Jürgen Habermas, l’ultimo gigante della teoria critica, è morto il 14 marzo 2026. Il filosofo tedesco ci lascia un patrimonio di concetti fondamentali per comprendere il nostro tempo, così lontano dalle pratiche democratiche improntate all’agire comunicativo che teorizzava. Potremmo farci prendere dallo sconforto e già li sentiamo i realisti cinici, gli uomini e le donne pratiche della ragione strumentale affermare con fierezza: «Ecco tanti bei concetti inutili e inoffensivi per i nostri tempi disperati». Ma oggi preferiamo non ascoltarli e condividere, come un promemoria da tenere in bella vista sulla scrivania, un passo che richiama alcune nostre responsabilità, spesso colpevolmente dimenticate. Qui Habermas, dopo aver ripercorso alcuni momenti emblematici della sua esistenza, si chiede, da insegnante, cosa dovrebbe fare, in fondo, un professore o una professoressa. Spetta loro il dovere di rigenerare lo spazio pubblico politico della società democratica, soprattutto in una società complessa che riproduce tra i cittadini e le cittadine una fragile comunanza. A loro spetta l’onere e l’onore intellettuale di usare la propria conoscenza per migliorare la discussione pubblica. Devono far fronte a tutto ciò, sostiene, mantenendo separati il ruolo professionale e il potere politico. Funamboli, insomma, in bilico tra ruolo professionale e ruolo pubblico, tra la responsabilità derivante da una inevitabile influenza e la tentazione di cedere alle lusinghe del potere. Nel tentativo di adempiere a questo difficile compito, una cosa, sostiene Habermas, infine, gli/le insegnanti non possono permettersi: essere cinici, per non tradire quello spazio pubblico dal quale non dovrebbero mai isolarsi e che dovrebbero abitare con discorsi, argomentazioni inclusive e ricche di senso.
AP e ML (15/03/2026) per Agorasofia
«È vero che i professori non sono soltanto studiosi, che si occupano della sfera pubblica politica dal punto di vista di osservatori. Essi sono anche cittadini, e occasionalmente prendono parte alla vita politica del loro paese come intellettuali.
Anch’io negli anni Cinquanta partecipai alla protesta pacifica della «marcia di Pasqua», e negli anni Sessanta dovetti prendere pubblicamente posizione nei confronti della protesta studentesca. Negli anni Ottanta e Novanta sono intervenuto in dibattiti sui conti da fare col passato nazista, sulla disobbedienza civile, le modalità della riunificazione, la prima guerra in Iraq, l’elaborazione del diritto di asilo ecc. Durante l’ultimo decennio mi sono pronunciato in prevalenza su questioni relative all’unificazione europea e alla bioetica.
Da quando il diritto internazionale è stato violato dall’invasione dell’Iraq, mi occupo della costellazione postnazionale in relazione al futuro del progetto kantiano di un ordinamento cosmopolitico mondiale. Ricordo queste attività perché in conclusione vorrei esporre che cosa credo di avere imparato dagli errori miei ed altrui circa il ruolo dell’intellettuale.
Anche senza essere sollecitato, ossia senza ricevere l’incarico da qualsivoglia parte, l’intellettuale deve fare pubblico uso del sapere professionale di cui dispone, ad esempio come scrittore o sociologo o fisico. Senza essere imparziale, deve esprimersi nella piena coscienza della propria fallibilità. Deve limitarsi a temi pertinenti, contribuendovi con informazioni oggettive e argomentazioni quanto migliori possibili, deve quindi sforzarsi di elevare il miserevole livello discorsivo dei pubblici confronti.
Anche sotto altri aspetti si richiede all’intellettuale un difficile funambolismo. Egli tradisce la sua autorità sotto due riguardi, se non tiene rigorosamente separato il suo ruolo professionale da quello pubblico. E l’influenza che acquista con le sue parole non può usarla per ottenere potere, quindi non deve scambiare l’«influsso» col «potere». Nelle cariche pubbliche gli intellettuali cessano di essere intellettuali.
Non fa meraviglia che noi di solito non riusciamo a soddisfare tali requisiti, ma ciò non deve metterne in dubbio il valore. Giacché gli intellettuali, che i loro simili hanno così spesso combattuto e dato per morti, una cosa non possono permettersi: essere cinici.»
J. Habermas, La condizione intersoggettiva, Laterza, Bari 2007, pp. 18-19.
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