Lucio Corsi proviene da un mondo che va protetto. Non parlo del variopinto universo musicale, quello che da tempo ha assunto i ritmi tipici di una frenetica metropoli in cui è impossibile rallentare, fermarsi e ascoltare. Qui i sapori, gli odori, i suoni sono artifici di plastica creati ad hoc per ingrassare la società dei consumi. I sentimenti che vi albergano sono eccessivi, stucchevoli, raggiungono l’apice senza premessa alcuna, privi della necessaria vita. Il mondo della musica, perdonatemi, generalista è uno specchio distorto, disfattista e superficiale, proiezione della nostra società piena di orrori assunti a simulacri incapaci di rimandare ad alcuna realtà fattuale.
Lucio Corsi, invece, proviene da un’altra realtà. Quella in cui tutto si rivela finalmente reale, vivo e imperfetto, vulnerabile, provvisorio. Qui le parole possono tornare ad essere scelte con cura per il potere trasformativo che continuano ad avere nonostante il tripudio del nonsense quotidiano. Solo da questo mondo precario l’urgenza e la necessità di fare musica riescono in un’impresa impossibile: disarmare l’aggressività propria di ogni competizione – siamo a Sanremo, ma per tre minuti ce ne dimentichiamo – con la gentilezza di un semplice messaggio di resa.
In un mondo in cui uomini e donne assumono hobbesianamente la postura dei gladiatori, Volevo essere un duro ci ricorda con semplicità che confrontarsi con le proprie fragilità è il primo passo per recuperare un’umanità smarrita. Il testo ci ricorda, ancora, che vivere la vita è (per niente) un gioco da ragazzi, soprattutto quando le regole le scrivono i grandi, già smaliziati all’inganno. Lucio Corsi ci ricorda che, forse, dirselo in faccia che abbiamo tutti paura del buio – della guerra che bussa alle porte, del tempo che passa e brucia il futuro –, anche se solo per la durata di una canzone, può aiutarci ad abitare questo mondo fragile… come Lucio, anche noi.
| Volevo essere un duro Che non gli importa del futuro Un robot Un lottatore di sumo Uno spaccino in fuga da un cane lupo Alla stazione di Bolo Una gallina dalle uova d’oro Però non sono nessuno Non sono nato con la faccia da duro Ho anche paura del buio Se faccio a botte le prendo Così mi truccano gli occhi di nero Ma non ho mai perso tempo È lui che mi ha lasciato indietro Vivere la vita È un gioco da ragazzi Me lo diceva mamma ed io Cadevo giù dagli alberi Quanto è duro il mondo Per quelli normali Che hanno poco amore intorno O troppo sole negli occhiali Volevo essere un duro Che non gli importa del futuro no Un robot Medaglia d’oro di sputo Lo scippatore che t’aspetta nel buio Il Re di Porta Portese La gazza ladra che ti ruba la fede | Vivere la vita È un gioco da ragazzi Me lo diceva mamma ed io Cadevo giù dagli alberi Quanto è duro il mondo Per quelli normali Che hanno poco amore intorno O troppo sole negli occhiali Volevo essere un duro Però non sono nessuno Cintura bianca di Judo Invece che una stella uno starnuto I girasoli con gli occhiali mi hanno detto “Stai attento alla luce” E che le lune senza buche Sono fregature Perché in fondo è inutile fuggire Dalle tue paure Vivere la vita è un gioco da ragazzi Io Io volevo essere un duro Però non sono nessuno Non sono altro che Lucio Non sono altro che Lucio |
AP (15/02/2025) per Agorasofia
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