qualche idiozia imperiale a sovranità limitata (dal sovrano americano), siamo ancora provinciali, ragioniamo per piccoli campanili, attiviamo piccole diatribe.
Dunque, è quasi un obbligo argomentativo accennare alle polemiche, presto macinate nell’oblio tipico dell’opinionismo on line, sulla citazione da Frank Furedi, utilizzata come traccia per l’elaborato dell’esame di fine secondo ciclo (I confini contano. Perché l’umanità deve riscoprire l’arte di tracciare frontiere, Meltemi, Milano 2021). La frase da commentare era relativa a un aspetto del concetto di confine/frontiera, esplorato nel saggio, che è chiaramente condivisibile. Nel sesto capitolo, i primi tre paragrafi analizzano un tratto tipico delle società occidentali (altrove vigono altri paradigmi educativi): la progressiva scomparsa dell’adultità, l’erosione dei confini fra le età della vita.
Lo sbando che ne deriva sfocia nell’ impossibilità – per genitori, per insegnanti – di essere autorevoli guide per le creature piccole e giovani, continuando anche il lavoro su se stessi, mai davvero concluso (Duccio Demetrio, Elogio dell’immaturità. Poetica dell’età irraggiungibile, Raffaele Cortina Editore Milano, 1998). Ma il testo di Furedi, forse poco letto e molto chiacchierato dal suo stesso autore, si muove su altri cardini, quelli che il filosofo Andrea Zhock nella sua prefazione elogia e, dopo le polemiche, ha sostenuto come elemento che rende questo saggio necessario, il confine statuale, istituito, nazionale: «Ma com’è evidente, la possibilità per uno stato di conferire cittadinanza, e di proteggere i propri cittadini (o eventuali ospiti), dipende integralmente dalla capacità di definire la validità delle proprie leggi entro i limiti del proprio territorio». (corsivi dell’autore). I miei grassetti vanno al cuore di quello che – secondo me – è lo scopo del libro e ci tornerò più sotto.
Le altre concezioni del termine confine, ritengo e spero di essere smentita, sono solo in Furedi uno specchietto per allodole, curiosamente o forse no, pensieri colti di un ex rifugiato politico che oggi rivuole una patria. La sua? Quella di adozione a cui ha avuto accesso come ospite eventuale? Quel che è certo è che la vuole confinata, segnata sulla carta. Leggiamolo: «Quali che siano le motivazioni, il progetto di deterritorializzare la cittadinanza e indebolire la sovranità nazionale rappresenta una grave minaccia per la democrazia e la vita pubblica» (p. 98). E ancora: «perimetrare il demos entro confini di uno stato territoriale è un requisito affinché la solidarietà possa esistere» (p.127. Di nuovo, a pare mio, una ambigua confusione di piani logici fra il simbolico (le divisioni culturali e generazionali), il fantasma del suo passato (dove alligna la sua identità), il reale (la politica come statualità, il cives nelle sue mura).
Il confine, pelle dei popoli, come il derma che ci protegge e ci fa percepire – protezione e apertura sensoriale – dovrebbe conservare la vita, le sue caratteristiche. Immunità e contagio, sono tema biologico e culturale. Che si tratti di una epidemia, di una estradizione e/o di un esilio (destierro: la lingua spagnola dice la perdita della terra propria, immaginaria, reale), di un muro di contenimento e/o di un filo spinato, il problema resta il territorio proprietario, privato e lo sconfinamento della barriera un pericolo, quando non un reato. (Roberto Esposito, Immunitas. Protezione e negazione della vita, Einaudi, Torino 2002; Andrea Cavazzini, Cellule, organismi, comunità: il transindividuale delle scienze della vita contemporanee, a cura di Etienne Balibar, Vittorio Morfino, Il Transindividuale. Soggetti, relazioni, mutazioni, Mimesis, Milano 2014).
E qui sorge un altro mio dubbio: quali popoli, come accomunati, sotto quale egida per quale omogeneità di caratteristiche (come scrive il De Mauro), raccolti attorno a quali bandiera e inno? Dopo il disfacimento dell’Impero Austro Ungarico sancito dal Trattato di Versailles, polacchi, bulgari, ucraini, solo per citare i casi più eclatanti, passarono di qua e di là nelle mappe ridisegnate dai trattati, e di nuovo con le spartizioni nel secondo dopoguerra.
Anche le vicende dell’immensa Africa antes e post coloniale non insegnano nulla, nemmeno le stragi inventate. Un esempio per tutti quella fra Hutu e Tutsi, non a caso sempre citato proprio per parlare di confini e pelle culturale (Francesco Remotti, Contro l’identità, Laterza, Bari-Roma, 1996/2025, pp 50-52; Maurizio Bettini, Contro le radici. Tradizione identità, memoria, il Mulino, Bologna 2011, pp. 82-85).
La Storia è disciplina superflua, marginale, lo sappiamo, basta scorrere le Indicazioni Nazionali, verbo del Ministro Giuseppe Valditara, per grandi e piccini. Allora, proviamo a guardare una cartina della ex Iugoslavia, quella colorata con la distribuzione regionale per credo religioso fattosi micro-nazione: dove metterebbe i confini Furedi? Per il signore della guerra Netanyahu, non ci sono patrie oltre il sionismo biblico, non esistono i confini invalicabili e inviolabili (concetti giuridicamente distinti del diritto internazionale che non sempre vale e in Israele mai è valso). Grazie anche alle nostre armi, di produzione italiana sottolineo, la Palestina, e i due stati per due popoli, sono diventati una narrazione per ingenui, per correi di genocidio (clicca qui).
Gli arabi – come con malcelato disprezzo Israele definisce le popolazioni originarie della Palestina – sono popolo ibridato come dovunque, così come gli ebrei sono arrivati dalle diaspore plurime, quelle che loro hanno chiamato Alya, il ritorno, e per i Palestinesi è la Nakba, la catastrofe. Di guerra in guerra, con l’inevitabile strascico di profughi, in Italia la politica è allo sbando, incapace di scegliere fedeltà e tradimenti, l’Europa, gli USA, la Patria. Intanto si introduce con poche voci contrarie, la reimmigrazione, nuova interpretazione di aiutiamoli in casa loro. Perfino la Nato è una grande patria, un luogo che continuamente sconfina, si allarga, macina alleanze e si insedia dove la strategia militare suggerisce, con le sue basi: territorio extra territoriale.
L’italico orticello
Con colpevole brevità torno ai nostri campanili: Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Ignazio La Russa, a Pontida a bere l’acqua del patrio Po, la prima anche adepta ai rituali di Atreyu, tutti con uno sguardo oltreoceano al Capo. Evito, per carità verso i lacerti della sinistra, commenti su coloro che stanno circoscrivendo un campo largo, fra colpevoli afasie e balbettii, ma ci dovrò tornare, sotto, purtroppo, perché sono forme di idiozia (difficoltà di parola) non solo della destra (clicca qui).
Altra curiosità, alla riunione di Atreyu del 2023, c’era anche Elon Musk che, dalle prime mosse a metà degli anni Novanta su accennate, ha decisamente svoltato a destra, nella versione personale, nemmeno più trumpiana. «Non ci sarà più nessun Occidente se si va avanti così» ha detto a proposito della immigrazione, il pericolo evocato è il Sudafrica in cui è nato, finito in mano ai neri «un suicidio razziale». Il suo concetto di confine non è la soglia che nella cultura orientale e nella com-prensione mistica rappresenta il senso dei nostri limiti razionali, ma il confine, il muro, la recinzione.
Torno ai miei grassetti sull’introduzione di Zhok al libro di Furedi. Lo Stato deve proteggere i suoi cittadini e le sue cittadine grazie alle proprie leggi. Il Leviatano è lo Stato il cui corpo è bifido, busto-suddito, testa coronata, le mani che stringono lo scettro e la spada. Ai nostri ineffabili ministri dell’Interno, della Difesa e dell’istruzione, l’immagine è ben chiara, la metafora svelata. E come il nostro stato stia proteggendo la sua gente è ormai evidente: misure repressive mai più viste dalla caduta del fascismo, difesa della patria come impegno totalizzante, scuola come luogo di indottrinamento.
Qualcuno ha scritto che questo attacco combinato, soprattutto verso la popolazione più giovane, sembra una malattia autoimmune: questo governo sta distruggendo il suo stesso corpo, la protezione si misura con l’efficacia del manganello sul suo cuore pulsante, giovane, vitale. Anche questo abita il sogno distopico di Musk: la remigrazione, la caccia al migrante illegale saranno compito di robot, dei cyborg poliziotti (sic). Penso che chi legge colga l’analogia con le nostre recenti norme antimmigrazione e lo stato di assedio che può bloccare un intero quartiere, con poliziotti catafratti, per effettuare uno sgombero. (per ogni citazione su Elon Musk, rimando a Quinn Slobodian, Ben Tarnoff, Muskismo. Una guida per perplessi, Einaudi, Torino 2026).
Territorio Differenziato
Considerato che l’italica possanza della destra è pronta a tutti i patti pur di vincere le prossime elezioni e chissà, dice Giorgia Meloni, anche il soglio presidenziale, mi soffermo su un argomento giuridico di attualità, in tema di governo del territorio. Alighiero Fumagalli scrive che il ministro Roberto Calderoli non demorde e l’autonomia differenziata, esito delle legge 86/2024, avanza lenta e inesorabile «nella distrazione di opposizioni e dei cittadini» (il manifesto, 2 luglio 2026, pag.11). Se passeranno i testi delle preintese stato-regioni, l’Italia sarà un mostriciattolo di regioni normali, di regioni a statuto speciale già vigenti, di quattro realtà (Piemonte, Lombardia, Liguria, Veneto) a formare una sorta di macroregione.
Aveva abboccato all’amo veneto anche l’Emilia-Romagna del disattento o malfidato Stefano Bonaccini (ex governatore), ma l’impegno dal basso dei comitati locali del collettivo NoAD lo hanno fatto recedere. A sinistra, nel campo largo, imparino: le mobilitazioni ben condotte danno buoni risultati. Questa annotazione mi viene a fagiolo per il discorso fatto su. Nuovi confini si ridisegnano oltre il Po, e concesse le 22/23 materie che secondo Calderoli e i suoi accoliti dovrebbero diventare esclusive, sottratte dunque allo stato centrale, si guadagna un controllo più capillare del territorio, si influenzano più da vicino prefetture e procure, si agevolano le estraterritorialità giuridiche delle basi statunitensi e della NATO, si riorganizza il corpo della protezione civile. Riprendo, con cautela perché il dibattito è in corso, e molti sono gli interventi più autorevoli di queste note, la proposta di una legge di iniziativa popolare presentata in Cassazione dalla Rete Italiana Pace e Disarmo, Sbilanciamoci!, enti di servizio civile (qui alcuni dubbi sull’iniziativa di Alfonso Navarra; di Ermete Ferraro; di Michele Lucivero; di Serena Tusini).
Compiti di difesa del territorio saranno affidati ai corpi di obiettori che, come nella normativa vigente (e molte sentenze della Corte), non vanno alla guerra, ma sono di supporto, addestrati (sic) a intervenire quando il rischio di conflitti armati si presenta, oppure nel caso di calamità naturali, ormai all’ordine del giorno. Un vero e proprio Dipartimento la cui istituzione (istituire è verbo giuridicamente e politicamente impegnativo) potrebbe non dispiacere al Ministero delle Difesa.
In fondo, il Ministro Guido Crosetto ne scrive anche in un No-Paper, un documento del 2025 di riordino delle posizioni del governo per la difesa totale, permanente, di contrasto alla guerra ibrida. Anche in questo caso proteggere è assai simile a infantilizzare, mettere sotto, piegare all’obbedienza necessaria i sudditi per il bene comune della nazione. Tematiche altrimenti analizzate nel blog dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Il manifesto di intenti e tutte le pubblicazioni, pur mantenendo l’attenzione sulle declinazioni storiche del pacifismo, prevedono il disarmo totale e il rifiuto di ogni compromesso sul concetto di difesa.
Concludo con il caso di Roma Capitale. Il Campidoglio non recede come l’Emilia e si fa tentare da una forma bizzarra di autonomia, Areopago di nuovo conio, organo supremo di governo e giudizio, come è stato definito da alcuni. Si tratta di un progetto di legge costituzionale che conferisce ampi ambiti di amministrazione e di legislazione autonoma al Comune. Del resto, Roma vanta un centro storico di immenso valore trasformato in un’area parco per turisti e per i residenti ricchi, ricchissimi. Il resto dei romani vive in periferia, qui e là qualificata a colpi di cemento ed erosione del territorio. Il territorio, rieccolo, spazio vitale Lebensraum, dicevano i tedeschi del Terzo Reich, senza il quale non c’è grandezza, e Roma, nel delirio dei suoi amministratori, deve essere grande, imperiale.
RP (12/07/2026) per Agorasofia
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