Facciamoci un favore, ascoltiamo l’ultimo disco di Tutti Fenomeni e critichiamolo. Così magari ne usciremo più consapevoli delle nostre vite perbeniste e borghesi, entusiaste nell’aderire ad una commedia claustrofobica, ricolma di solitudini prossemiche, sprezzanti della solitudine altrui.
Quindi, prima di leggere queste impressioni, questo invito all’ascolto, forse sarebbe più giusto immergersi nello scrolling analogico delle canzoni di Tutti Fenomeni e lasciarsi strattonare da musiche e parole in cui la narrazione procede per sussulti, il focus è continuamente spostato. Riorientato dal narcisismo all’ecoismo, dall’io al tu – al noi. Dalla ricerca di solitudine alla necessità del collettivo. Dal nichilismo alla ricerca di senso.
Lunedì, ovvero “resuscitare, resistere e illudersi di cambiare”
Fuori il 23 gennaio 2026, Lunedì raccoglie dieci tracce disturbanti, proprio come disturbante sa esserlo quell’invenzione routinaria che è il primo giorno della settimana. Lunedì è il più borghese dei giorni, così il cantautore romano Giorgio Quarzo Guarascio, in arte Tutti Fenomeni, definisce ciò che in modo smaccatamente evidente si manifesta come un finto nuovo inizio. Lunedì è “resuscitare, resistere e illudersi di cambiare”. Lunedì, il giorno contro il quale si infrangono i nostri buoni propositi – dalla banale dieta rimandata ad oltranza all’urgente bisogno, sempre differito, di poter finalmente dire la verità.
Ecco, se mi avete preso in parola forse condividerete con me che si tratta di un lavoro capace di indurre al pensiero, ma in modo pop(ular), proprio perché, nonostante la presenza di ritornelli e sonorità accattivanti, sentiamo subito che qualcosa stride. Ed è proprio questo stridore che porta a rimuginare. Esso non interrompe, ma anzi asseconda, probabilmente, anche l’intenzione di un disco per nulla piano che, so già, suonerà in loop per un bel po’ di tempo facendomi compagnia nel tragitto tra casa e lavoro – un tragitto altrettanto tragicamente ingannevole nella sua apparente monotonia, quanto il lunedì.
Di cos’altro cantare, se non d’amore?
Anche ascoltando le tracce per così dire più politiche ed espressamente polemiche nei confronti della nostra società, è evidente che Tutti Fenomeni abbia scritto canzoni d’amore. Del resto, come parlare d’altro in questi tempi di non-amore? Mentre le questioni pubbliche sembrano ridotte a liti tra condomini e la politica ha smesso di essere incontro, sentiamo l’obbligo di ricordare a noi stessi di essere sempre stati dalla parte del Bene e di aver fatto tutto sempre e solo per Amore. A portata di mano, modellabile a nostro piacere, esso riluce di tutti gli imperativi etici impeccabili con cui giustifichiamo le nostre mancanze.
Potevo amarti molto di più, è vero
Ma potevo amarti anche molto meno
Arroccati in questa ipocrisia i rapporti si fanno esclusivi, fino a diventare asfittici. Ecco il sussulto, Tutti Fenomeni non ha paura di sistemarsi, scomodo e profetico, nella detestata zona grigia. Con testi ispirati, evocativi e provocatori, onirici, citazionisti, getta, complice, lo sguardo sulle sue e nostre miserie, mostrandoci chiaramente come il nostro aplomb da nobili decaduti nasconda una morale putrescente, ricolma di becero opportunismo. Gli abitanti della zona grigia, gli indifferenti, sordi all’amore, siamo noi.
L’amore è uno schema piramidalе
Stupido rap, stupido game, stupido boy
Saluti romani a piazzale degli Eroi
Pеrché ogni croce celtica, alla fine,
sta parlando di noi
Le vecchie parole che logorano l’amore
Così, in questo tentativo di genealogia della immoralità, capisco il senso di aprire il disco presentando l’amore nella sua forma più grottesca: “L’intelligenza artificiale troverà una ragazza a Vittorio, perché lui ci crede ancora che l’amore esiste”. Forse, davvero, c’è qualcosa di irrimediabilmente corrotto nelle parole che usiamo. Anche la parola amore è diventata logora.
Amore e gioventù
Sono soltanto delle vecchie parole […]
Parole da dire, parole sbagliate
Ci faremo il sugo quando viene Natale
Confuso tra le pieghe del sesso o dell’amicizia, del narcisismo, dell’indifferenza cinica, l’amore, sempre più costretto all’interno di esperienze preconfezionate, di ciò che è ordinario, quotidiano, rattrappisce, divenendo un fantasma, un mito, oppure l’ingenua illusione di poter fuggire dalla solitudine, ignorando che anche
Dirsi addio è una forma di rispetto assoluto
Oltre l’amore borghese. L’amore non è abbastanza, è tutto
Nelle nostre vite iperconnesse sono le preoccupazioni futili a prendere il sopravvento rispetto alle passioni archetipe. Rimane la voglia di sussulti, di quell’esperienza in grado di trasfigurare l’ordinario in straordinario
Non ho paura della morte, ho paura dell’inflazione
Parlami d’amore se m’incontri nell’ascensore
Si fa largo, sempre più prepotente e disturbante, l’idea che pervade tutto il disco, fino a concluderlo. E cioè, che le parole abbiano perso il contatto con la realtà. Che l’amore borghese ceda troppo facilmente al suo contrario.
Ma dentro i lager tedeschi non si leggeva Dostoevskij
Anche la tua ipocrisia mi faceva compagnia
Io t’ho amato sempre, non t’ho amato mai
Io t’ho amato sempre, non t’ho amato mai
Che l’amore – quella sorta di palestra del risparmio che pratichiamo quando chiudiamo la porta di casa – non sia abbastanza noi lo sappiamo già, ma abbiamo bisogno, a volte, che qualcuno ce lo ricordi. LOVE is not enough.
E allora, forse, la soluzione potrebbe essere quella di abbandonarla questa esistenza grigia, fatta di sembrare. Abbandonare le nostre contorsioni ebeti alla felicità, alla vanagloria. Non smettere di dirlo, semplicemente, che l’amore è mettersi davanti ad una sparatoria. Cocciuti come bambini riconoscere che l’amore non è abbastanza, è tutto.
In questo semplice e banale universo newtoniano
ancora non capiamo perché soffriamo
perché moriamo
perché ci amiamo
AP (19/02/2026) per Agorasofia
