«Che cosa ti trovi a dire quando soffri?»
La risposta a questa domanda ci pone davanti a noi stessi. Trovare una ragione a tutto questo dolore che ci riempie gli occhi, la bocca, il naso, la mente. Andare oltre il cinismo, il realismo, la ragion di Stato. Abborrire la logica hobbesiana, la postura del gladiatore. Dire – soffermarsi sulla soglia de – la sofferenza è impresa per pazzi e poeti, e per filosofi. Perché la Tragedia devi sentirla fin dentro le ossa per osare dire l’indicibile.
In La vita che brucia (Timeo 2025) Edoardo Camurri con i toni ispirati del viandante ci invita al viaggio. Dall’alba al tramonto, fino ad una nuova alba Camurri descrive un percorso di (non)redenzione. Con echi schopenhaueriani avverte: è la sofferenza – radice dialettica dell’esistenza, forza metafisica che regge il mondo – a renderci simili a sé. Se tutto è sofferenza, anche tu, che sei parte del tutto sei sofferenza (p. 19).
Il labirinto che è la nostra vita è attraversato da sussulti, intermittenze quotidiane. Anche questo nostro vano invocare la fine di grandi e piccoli tormenti somiglia tanto, questa è l’impressione, ad una cocciutaggine infantile. Come fare delle bolle di sapone sapendo che prima o poi scoppieranno, scriveva il Filosofo. E come potrebbe essere altrimenti che così? Eccola, nelle pagine di Camurri, l’Alba del detestato fatalismo:
«Non abbiamo alcuna alternativa, non possiamo volgere lo sguardo altrove, non possiamo fare delle nostre distrazioni il fondamento di una diversa ontologia su cui costruire una visione del mondo che prescinda da ciò che si presenta come insostenibile dolore e sofferenza» (p. 17).
Acquisire questa consapevolezza è l’epifania della soggettivizzazione: «senti l’ingiustizia e la sofferenza che ti abitano. E ti chiedi perché ti stia capitando tutto questo, e in che misura te lo meriti. Si scopre così la coscienza» (p. 40). Ci scopriamo soggetto e non possiamo più rifiutare la nostra essenza – la sofferenza, il nostro essere adesso quel ricordo che brucia. La morte – sempre attuale, quotidiana.
«Che cosa ci fa del male? La vita che viviamo e che non abbiamo scelto»
Proseguiamo nel labirinto guidati da Camurri. Siamo allo zenith, comprendere non ci ha aiutato, sentiamo la necessità di alzare la testa, cerchiamo di sfuggire al fatalismo, cerchiamo una rivolta qualunque. Qualcosa che ci tenga in vita e lenisca il dolore – un istinto di conservazione che nega sé stesso!
Ma passata l’ora delle illusioni, mentre il sole riprende il suo percorso verso occidente, riconosciamo che il mondo, questa nostra rappresentazione, è conflitto che è sempre – interiore ed esteriore, verso noi stessi, verso l’altro da noi. Che bell’impotenza sei, uomo. Condannato a non poter nemmeno anelare alla pace.
La nostra radice ontologica è nel negativo. Esistiamo negando le nostre possibilità più intime. Ci siamo solo negando noi stessi. Occupiamo uno spazio, un tempo, impedendoci di essere altrove, impedendo ad altri di essere qui e ora. «È la potenza del negativo – e quindi del dolore e della sofferenza, di Polemos, della morte e del non essere – che caratterizza universalmente l’essere» (p. 62).
Questo pensiero consola? Il sole volge al tramonto. «Il Sole ti fa ardere. La luna ti raffredda» (p. 101). Se troviamo conforto, dunque, è perché abbiamo rinunciato, perché non cerchiamo più scuse, né vie d’uscita. Nessuna impresa prometeica si staglia ora all’orizzonte. Camurri ha rinchiuso l’esperienza concreta – quel bruciore della carne viva – nell’astratto, per poi farla riemergere, ci sembra, rarefatta, più addomesticata. Consapevole che così come non si ama mai di puro amore, non si lotta mai per qualcosa di astratto. Essere capaci d’una tale astrazione consola, forse, solo laddove astrarre significa ricollocare ciò che siamo oltre la linea retta del tempo lineare, perché «Sulla linea retta, tutto è già morto. È morta la nostra concretezza, è morta la nostra capacità di amare, è morta la nostra vita» (p. 125).
Verso una nuova alba. Siamo anche le azioni che (non) facciamo
Il fatalismo, l’assenza di alternative, il destino che si compie precipitano nel nichilismo – forse il nemico più subdolo del nostro tempo. Ed è probabile che io stia pure travisando il libro di Camurri, ma, forse perché sento di voler sfuggire proprio da una così anestetica interpretazione deterministica dei fatti, all’ennesimo storicismo propagandato in ogni dibattito pubblico, ho la necessità di leggere fra le righe. Dopo aver fatto cadere le illusioni, resi più forti dall’aver attraversato lo sconforto possiamo guardare il mondo con un rinato incanto. Possiamo farci coraggio e notare che ciò che c’è non basta – e anche il dolore non può giustificare sé stesso. Camurri invita, alla fine del suo viaggio, Socrate, impegnato a chiedersi nel Timeo dove sia finito il quarto invitato al banchetto, senza il quale la festa non può aver luogo. Il quarto è l’assente (p. 128). Di più, direi, è la decisione che abbiamo preso di notare un’assenza, di non poter far finta di niente. Perché quando notiamo un’assenza, un vuoto, una mancanza, dobbiamo impegnarci per rimediare – ecco, alla fine del viaggio, l’azione, frutto della volontà (buona)! Ebbene, seppure emancipati dal ritorno così tardivo della scelta – che per quanto possa parer effimero, ci consente di guardare oltre, altrove, e di agire per colmare il vuoto, improvvisare una supplenza – l’azione qui non redime. Essa, certo, è l’apoteosi della nostra conclamata impotenza. Siamo soprattutto le azioni che non facciamo. Come potremmo, quindi, salvarci da questa sofferenza che siamo? Ma forse, dico sottovoce, sono proprio quelle azioni che abbiamo reso impossibili, o sono proprio quelle che pratichiamo con decisione – non le altre – che possono fare la differenza, in tutto questo dolore.
AP (12/02/2026) per Agorasofia
Edoardo Camurri, La vita che brucia, Timeo, 2025.
