La felicità profonda esiste solo se attraversata da un’intensità dolorosa, non altrimenti è l’angoscia il filtro di ogni nostro sentire. Questi tempi disperati si nutrono di noi, individui insofferenti, isolati e distratti ma convinti del contrario. Avatar sempre accesi e connessi, siamo in realtà spenti e indisponibili, in vigile attesa dell’ennesimo aggiornamento delle nostre vite digitali, oppio dei popoli. Questi tempi ipocriti si alimentano di accondiscendenza, finta solidarietà, di dissensi simulati in innocue proteste, composti flash mob in piazze deserte. Sorvegliati e felici, afflosciamo l’esistente in viaggi organizzati, manuali d’istruzione dettagliati, visite guidate e navigatori satellitari che ci indicano il percorso più breve. I sentimenti, ancor più sedati dalla sovraesposizione alle immagini di morte, rigettati come bug di sistema, esplodono in esasperata teatralità, sfumano ovunque in discutibile ironia. La claque applaude a scena aperta e la laff box ci invita ad un’ultima risata…
In Contro la società dell’angoscia. Speranza e rivoluzione (Einaudi, 2025) Byung-Chul Han incalza il lettore: «oggi imperversa ovunque una algofobia, una paura generalizzata del dolore». Pavido e conformista, l’individuo descritto da Han anela la felicità ma vive sotto anestesia, non può permettersi di sognare, quindi non dorme più. Guarda con sospetto persino i suoi desideri più intimi – tanto potrebbero turbarlo! Indolente, abbandona ogni lotta e ideale in nome di una vita ottimizzata nella performance, esibita a caccia dell’analgesico più a buon mercato, il like, apoteosi dell’homo-connexus-tutorializzato.
Del resto, la stanchezza dell’io, stroncato nel vigore proprio dalla pressione della prestazione, «risulta ancora la migliore profilassi contro la rivoluzione» (La società senza dolore, p. 16). Il trionfo del positivo, definibile proprio a partire dall’eliminazione del negativo che è il dolore, fa buon gioco a tutti i dispositivi neoliberisti che esaltano la performance ottimizzata a modello di successo e felicità e che proprio nell’assenza della critica possono proliferare indisturbati.
Han ci ricorda, invece, che la felicità non può essere ottimizzata, che essa resta sempre indisponibile, commista ad un’intensità che scuote. Proprio per questo è inseparabile dal dolore, inteso come vincolo, differenza, realtà. Il dolore è vincolo, perché «senza dolore non abbiamo né amato né vissuto». Il dolore è differenza, perché ci allontana dall’Inferno dell’uguale: «Gli organi del corpo si lasciano riconoscere a partire dal loro dialetto del dolore. Il dolore marca i confini e sottolinea le differenze». Il dolore è realtà, perché «noi percepiamo la realtà soprattutto a partire dalla resistenza, che provoca dolore».
Il negativo, quindi, racconta quell’insopprimibile respiro di una vita viva, attenta e consapevole, disponibile all’altro perché intrisa di una sofferenza che salva dall’Inferno dell’Uguale, di una fragilità che ci accomuna e che, infine, ci mostra in tutta la nostra smarrita bellezza, indifesi e sinceri. «È il dolore a distinguere la coesistenza viva dalla prossimità morta».
Già Léo Ferré scriveva che «la disperazione è una forma superiore di critica», e aggiungeva: «per ora la chiameremo “felicità”». Accostare il dolore – anche disperato – alla felicità non è un ossimoro, ma è ciò che paradossalmente ci apre alla speranza, svegliandoci dagli inganni dell’acritica società dell’angoscia. «Ci si scorda che il dolore purifica, emana un effetto catartico. Alla cultura della compiacenza manca la possibilità della catarsi. Per cui si soffoca tra le scorie della positività che vanno accumulandosi sotto la superficie della cultura della compiacenza».
Le sirene della società senza dolore non cesseranno facilmente di incantarci. Qui anche il potere neoliberista diventa smart. Esso non reprime, bensì seduce orientandoci verso il mito di un’illusoria auto-realizzazione – sii libero, sii felice, sii obbediente e potrai avere ciò che vuoi! «Il dispositivo della felicità isola l’essere umano e conduce a una spoliticizzazione e desolidarizzazione della società. Ognuno deve badare alla propria felicità, che diventa quindi una questione privata». Ma, ci ricorda Byung-Chul Han, una felicità reificata è solo il simulacro della felicità, che non esiste in senso pieno senza il negativo, né senza la condivisione. «Ogni intensità è dolorosa […]. Se il dolore viene soffocato, ecco che la felicità si appiattisce riducendosi a un apatico torpore. La profonda felicità resta inaccessibile a chi non è aperto al dolore». L’antidoto alla società dell’angoscia comincia rievocando questa scarna verità.
Byung-Chul Han, Contro la società dell’angoscia. Speranza e rivoluzione, Einaudi, Torino 2025.
AP (15 agosto 2025) per Agorasofia

[…] umano, ammutolisce ogni pensiero, omologa ogni gesto. Il non allineato viene risucchiato nell’inferno dell’uguale. «I controlli tecnologici appaiono essere l’incarnazione stessa della Ragione a vantaggio di […]
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