Che quella di Eco si possa ritenere una lettura disimpegnata e d’evasione certamente non si può dire, come del resto non lo si può dire per nessuno degli altri cinque romanzi del geniale scrittore italiano. C’è, però, da rilevare che tutta la concentrazione e l’applicazione riposta dal lettore o dalla lettrice nel districarsi tra le vicende di mezza Europa accadute nell’arco di tutto l’Ottocento sono ripagate dal guadagno storico che indiscutibilmente se ne ricava. Probabilmente il lettore e la lettrice occasionali, o quell* «non fulmineo di comprendonio», come l* definisce lo stesso autore, potrebbero essere tentat* di abbandonare la lettura dopo qualche pagina, magari per la complessa struttura narrativa che vede l’alternarsi di tre diverse voci narranti oppure perché disturbat*, nel loro perbenismo, da tanto antisemitismo oppure perché non riescono a superare l’impasse costituito dall’impenitente dovizia di particolari concernenti la cucina, gli anfratti di Parigi e gli esplosivi. Tuttavia, la cultura ha bisogno di pazienza per essere coltivata e detesta il consumo fugace e la logica dell’immediatezza, pertanto è possibile che verso la metà dell’opera l’intreccio possa cominciare a non lasciare più fiato e così ancora una volta potrebbe capitare che Umberto Eco riesca a catturare nelle tresche delle logge massoniche, dei regicidi, delle spedizioni garibaldine e delle messe nere. Sullo sfondo si staglia un accattivante e direi modaiolo assunto di base che presta il fianco alla più intrigante delle cospiracy theory dell’Occidente, sempre più di moda al giorno d’oggi, cioè un inedito, ma possibile, complotto internazionale tra massoni ed ebrei per la conquista dei gangli del potere politico, economico e culturale. Contro ogni semplicistica accusa di antisemitismo, Eco mette qui in rilievo il contributo indiscutibile e prezioso dato dalla tradizione ebraica a tutta l’economia, alla politica e alla cultura europea.
Umberto Eco, Il cimitero di Praga, La Nave di Teseo, Milano 2020.
ML (26-05-2012)
