Nel 1964 Marcuse si riferiva alla Società industriale avanzata in questi termini: «La sua produttività tende a distruggere il libero sviluppo di facoltà e bisogni umani, la sua pace è mantenuta da una costante minaccia di guerra, la sua crescita si fonda sulla repressione delle possibilità più vere per rendere pacifica la lotta per l’esistenza – individuale, nazionale e internazionale. (…) La nostra società si distingue in quanto sa domare le forze sociali centrifughe a mezzo della Tecnologia piuttosto che a mezzo del Terrore, sulla duplice base di una efficienza schiacciante e di un più elevato livello di vita» (p. 4).
La società (de)privata
L’annichilimento della critica è il risultato del progressivo affermarsi del paradigma dell’inevitabilità. La crisi definitiva, di volta in volta paventata e messianicamente individuata nel nemico fatale capace di compromettere il nostro (mal)essere quotidiano, impone l’assenza di alternative. Nel frattempo, silenzia il dibattito, formatta il dissenso, coltiva e certifica la nostra ricercata irrilevanza decisionale. L’interesse pubblico è ridicolizzato e indirizzato narcisisticamente verso questioni privatissime e indifferibili. Una malcelata trasformazione dei bisogni politici in bisogni privati sostiene gli affari di pochi e calpesta ogni collettiva aspirazione al bene comune. Una Ragione mostruosa e irrazionale – rispetto al pieno sviluppo delle facoltà umane – consolida le logiche del dominio politico e sociale del capitalismo. Ecco, quello che è accaduto, che accade ancora, è che la marcusiana società unidimensionale, sostenuta dalle nuove tecnologie, accettate come fato che si compie al di sopra di ogni urgenza critica, ha alterato – forse irrimediabilmente – la relazione tra razionale e irrazionale. Sbaglierò, ma quell’illusione, che pure Marcuse coltivava, di poterci riappropriare dell’immaginazione, di una facoltà, cioè, capace di non soccombere di fronte all’imperativo del reale, smascherandone mostruosità e orrori, rimane la nostra ultima speranza. Davanti a noi, come sempre, si stagliano gli archetipi dell’orrore, del delitto, della guerra. Ma l’assurdo è, di nuovo, la nostra conclamata incapacità di dire basta, di urlare di fronte a un ordine che si presenta come definitivamente stabilito, smascherando l’irrazionalità nefasta di forze che incarnano il dominio tecnologico. Oggi l’uomo a una dimensione non ha più domande e proprio per questo non è ingenuo tornare a chiederci con Marcuse: «Come possono gli individui amministrati liberarsi da sé stessi non meno che dai loro padroni?» E ancora: come possono liberare la loro immaginazione e aprirsi finalmente all’altro? Come possono affrancarsi da abulia, vigliaccheria, cinismo e tornare, in primo luogo da esseri umani, quindi da cittadini, a parteggiare?
Antiche (e nuove) forme di controllo
…la libertà può essere trasformata in un possente strumento di dominio.
In quel manifesto culturale per una futura società liberata che è L’uomo a una dimensione, scritto da Herbert Marcuse nel 1964, è nota la distinzione tra bisogni veri e bisogni falsi. Questi ultimi individuano i bisogni eterodiretti, imposti dall’esterno da interessi sociali particolari per reprimere e controllare l’autonomia decisionale di individui resi fungibili, soggiogati alla fatica, all’aggressività, alla miseria e all’ingiustizia. Il giudizio di Marcuse è impietoso: «La maggior parte dei bisogni che oggi prevalgono, il bisogno di rilassarsi, di divertirsi, di consumare in accordo con annunci pubblicitari, di amare e di odiare ciò che altri amano o odiano, appartengono a questa categoria di falsi bisogni» (p. 19).
La strada di liberazione dai falsi bisogni pare quasi impercorribile. Al di sopra del livello biologico, infatti, i bisogni umani risultano già condizionati a priori e, dal momento in cui le istituzioni sociali prevedono e perseguono la repressione dell’individuo, questi sarà condotto per mano persino a desiderare la propria repressione. Da questo punto di vista, Marcuse smaschera quei tratti autoritari e repressivi della Società industriale avanzata attraverso cui «i controlli sociali esigono che si sviluppi il bisogno ossessivo di produrre (…); il bisogno di lavorare sino all’istupidimento (…); il bisogno di modi di rilassarsi che alleviano e prolungano tale istupidimento; il bisogno di mantenere libertà ingannevoli come la libera concorrenza a prezzi amministrati, una stampa libera che si censura da sola, la scelta libera tra marchi e aggeggi vari» (p. 21).
Ovviamente, potremmo giocare e provare a sostituire i bisogni individuati da Marcuse con quelli che valgono nella nostra società neoliberista. Sarebbe un gioco triste e troveremo ancora vero che «la riproduzione spontanea da parte dell’individuo di bisogni che gli sono stati imposti non costituisce una forma di autonomia: comprova soltanto l’efficacia dei controlli» (p. 22). L’aver smascherato queste dinamiche, infatti, non conduce ad alcuna epifania collettiva, anzi, gli schiavi appaiono felici e collaborano ad esercitare un maggior controllo.
L’uomo a una dimensione, infine
Ad essere appaltata non è solo la libertà pubblicamente esibita, ma anche quello spazio intimo e (in)toccabile che è la libertà interiore. Ecco Marcuse: «Oggi questo spazio [intimo] è stato invaso e sminuzzato dalla realtà tecnologica. (…) il risultato non è l’adattamento, ma la mimesi: un’identificazione immediata dell’individuo con la sua società e, tramite questa, con la società come tutto» (p. 24).
La mimesi conduce ad una introiezione che non lascia posto al dissenso: gli spazi per la critica, per il negativo, per il dubbio semplicemente svaniscono. Quelli destinati alla gioia, all’immaginazione, alla pausa creativa, alla ricerca di sé, alla sospensione del giudizio vengono progressivamente controllati, denigrati, stigmatizzati e, infine, repressi. Il tutto a vantaggio di una razionalità produttiva che viene a sovrapporsi al libero gioco delle facoltà, smorza ogni entusiasmo emotivo, sradica ogni afflato umano, ammutolisce ogni pensiero, omologa ogni gesto. Il non allineato viene risucchiato nell’inferno dell’uguale. «I controlli tecnologici appaiono essere l’incarnazione stessa della Ragione a vantaggio di tutti i gruppi ed interessi sociali, in misura tale che ogni contraddizione sembra irrazionale e ogni azione contraria impossibile. Nessuna meraviglia, dunque, se nelle aree più avanzate di questa civiltà i controlli sociali siano introiettati al punto in cui persino la protesta individuale resta colpita alle radici. Il rifiuto intellettuale ed emotivo di “allinearsi” sembra essere un segno di nevrosi e di impotenza» (p. 23).
Per l’abitante della società dei consumi la situazione appare definitivamente drammatica, un circolo vizioso senza altra via d’uscita che l’accettazione complice di una (in)felicità artificiale e frustrante: «I prodotti indottrinano e manipolano; promuovono una falsa coscienza che è immune dalla propria falsità. (…) Per tal via emergono forme di pensiero e di comportamento ad una dimensione in cui le idee, aspirazioni e obiettivi che trascendono come contenuto l’universo costituito del discorso e dell’azione vengono respinti, o ridotti ai termini di detto universo» (p. 26).
Un compito (residuo) per la filosofia
L’uomo a una dimensione ha banalmente perduto la sua capacità critica. O, meglio, ha ceduto volontariamente la capacità di usare hegelianamente il potere del negativo come «principio che governa lo sviluppo dei concetti» (p. 178), barattando tale umanizzante capacità con la promessa di un’esistenza stabile e sicura. Una promessa realizzata al contrario, su cui il mito del capitalismo è cresciuto imponendo ideali di realizzazione di sé che altro non sono se non simulacri di una felicità costruita intorno al narcisismo, all’aggressività, all’arroganza, al cinismo, all’assenza di libertà, a un controllo asfissiante e frustrante, cui ci sottomettiamo mentre fingiamo di vivere, (ir)razionali e prevedibili. Rispondere alla domanda sul perché abbiamo concluso un così cattivo affare comporterebbe guardarci veramente dentro e probabilmente scoprire che i valori nobili su cui crediamo di fondare le nostre culture e le nostre società non sono altro che vuote parole.
O, forse, è solo a partire da questo interrogarsi radicale e disarmato, che pure torna ad essere praticato in modo sincero da gruppi eterogenei e improbabili, che possono aprirsi vie di fuga da una quotidianità amministrata ed eterodiretta. La scoperta, autentica, di questa conclamata assenza di rivendicazione di un pensiero che torni a fare della contraddizione un bisogno vero e reale deve essere indicato come compito drammaticamente residuo della filosofia. Provare a far convergere Ragione e Pensiero, ecco un compito pratico individuato da Marcuse e che abbiamo il dovere di affrontare, perché solo «Nelle esigenze del pensiero e nella follia dell’amore si ritrova il rifiuto distruttivo dei modi di vita stabiliti» (p. 137).
Anche se lo stesso Marcuse poco più avanti avvertiva: «Vi sono modi d’esistenza che non possono mai diventare “autentici”, poiché non possono mai sostare nella realizzazione delle loro potenzialità, nelle gioie dell’essere», questa tensione alla contraddizione, senza la quale è impossibile persino supporre un (Grande)Rifiuto, per quanto appaia un lontanissimo orizzonte, deve poter guidare il nostro cammino, fors’anche per sostenere la nostra ultima illusione.
AP (06/01/2025) per Agorasofia
Herbert Marcuse, L’uomo a una dimensione, Einaudi, Torino 2004.
