Se mi rilasso collasso. Il lavoro alienato nella società prestazionale

Oggi non lavoro, oggi non mi vesto. Resto nudo e manifesto. Bandabardò, Manifesto

Il Primo maggio risuonano più intensamente alcune canzoni diventate la colonna sonora di questa festa bellissima e tragica in cui è ancora possibile fermarsi e riflettere sui tanti drammi che affliggono il lavoro. E così, ad esempio, mentre cantiamo insieme alla Bandabardò se mi rilasso collasso possiamo pure ragionare su come il mito della competizione, imposto dalla società capitalista neoliberale, sia penetrato a tal punto nella mentalità comune da produrre una torsione, un capovolgimento dei valori: la pausa, la riflessione, la contemplazione, ma anche la partecipazione solidale che si sperimenta nel tempo sospeso della festa, scompaiono dall’orizzonte efficientistico del nostro tempo, rubricati ad inattività improduttiva e dannosa per il singolo quanto per la comunità.

Eppure, contro le barbarie prodotte dalla nostra società senza riposo occorrerebbe auspicare un ritorno della contemplazione.

Byung-Chul Han ha chiarito molto bene che la decadenza dell’uomo ad animal laborans raggiunge l’apice oggi proprio nello sfruttamento volontario che il soggetto di prestazione si autoimpone senza alcuna costrizione esterna[1].

Nella società luccicante che ci abita, il mito della competizione produce l’ossimoro di una libertà che rinnega sé stessa scegliendo di sacrificarsi sull’altare della prestazione da ostentare quale segno di una vita riuscita perché dedicata sempre al fare.

Ci troviamo così di fronte ad una situazione inedita, quella per cui lo sfruttatore è al tempo stesso lo sfruttato[2]: il soggetto si autoimpone ritmi e obiettivi sempre più alti e non può far altro che incolpare sé stesso se non riesce a raggiungerli. Nella solitudine cui lo condanna l’ansia da prestazione e la concorrenza sfrenata non può trovare nell’altro alcun conforto. La sua depressione, la sua alienazione, la sua infelicità non hanno altro responsabile che sé stesso.

Del resto, anche sporgendoci al di fuori del tempo-lavoro, l’illusione del tempo-libero, già precluso ad ampi segmenti della popolazione che non riescono ad emanciparsi dal regno della necessità, si rivela tale. 

Definitivamente lottizzato dal capitale, il tempo libero precipita il lavoratore-consumatore nell’eterodirezione del consumismo compensativo[3], teso a compensare, appunto, la sua frustrazione con soddisfazioni fittizie e sostitutive, derivanti dalla disponibilità immediata, a portata di click, del più grande bazar di merci che la storia dell’umanità sia mai stata in grado di creare.

Come ha chiarito David Harvey: «Mentre la tendenza, da un lato, è creare tempo a disposizione, dall’altro, è convertire questo tempo in lavoro eccedente a vantaggio della classe capitalista»[4]. Il tempo disponibile, quindi, non viene più usato dal lavoratore per una sua effettiva emancipazione, essendo in realtà destinato all’acquisto compulsivo, alla ricerca inesausta di ciò che deve acquistare, alla visualizzazione ossessiva di siti di vendita online: il tempo, cioè, non smette di appartenere al capitale.

Questa enorme industria del consumo – che ha spettacolarizzato il consumo stesso rendendolo veicolo di personalità anonime, per quanto narcisisticamente ostentate – è volta a creare bisogni e desideri che si riproducono in fotocopia (voglio, rivoglio e rivorrò ancora lo stesso prodotto, perché più nuovo, più ricercato…). La compensazione consumistica, affollata di promesse di felicità infrante, non produce più – semmai le abbia prodotte in passato – compensazioni efficaci e il risultato è l’amplificarsi dello straniamento di sé: manca persino la ricerca di qualcosa di autentico. 

L’alienazione domina la vita rinnovandosi e potenziandosi, e quando ci guardiamo intorno alla ricerca di qualcuno o qualcosa cui attribuire la colpa di questa nostra infelicità troviamo attorno a noi un avvilente deserto: 

«Il capitale che controlla le idee dominanti attraverso il controllo dei media fa in modo che il capitale stesso sia l’ultimo a cui si possa attribuire una colpa. Ne segue una ricerca di altri da incolpare, come gli immigrati, i pigri, le persone diverse da me (o da te), le persone che offendono il codice morale, quelle che non condividono la mia concezione religiosa o qualcosa del genere. Questo normalmente porta a una certa instabilità politica, addirittura a confronti violenti. È quello che vediamo emergere in tutto il mondo, dove escono dall’ombra figure autoritarie che fanno leva sulla rabbia delle masse»[5].

AP (Primo maggio 2024) per Agorasofia


[1] Byung-Chul Han, La società della stanchezza, Nottetempo, Milano 2020, pp. 28-29.

[2] Ivi.

[3] D. Harvey, Cronache anticapitaliste, Guida alla lotta di classe per il XXI secolo, Feltrinelli, Milano 2021, p. 180.

[4] Ivi, p. 214.

[5] Ivi, p. 184.

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