Invito all’ascolto: “Un segno di vita” di Vasco Brondi. Una preghiera rumorosa tra pace e apocalisse

Una preghiera rumorosa. Così Vasco Brondi ha definito la sua ultima canzone, Un segno di vitaIl brano anticipa l’album, in uscita a marzo, e un tour, che ha già registrato il sold out in diverse date. E in effetti, Vasco Brondi, già alias de Le luci della centrale elettrica, merita di essere ascoltato perché fin da Canzoni da spiaggia deturpata prova a mettere in circolo idee, a raccontarci storie e a pungere le coscienze, quando queste si rintanano nella loro cinica superficialità. 

Con il suo ultimo singolo Vasco Brondi ci guida attraverso ciò che resta di un qualunque luogo di guerra. Dentro ci sono, come sempre, citazioni, richiami e persino autocitazioni, ma quelle si prenderanno la scena durante altri ascolti, perché almeno in prima battuta è giusto che ad imporsi sia l’immediatezza spiazzante di un incipit capace di straniare con una domanda che allude ad uno sterile quanto disperato senno del poi, da sempre ininfluente a fermare ogni tragedia: Non hai visto
Solo per sentire un corpo contro il nostro corpo
Per cambiare tutto
Cosa abbiamo fatto? 
Tra le immagini di strade e posti divenuti sconosciuti, distrutti e abbandonati alla cura dell’uomo, sembra semplice individuare la sua – la nostra! – preghiera rumorosa nel ritornello, che implora (non importa poi se a un Dio, a un uomo o a una natura che continuerà a fare il suo corso ben oltre la durata delle guerre): E dammi un segno di vita
Un altro segno di vita
I germogli di Hiroshima
E una pioggia infinita
Le schegge di una cometa.
 Una semplice preghiera, quindi, come sono semplici, in realtà, tutte le puerili deleghe con cui ci raccomandiamo ad altri per gli effetti nefasti della nostra conflittualità violenta. Perché, in fondo, vogliamo convincerci che essa non ci appartenga in senso naturale, ma solo come prodotto guasto di una cultura che vorremmo poter smarrire. Fa tenerezza l’uomo con questa sua capacità, eroica e ingenua, di superare il dramma, l’orrore persino. Per esercitarla, del resto, per attaccarsi all’autoinganno di un ennesimo nuovo inizio gli è sempre bastato pochissimo: Distruggevano e ricostruivano
E ancora distruggevano e ricostruivano
E ancora distruggevano e ricostruivano
E ricostruivano
E ricostruivano
.

Eppure, proprio nella preghiera il pezzo deflagra la nostra indifferenza: Bombardano, bombardano
E tutti guardano
Non arrivano le provviste
Non arrivano le voci e le promesse
Solo luci di stelle fisse
Che parlano di pace e di apocalisse.
 Il paesaggio è ancora quello dopo la battaglia ed è straziante che esso debba essere quasi implorato come un drammatico, estremo, auspicio. Perché quel dopo potrebbe orientare l’uomo, finalmente consapevole dei suoi errori, verso la pace…  eppure – questa impressione mi rimane addosso – mentre la melodia sembra anelare a una pace ritrovata, le parole di Vasco Brondi ci ripiombano nell’ossimoro di quei luoghi in cui le guerre hanno infuriato, ancora infuriano e appassiscono ogni pensiero, ogni speranza del dopo. Nelle città sventrate dai conflitti non sembra neppure assurdo pensare: Che bel rumore fanno le cose
Quando stanno per finire.

Quando la musica si ferma, mi trovo a pensare: che bravo Vasco Brondi

Quando la musica si ferma, per qualche momento, penso che sì, torneranno i canti e i venti forti, ma chissà se ci sarà ancora qualcosa da ricostruire…

AP (22/01/2024)

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