«In tutta la sua opera Spinoza non cessa di denunciare tre generi di personaggi: l’uomo dalle passioni tristi; l’uomo che sfrutta queste passioni tristi, che ha bisogno di esse per stabilire il suo potere; infine, l’uomo che si rattrista per la condizione umana e per le passioni dell’uomo in generale (che può anche irridere anziché indignarsi; quello stesso scherno è un cattivo ridere).
Lo schiavo, il tiranno, il prete… trinità moralista». – Gilles Deleuze, Spinoza: Filosofia pratica
Strani giorni. Viviamo strani giorni. Come cantava il poeta, perché non riusciamo a vedere che il cielo oggi ha qualche cosa di infernale? L’orrore è ancora tra noi – nonostante gli appelli della Memoria – a Gaza, in Iran, a Minneapolis, ovunque la vita dell’uomo è calpestata dall’uomo stesso. Potremmo pensare un altrove, e invece
assistiamo a continue imboscate ai principi democratici, ai diritti politici, civili, umani.
Viviamo nel paradosso. Mentre si invoca in modo pretestuoso il rispetto del pluralismo politico e culturale a garanzia di contraddittori improbabili, sono davvero strani giorni quelli in cui la delazione sembra essere tornata di moda, come dimostra l’iniziativa di Azione studentesca che invita studenti e studentesse a denunciare fantomatici insegnanti di sinistra. Mentre le manifestazioni di solidarietà nei confronti della dignità violata di popoli oppressi vengono delegittimate dalla propaganda politica, sono davvero strani giorni quelli in cui può capitare di leggere che il 30 gennaio 2026 sia previsto lo svolgimento di un convegno a Montecitorio – la sede del Parlamento italiano – dal fosco titolo “Remigrazione e riconquista”, con la partecipazione di esponenti dell’estrema destra, da Casapound a Forza Nuova. Potremmo pensarlo, persino provare a realizzarlo un altrove. E invece viviamo consueti, tristi, strani giorni.
«Tutto ciò che l’uomo affetto da tristezza si sforza di fare, è di rimuovere la tristezza». – Spinoza, Etica, p. 123
Per Benasayag e Schmit la diagnosi è chiara: «viviamo in un’epoca dominata da quelle che Spinoza chiamava passioni tristi» (p. 20). Semplificando al massimo, nell’analisi di Spinoza l’odio, l’avversione, la paura, la disperazione, il rimorso, la commiserazione, l’invidia sono le forme che assume la tristezza, allorquando il nostro desiderare – sempre teso nello sforzo di autoconservazione – viene frustrato o indirizzato verso qualcosa che penalizza la nostra capacità di pensare, di agire, di esistere. Come ha chiarito Deleuze, le passioni tristi «rappresentano il più basso grado della nostra potenza: il momento in cui siamo separati al massimo dalla nostra potenza di agire, alienati al massimo, in balia dei fantasmi della superstizione, delle mistificazioni del tiranno» (G. Deleuze, Spinoza: Filosofia pratica, Orthotes Editrice, Napoli 2020).
È proprio a causa di una pervasiva mistificazione – cui abbiamo meschinamente aderito! – ordita da un sistema socioeconomico brutale che ci tiranneggia, umiliandoci nei ruoli moralistici di schiavo, giudice, prete, guerriero (Deleuze, ivi), che oggi dominano le passioni tristi. La competizione, l’aggressività, la diffidenza, l’indifferenza, l’arroganza, la discriminazione violenta vengono paradossalmente presentate come caratteristiche vincenti dell’uomo risolto del ventunesimo secolo. Basterebbe non cedere all’ennesimo autoinganno per capire che esse non ci rendono più forti, ma deboli. Non ci rendono più liberi, ma schiavi. E, soprattutto, ci rendono drammaticamente più soli e, per questo, più insicuri, meno disposti ad aprirci agli altri. Di questa solitudine si alimenta quella ideologia della crisi (p. 39), che abbiamo interiorizzato e che ci condiziona mortificando ogni nostra istanza sociale. Al suo interno, sostengono Benasayag e Schmit, agiamo e apprendiamo, stringiamo e sciogliamo legami sociali sotto minaccia. Viviamo con un distaccato senso di impotenza, di irrilevanza sconfortante, processi decisionali e rischi globali incontrollabili.
L’ansia indotta da incomprensibili e scellerate scelte politiche ci rintana in una vita vissuta in perenne stato di emergenza (p. 23). Da questo orizzonte asfittico ciò a cui possiamo ambire è, al più, una mediocre stabilizzazione precaria nella crisi. Così, per dirla con Freud, in mancanza della felicità ci siamo via via accontentati di evitare l’infelicità. Oppure, come sostenuto da Guy Debord, in mancanza di ciò che desideriamo davvero abbiamo cominciato a desiderare ciò che troviamo a buon mercato. Nient’altro, quindi, che un adattarci passivo e privo di slanci ad una sopravvivenza affannata alla ricerca dell’utile. La gioia sfuma nell’effimero. Al suo posto un deprimente proliferare di spinoziane passioni tristi.
Attraverso la lente dell’utilitarismo, la nostra vita vista dall’esterno somiglia ad una competizione tra diseredati, mobilitati e adulati dal mercato e atrofizzati e irretiti dalla politica. Ridotti a individuo-contratto «suppliamo alla mancanza di senso con l’economia» (p. 124), ai gesti spontanei con la burocrazia. Viviamo i legami sociali come impegni cui adempiere, ogni relazione degenera a pratica funzionale cui dedicare un tempo standardizzato e ritualizzato. Privo di colore, irrimediabilmente triste.
La sfida, che gli autori ci prospettano come una cura di fronte ad una diagnosi così inquietante, è quella di riuscire a «promuovere spazi e forme di socializzazione animati dal desiderio, pratiche concrete che riescano ad avere la meglio sugli appetiti individualistici e sulle minacce che ne derivano. Educare alla cultura e alla civiltà significa ancora creare legami sociali e legami di pensiero» (p. 63). Il testo di Benasayag e Schmit è del 2003. A che punto siamo oggi? La risposta potrebbe disarmarci e forse sarebbe bene formularla chiaramente, per tornare, con Spinoza, a comprendere – «Non ridere, non lugere neque detestari sed intelligere» – quelle parvenze di vita di cui troppo spesso l’uomo dalle passioni tristi finisce per accontentarsi.
M. Benasayag, G. Schmit, L’Epoca delle Passioni Tristi, Universale Economica Feltrinelli, Milano 2019.
AP (30 gennaio 2026) per Agorasofia
