Jacques Derrida, Come non essere postmoderni: sull’uso improprio degli -ismi

Con un titolo piuttosto infelice viene presentata in Italia una breve relazione di Derrida che, con il suo stile volutamente frammentario, risulta utile per comprendere l’orizzonte entro il quale deve essere correttamente intesa la decostruzione.

L’occasione di trattare negli USA il tema “Gli stati della teoria” dà agio al filosofo francese di chiarire una volta per tutte perché la decostruzione non può lasciarsi facilmente intrappolare all’interno di una teoria generale concernente la filosofia postmoderna e nemmeno trattata sotto la nomenclatura di decostruzionismo.

Dopo aver minuziosamente decostruito (per l’appunto!), vale a dire derubricato l’uso del tradizionale concetto di teoria alla più fluida menzione di gettata teorica, Derrida si rifiuta di trattare la decostruzione come una teoria, con le sue regole e il suo metodo, perché essa non è che un evento sotto gli occhi di tutte e tutti nella realtà sociale e politica contemporanea e consiste nel rifiuto di ogni forma di oggettivazione, di assoggettamento, di classificazione scientifica perpetrata con le categorie della tradizione moderna.

Alla fine, il “decostruzionismo”, da parte sua, si presenterebbe come un tentativo di ingabbiare la gettata destabilizzante della decostruzione all’interno di una gettata stabilizzata per mezzo di regole e metodi ben definiti, ma questa non è mai stata l’intenzione del filosofo francese e la Wirkungsgeschicte del decostruzionismo ha preso il sopravvento ben oltre l’opera dello stesso Derrida.

Jacques Derrida, Come non essere postmoderni. A proposito di neologismi, nuovismi, postismi, parassitismi e altri minori sismismi, MC, Milano 2019.

ML (31-01-2011)

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