Dopo esserci soffermati sui modi attraverso i quali il capitalismo neoliberale riesce ad imporsi come ideologia dominante, imponendo trame cronologiche che irretiscono i cittadini e le cittadine nelle dinamiche del consumo mentre definisce bisogni e aspirazioni, vorremmo provare a vedere cosa è accaduto nel frattempo allo spazio. Eravamo giunti, infatti, alla conclusione che i soggetti della postmodernità non hanno tempo, perché vengono derubati anche della pensabilità di un tempo liberato dalla necessità.
Anche dello spazio, in fondo, come del tempo, siamo ingenuamente portati ad avere un’idea erronea, arrivando a ritenerlo alla stregua di un contenitore oggettivo, un luogo misurabile in modo definitivo. A ben vedere, però, esso è assolutamente manipolabile e, proprio in quanto tale, rappresenta una fonte essenziale a partire dalla quale esercitare forme di sapere-potere. Ma nelle mani di chi è oggi la produzione simbolica dell’immagine dello spazio?
Di fatto, nella produzione di spazio socialmente determinata si concretizzano i discriminanti rapporti di produzione, che oggi il capitalismo prova ad occultare immergendoci in spazi astratti in cui regna la logica del consumo di spazio virtuale, alienandoci, così, dall’agorà, dallo spazio concreto della piazza, luogo della discussione pubblica.
Del resto, dobbiamo convenire che storicamente controllare lo spazio (e il tempo) ha significato controllare la produzione e, quindi, il profitto e ciò comporta trovarsi in una situazione di vantaggio nella gestione delle relazioni sociali, da sempre economicamente orientate. Ammettiamo quindi che «se lo spazio è sempre un contenitore di potere sociale, allora la riorganizzazione dello spazio è sempre una riorganizzazione del quadro attraverso cui si esprime il potere sociale»[1].
Ciò che è evidente dall’analisi della storia occidentale è che ogni richiesta di trasformazione socioeconomica non può che avvenire a partire dalla richiesta collettiva di fruizione di un diritto negato a sempre più estesi gruppi sociali, il diritto ad avere spazio: è così che si passa storicamente dall’assolutismo, libertà per il sovrano, al liberalismo, libertà per pochi (uomini), e da questo al socialismo, libertà per molti/molte.
Ed è qui, nella gestione dello spazio, che il capitalismo mostra, in effetti, le sue contraddizioni: «Il caos spaziale generato dal capitalismo, malgrado la potenza e la razionalità dello Stato, non diventa forse il suo punto debole, il suo corpo vulnerabile?»[2], scrive lo storico Lefebvre.
Da una parte i cittadini e le cittadine vengono proiettati/e in una dimensione astratta in cui lo spazio è omogeneo, persino indifferenziato, rarefatto, virtuale. Si tratta quasi di una deprivazione violenta alla quale sottostiamo e che ci sembra ben riassunta dallo slogan di una vecchia reclame di una nota compagnia telefonica, che ci avvertiva del cambiamento epocale appena occorso: «Il mondo è tutto intorno a te».
L’illusione prometeica dell’uomo che vive nella bolla neoliberistica sta tutta nella presunzione di poter avere-tutto-a-portata-di-mano. Eppure questa ubiquità ontologica e, perciò, livellante si scontra, in realtà, con una colossale ignoranza dello spazio che abitiamo con superficialità, credendolo omogeneo (globalizzato), oggettivabile in base alla disponibilità immediata (suvvia basta essere clienti prime!) dei prodotti di consumo. E ciò accade proprio mentre l’Occidente neoliberista polverizza, sfalda, frammenta il resto del mondo sotto i colpi del ripetersi di crisi concentriche che lo erodono con guerre e catastrofi.
Dall’altra parte, quindi, esiste tutto un mondo che vive all’ombra del capitalismo, sia fuori dal mondo occidentale sia al suo interno, tra gli anfratti delle sue periferie spaziali, sociali ed economiche, una periferia che patisce sulla propria pelle l’impossibilità di anelare uno spazio diverso e viene ricacciato a forza in uno spazio concentrato, un campo di concentramento, temporaneo o permanente, da cui non può uscire, pena la gogna dell’essere bollato come illegale, clandestino.
Ma, purtroppo, non ci sembra che tali contraddizioni abbiano avuto effetti deleteri per il sistema capitalistico, anzi, continua a rimanere valido l’assunto secondo il quale chi controlla lo spazio ne definisce anche i confini, imponendoli in modo violento, come avvenuto in età moderna e come continua ad accadere nell’età postmoderna senza soluzione di continuità.
E oggi, che assistiamo ad un drammatico ritorno dei confini, persino richiesti come fossero un rigurgito di modernità, stentiamo a capire che in definitiva i pochi che definiscono le regole dello spazio vincono quasi sempre o, comunque, hanno buon gioco nel rimandare la sconfitta, proponendo alternative e compromessi rispetto al presentarsi di eventi, gruppi o processi potenzialmente negativi per il mantenimento dello status quo.
Per tutti gli altri soggetti, vittime di questa ignoranza cartografica indotta e discriminante, rimangono gli effetti nefasti che sono sociali, culturali, politici ed economici, ma soprattutto umani.
Pare, dunque, evidente che la storia conservi ancora intatta tutta la sua ironia nel manifestarsi, infatti quell’allargamento della base della libertà nella gestione dello spazio e del tempo, che passa dai regimi assolutistici a quelli liberali, fino a quelli socialisti, non risulta una conquista stabile, anzi sembra precipitosamente tornare indietro con l’assoluta complicità della base, che crede di avere, un giorno, quella libertà tutta per sé…ma è proprio in questo affannarci che continuiamo a consumarci.
ML, AP (15/10/2023)
[1] D. Harvey, La crisi della modernità, Net, Milano 2002, p. 312.
[2] H. Lefebvre, La produzione dello spazio, PGRECO, Milano 2018, p. 81
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