La potenza delle parole, dette, scritte e cantate: Erica Mou, Una cosa per la quale mi odierai

Si destreggia abilmente su almeno tre piani temporali e personali diversi questa intimissima rappresentazione della tragedia della morte che, a causa dell’ineluttabile fascino esercitato da Eros e Thanatos, rischia anche di appassionare quando mette in scena la vita nella sua bellezza sin da quando si palesa. Un libro al femminile quello di Erica Mou, che celebra sin dalle prime pagine la nascita di una nuova donna, sua figlia. Sarà proprio questo evento, dopo dieci anni dalla morte della sua mamma, a permette all’autrice di fare i conti con il passato, recuperare il diario materno per darle voce e ripercorrere insieme il dramma della malattia. Ed Erica Mou, da cantautrice e musicista, conosce molto bene il valore del tempo, sa come scandirlo al metronomo, e usa le parole, come ha sempre fatto nelle sue canzoni, con delicatezza, conferendo loro il giusto peso e il sapore del conforto. Infatti, è proprio il parlare che permette l’ingresso nella trama del romanzo. È la necessità di dover dire, di dover comunicare alle persone più care che il proprio tempo, forse, sta per terminare – perché poi doverlo fare? – ad aprire una finestra, a tratti forzarla, nella casa di una famiglia dilaniata dall’angoscia generata dal dolore, dall’abisso della malattia e, poi, inevitabilmente dalla sollevazione della morte. Si fa fatica a mantenere un distacco emotivo dal racconto; si empatizza quasi immediatamente con il dolore fisico di Lucia e quello intimo di Erica, un po’ perché la sofferenza e la malattia sono costanti universali, un po’ perché è abile l’autrice, nella generale tendenza della società artificialmente intelligente a crogiolarsi nell’illusione dell’immortalità, a dipingere con pennellate forti il «quadro bizantino» della Morte. Eppure, lo spiraglio esiste, la Speranza è riposta nelle Tracce che si lasciano: un diario, una lettera, un romanzo da cui nasce una vita totalmente nuova ed una rinnovata nella sua maturità…da qui la risposta all’interrogativo: «Si scrive mai davvero per se stessi?».

Erica Mou, Una cosa per la quale mi odierai, Fandango, Roma 2024.

ML (20/10/2024) per Agorasofia

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