Aleida Assmann, Sette modi di dimenticare. Quel che nasconde l’oblio

Del nostro colpevole ricordare

Colui che non sa sedersi sulla soglia dell’attimo, dimenticando ogni cosa passata, […] non saprà mai cosa sia la felicità.

Già Nietzsche proponeva una inattuale critica nei confronti della saturazione storicauna sovrabbondante coscienza storica che piega la schiena sotto il peso dell’idolatria del fatto compiuto. Il martello nietzschiano si abbatteva contro l’uomo che, vittima del consumismo di storia, si rivela incapace di creatività. Invece, ricorda Nietzsche, occorre l’oblio per essere felici, occorre l’antistorico, il saper coltivare l’arte di dimenticare, per fare un buon servizio al nostro senso storico. Ricordare non è mai un’operazione neutra, ma culturalmente orientata. Quest’atto, in apparenza così naturale, rimanda a condizionamenti politici, socioeconomici, psicologici, anche impliciti. Tacerli significa praticare un anacronistico storicismo, tutt’altro che privo di conseguenze culturali. Ugualmente dobbiamo affermare per l’operazione che pensiamo di segno opposto, quella del dimenticare. Pratichiamo l’arte di lasciare andare – eventi, interpretazioni, ricordi, fatti, persone, cose – con sfrontato cinismo, oppure con ottusa superficialità, dimentichi della radicalità storica di un tale atto. Intanto, viviamo sempre più spesso inconsapevolmente nei cortocircuiti della nostra memoria. Come fossimo immersi in un trasloco permanente, ristrutturiamo la nostra vita sgombrando il presente dal nostro passato. E viceversa.

Chi vuole l’oblio?

I ricordi rendono la vita più bella, dimenticare la rende più sopportabile

Come ha avuto modo di sottolineare Adriano Prosperi, «Nel nostro tempo ci sono state folle di dimenticati e di vinti – una lunga fila di ombre – le donne, le classi subalterne, gli eretici, le culture cancellate dal colonialismo, le società extraeuropee» (Un tempo senza storiap. 58), che la storiografia ha sentito il dovere di riportare alla luce, come se stesse rispondendo ad un impegno deontologico nei confronti del passato, del presente e del futuro. Ecco, proprio perché le zone d’ombra del passato, della nostra storia, non sono mai del tutto perdute, dobbiamo ribadire l’importanza di comprendere i meccanismi che si celano dietro rimozioni e sacrifici della memoria. Le ragioni dell’oblio parlano di noi più di quanto immaginiamo. 

Nel breve saggio Sette modi di dimenticare Aleida Assmann ci guida all’interno di una particolarissima genealogia della memoria e dell’oblio. Sgombrando immediatamente il campo da equivoci, la studiosa ci avverte di non fare l’errore di associare il dimenticare con i termini cattivo, facile, gratuito, rapido e inconscio. Nell’allontanamento dalla coscienza di fatti, episodi, eventi, narrazioni, nessi causali, non c’è nulla di gratuito, nulla di immaturo e di effimero. In esso si nasconde un potente meccanismo culturale, che può essere interpretato sia in senso positivo che negativo.

L’oblio può svolgere una importante, quanto drammaticamente fuorviante aggiungiamo, funzione di riduzione della complessità, quando si esprime nei meccanismi del dimenticare automatico, del dimenticare conservativo, del dimenticare selettivo (pp. 39-71); oppure – quando assume le forme de dimenticare repressivo o del dimenticare difensivo– può rappresentare un’arma in mano al potere, che ha bisogno di sostegno ideologico (pp. 73-85); infine – quando il dimenticare si impone come costruttivoterapeutico – può facilitare la relazione con un passato traumatico, di cui riusciamo, con dolore e serietà, finalmente a farci carico (pp. 87-105).

Allo stesso modo, proseguendo l’analisi di Assmann, dovremmo consapevolmente constatare che anche il ricordare non va frettolosamente accostato e giustificato attraverso il riferimento a ciò che è buono, difficile, costoso, lento, consapevole. Ricordare significa spesso, se non il più delle volte, obbedire a percorsi guidati, eterodiretti, che in modo per nulla neutrale ci orientano verso una interpretazione del mondo.

Una memoria in bilico tra la conservazione e l’oblio totale

Dimenticare e ricordare si intersecano, dunque, in un legame fertile o paludoso, proprio di una relazione complessa aggrovigliata nei vicoli angusti della memoria individuale, inevitabilmente scossa, strattonata dalle memorie sociale, culturale, storica.

Per Assmann «Tutto quello che noi ricordiamo ha dovuto sparire per qualche tempo dalla superficie della coscienza. […] Si recupera o si accoglie nel presente qualcosa che provvisoriamente, o per tempi anche lunghi, non è stato più oggetto della nostra attenzione, del nostro sapere, della nostra coscienza» (p. 15). 

Una memoria così intesa è in bilico tra l’archiviazione totale e la cancellazione totale e rende evidente che è proprio soggiornando all’interno di questo spazio tra due vertigini estreme – troppo spesso sfumato dal revisionismo – che è possibile recuperare il senso di una memoria collettiva consapevole di sé e dei valori su cui vuole effettivamente fondare i suoi legami sociali. 

La storia (non) è solo in vetrina

Significativa è, a tal riguardo, la metafora-spaziale del negozio (p. 17), utilizzata per descrivere come anche nello spazio della memoria poche siano le cose poste in vetrina, cioè già disponibili per essere viste – ricordate. L’esposizione ostentata, abbellita, di questi eventi pronti all’uso ha lo scopo di soddisfare in modo narcisistico – consumistico e propagandistico – l’ansia del riconoscimento di una memoria collettiva, resa strumentale e proprio per questo corta, pronta ad ammutolire dopo essere stata sollecitata. Pronta a celebrare il proprio oblio dopo il consumo compulsivo e ingordo dei feticci commemorativi che si susseguono laconici con l’avanzare del già predisposto calendario civile.

Intanto, altri momenti, eventi, luoghi, oggetti, persone – sono in maggior numero, sono vivi e reali! – d’un tratto risultano non più afferrabili, colpevolmente allontanati alla memoria, sacrificati alla presenza, stipati in polverosi magazzini, coscienti in potenza solo nelle pieghe di un sentire che viene da lontano. In attesa di essere risvegliati.

Ecco, il nostro volgerci entusiasta a ciò che la vetrina ci propone sanziona il successo di una predisposizione ordinata e stabilita, ordita ad arte per preservare, accanto ai coni di luce, quelle zone d’ombra in cui ricade ciò che non è (al momento) funzionale, trend, corretto, organico al potere. 

A noi spetta ritrovare, rinnovare, riallacciare questi nessi sfumati tra l’oblio e il ricordo. Ne va del nostro passato. Pardon, del nostro futuro.

Tecniche del dimenticare. Passi scelti (pp. 23-31)

L’analisi di Assmann ci consegna un piccolo censimento delle tecniche del dimenticare, che riproponiamo in modo sintetico.

Cancellare: Cancellando una traccia, la sopravvivenza di una persona o di un evento nella memoria dei posteri diventa altrettanto impossibile che la scoperta di un delitto […].

Occultare: […] occultare un problema o un evento […] tutti sanno ancora di cosa si tratta, nessuno ha dimenticato, ma esso ha perduto l’urgenza emotiva. […]

Nascondere: Il nascondere non conduce a dissolvere un ricordo che grava su di noi, bensì conduce a un suo consolidamento nella vita psichica. […]

Tacere: Ciò che viene taciuto viene conservato in uno stato di latenza. […]

Sovrascrivere: Già il non far nulla mette in moto la sovrascrittura, come accade ad esempio quando la natura riconquista luoghi storici […].

Ignorare: L’occhio può cambiare direzione [può ignorare] in ogni momento, e oggetti – per esempio monumenti – divenuti invisibili per la routine possono nuovamente tornare in primo piano. […] 

Neutralizzare: La retrocessione della valenza di un evento o di una prassi culturale avviene mediante atti cognitivi quali la marginalizzazione, la musealizzazione o la storicizzazione. […]

Negare: Negare è […] l’ostinata conservazione di un evento o di una persona nella memoria del gruppo attraverso un segno di negazione. […] negare richiede continue dichiarazioni e implica notevole dispendio. […]

Perdere: Cose e conoscenze che fino a poco prima erano a portata di mano e costituivano parte importante della propria vita, gradualmente o improvvisamente si sottraggono in modo irreversibile

Si comprende come l’atto del dimenticare sia, soprattutto, una cruciale strategia culturale e politica. Perché anche «ciò che abbiamo dimenticato tutti quanti e che tutti vogliamo dimenticare […] costituisce il fondamento dell’identità nazionale». (p. 34)

AP (15/01/2025) per Agorasofia

Aleida Assmann, Sette modi di dimenticare, Il Mulino, Bologna 2019.

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