Passi scelti. Jacques Le Goff, La civiltà dell’Occidente medievale

Capire le crisi tra flagelli e assestamenti

«La crisi si rivela in tutta la sua gravità quando raggiunge il livello essenziale dell’economia rurale. Nel 1315-17 una serie di intemperie causa cattivi raccolti, rialzo dei prezzi, ritorno della carestia generale quasi scomparsa dall’Occidente, perlomeno dall’Estremo Occidente, nel XIII secolo. A Bruges, duemila persone su trentacinquemila muoiono di fame.

La diminuzione della resistenza fisica, in conseguenza della recrudescenza della sottoalimentazione, ha dovuto contribuire infine allo sterminio provocato a partire dal 1348 dalla Grande Peste, che fa cadere violentemente la curva demografica discendente, trasformando la crisi in catastrofe.

Ma è chiaro che la crisi è anteriore al flagello, che l’ha solo fatta aumentare, e bisogna ricercarne le cause nel fondo stesso delle strutture economiche e sociali della Cristianità. La diminuzione della rendita feudale, gli sconvolgimenti dovuti alla parte sempre maggiore della moneta nei benefici dei contadini, mettono in pericolo le basi stesse della potenza dei feudatari.

Per quanto fondamentale, la crisi non comporta una depressione di tutta l’economia occidentale e non interessa egualmente tutte le categorie, né tutti gli individui. Un settore geografico o economico è toccato, mentre accanto un nuovo sviluppo si profila, sostituisce e compensa le perdite vicine. La fabbricazione dei tessuti di lusso tradizionale, l’«antica manifattura», è duramente provata dalla crisi e i centri dove dominava declinano. Ma, accanto, si affermano nuovi centri che si dedicano alla fabbricazione di stoffe meno preziose, destinate ad una clientela meno ricca e meno esigente: è il trionfo della «nuova manifattura», della stoffa mista, dei fustagni a base di cotone. Una famiglia fallisce ma un’altra, contemporaneamente, si arricchisce.

Dopo un attimo di smarrimento, la classe feudale si adatta, sostituisce largamente alla coltura l’allevamento, più proficuo e, da questo momento, trasforma il paesaggio rurale moltiplicando i terreni recintati. Modifica i contratti di sfruttamento del contado, la natura dei censi e del loro pagamento, si abitua a maneggiare monete vere e proprie nonché monete di conto, il cui abile uso le permette di far fronte alle variazioni monetarie. Ma, certamente, solo i più potenti, i più abili, o i più fortunati guadagnano là dove altri sono colpiti.

Senza dubbio anche il calo demografico, aggravato dalla peste, rarefà la manodopera e la clientela, ma i salari salgono, e i superstiti sono generalmente più ricchi. Senza dubbio, infine, la feudalità compromessa dalla crisi ricorre alla soluzione più facile per le classi dominanti minacciate: la guerra. L’esempio più notevole è la guerra dei Cento Anni, confusamente ricercata dalla nobiltà inglese e francese a mo’ di soluzione alle loro difficoltà. Ma, come sempre, la guerra accelera i processi e aiuta l’economia e la nuova società a nascere in mezzo ai morti e alle rovine che, d’altra parte, non dovranno all’occorrenza essere troppo numerosi.

La crisi del XIV secolo si salda dunque rapidamente con un rimaneggiamento della carta economica e sociale della Cristianità. Essa favorisce e accentua l’evoluzione anteriore verso la centralizzazione statale. Prepara la monarchia francese di Carlo VII e Luigi XI, la monarchia inglese dei Tudor, l’unità spagnola sotto i Re cattolici, l’avvento un po’ dappertutto, e particolarmente in Italia, del «principe». Crea nuove clientele, borghesi innanzitutto, per dei prodotti e un’arte che tendono forse alla fabbricazione in serie – come potrà permettere, nel campo intellettuale, la stampa – ma che corrispondono, a un livello di qualità ancora più che discreto nella media, a un rialzo del tenore di vita di nuovi strati, a un aumento del benessere e del gusto.

La crisi dà origine alla società del Rinascimento e dei tempi moderni, più aperta e, in genere, più felice dell’opprimente società feudale».

Jacques Le GoffLa civiltà dell’Occidente medievale, Einaudi, Torino 1981

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