«E se questo presente fosse l’ultima notte del mondo?»
Sicurezza/pericolo e fiducia/rischio: su queste dicotomie, sul loro apparente superamento, si fonda la modernità. Rispetto ai sistemi premoderni, sostiene Antony Giddens ne Le conseguenze della modernità, le istituzioni sono state capaci di offrire agli abitanti della modernità politiche securitarie e vincoli di fiducia in grado di rigenerare un altrimenti confuso senso di appartenenza.
Sotto l’implacabile dettato di uno sfolgorante progresso, la crescente razionalizzazione tecnologica e burocratica ha provveduto a sublimare l’ansia di interazioni sociali imprevedibili in comportamenti standardizzati.
L’analisi di Giddens sostanzia l’accesso alla modernità nelle scissioni tra spazio e luogo, tra tempo e spazio, che cinicamente producono la disgregazione dei sistemi sociali tradizionali mentre favoriscono rapporti tra persone «assenti», localmente distanti da ogni interazione «faccia a faccia» (p. 28).
Risucchiati all’interno di uno spazio vuoto, i rapporti sociali nella modernità risultano fondati su un tipo di fiducia del tutto peculiare, che riconosciamo facilmente come nostra perché non è accordata, cioè, a soggetti concreti, ma alle loro capacità astratte. L’esempio dei sistemi esperti[1] chiarisce: sebbene ciascuno di noi possa avere rapporti più o meno saltuari con professionisti (avvocati, architetti, notai, medici), il loro sapere, essendo integrato in tutte le istituzioni, finisce con l’agire in modo continuativo sulla nostra vita. Secondo Giddens, la nostra fiducia «non riposa tanto in loro (pur dovendo fidarci della loro competenza) quanto nella validità del sistema esperto che essi applicano» (p. 37).
È la fiducia la base incerta su cui ancora progettiamo il nostro futuro, minimizzando rischi e pericoli e assumendo un atteggiamento di nonchalance o compostezza, pur sapendo che, ad esempio, gli esperti con cui entriamo in contatto sono esseri umani fallibili (cfr. p. 90). E l’atteggiamento di nonchalance diventa fondamentale proprio nelle situazioni in cui i pericoli sono manifesti – il sorriso del personale di bordo, ad esempio, vale molto più di dettagliate spiegazioni sul (mal)funzionamento degli aerei.
Il potere condizionante di tali incontri, dicevamo, è ancora, potenzialmente, un formidabile rigeneratore della fiducia nelle istituzioni. Ciò, laddove l’impegno anonimo assunto nei confronti di un sistema esperto tende a tradursi, nel rapporto con le persone (i professionisti) in carne ed ossa che incontriamo, in impegno personale. Ecco, secondo Giddens, qui si annida la possibilità del reintegrarsi dei rapporti sociali che la disgregazione del tempo e dello spazio aveva dissolto. Ma appare in controluce una innegabile trasformazione divenuta operativa nella ristrutturazione dei rapporti sociali prodotta dalla modernità, e cioè che la fiducia personale di “personale” abbia ben poco: essendo essa riposta, in realtà, nel sistema (esperto), si svela definitivamente come meccanismo securitario messo in atto dal sistema stesso.
Rimane quindi da chiedersi, e le domande possono assumere toni cupi: che ne è oggi delle istituzioni della modernità, degli obiettivi di sicurezza e ordine che esse si prefiggevano? Cosa resta del senso di rispetto per le istituzioni nella società postmoderna in cui la fiducia istituzionale è tradita ogni giorno? In cui la discontinuità esistenziale è essa stessa il tratto essenziale dell’uomo del XXI secolo? In cui l’imperativo efficientistico connesso alla flessibilità lavorativa produce una drammatica insicurezza ontologica, cui comunemente diamo il nome di ansia, paura, nevrosi? In questa società anestetizzata al dolore, permane, invero, il sospetto che fiducia e sicurezza siano solo alibi dietro cui avanza cinico e anonimo l’homo consumens…
Così, come ci ricorda Ulrich Beck ne La società del rischio globale, la spersonalizzazione dei rapporti è definitiva e ciò avviene proprio mentre tra i nostri gesti quotidiani – come bere un caffè – e gli eventi più remoti – lo sfruttamento dei lavoratori delle piantagioni di caffè – si instaura un rapporto diretto. Ma la protesta rimane muta. Perché? Del resto, chi può pensare tutto il giorno a catastrofi possibili delle quali non ha il minimo controllo? La tanto agognata sicurezza ontologica già incrinata andrebbe definitivamente in frantumi.
Subentrano allora quelle che Giddens ha definito “reazioni di adattamento”, che non sono prive di costi psicologici a livello individuale e sociale, ma dietro le quali ognuno di noi potrà forse riconoscere un proprio malcelato atteggiamento:
- Accettazione pragmatica: «implica una indifferenza che spesso riflette gravi stati di ansia»;
- Ottimismo sostenuto: implica «una cieca fiducia nella ragione a dispetto di pericoli incombenti»;
- Pessimismo cinico: una variazione dell’accettazione pragmatica che sfocia nel cinismo e nel black humor «per attenuare l’impatto emotivo dell’ansia attraverso risposte basate sull’umorismo» (Cfr. pp. 134-136).
AP (13/10/2024) per Agorasofia

[1] Cfr. ivi, p. 37: «Per sistemi esperti intendo sistemi di realizzazione tecnica o di competenza professionale che organizzano ampie aree negli ambienti materiali e sociali nei quali viviamo oggi».
