Nelle mie ore d’ozio, seduto davanti al calamaio, vado annotando giorno dopo giorno,
senza alcun motivo particolare, ogni pensiero che mi passa per la mente, per quanto futile sia:
è una cosa, questa, che mi procura una sensazione davvero strana.
Yoshida Kenkō, Ore d’ozio
Alla ricerca di un riparo dal mondo
Italo Calvino in Collezioni di Sabbia (Garzanti, 1984) tratteggia mirabili pagine contemplative. Le percorro quasi sospeso, in questi giorni pieni fino alla saturazione di notizie di guerre, minacce e distruzioni, in cerca di un riparo dal mondo. Trovo la descrizione di un mihrab, la nicchia che nelle moschee indica la direzione della Mecca:
«Quello che mi attira è l’idea di una porta che fa di tutto per mettere in vista la sua funzione di porta ma che non s’apre su nulla; l’idea d’una cornice lussuosa come per racchiudere qualcosa d’estremamente prezioso, ma dentro alla quale non c’è niente» (p. 207).
Calvino nota come lo sforzo estetico qui sia rivolto alla celebrazione di qualcosa che manca:
«Vuoto, nulla, assenza, silenzio sono tutti nomi carichi di significati ingombranti per qualcosa che non vuol essere nessuna di queste cose» (p. 208).
E così, insieme a Calvino di ritorno dal suo viaggio in Iran, mi apro alla stessa consapevolezza: sono gli spazi vuoti la cosa più importante al mondo, e quello che ci ostiniamo a contrastare. Forse, osa lo scrittore, persino in tempi di megalomane dispotismo una città costruita seguendo una distribuzione armoniosa dei pieni e dei vuoti «si presta a essere vissuta con felice disposizione di spirito» (p. 209). Una città, quindi, un luogo, un posto dell’anima, uno Stato…
Un megalomane dispotismo che nega il vuoto
Fatico a non leggere, oggi, nelle contorsioni del potere politico ed economico, nel cinismo e nell’opportunismo sprezzante del diritto umano ostentato da Stati incivili, superpotenze debolissime, nella tendenza al delirio prepotente e fiero di sé, nell’arroganza esibizionista di una pretesa e autoreferenziale superiorità, la disperazione, gli orrori e le ferite aperte prodotte da un megalomane dispotismo che è sotto i nostri occhi.
Gli Stati sembrano aver interiorizzato in forma deteriore l’assunto metafisico, che ritrovo applicato all’essere umano cosiddetto Occidentale nel testo di Byung-Chul Han, Del vuoto, per cui «Il fondamento dell’essere è il voler-si. Volendo, e piacendosi, ecco che tutto ciò che è assente deve realizzarsi» (p. 15). La tracotanza degli Stati si manifesta nel loro conatus ad existentiam: non vi è alcun freno a ciò che volendo-si essi – ovvero le loro élite di decisori affaristi e senza scrupoli – realizzano, negando con violenza all’alterità la sua legittimità, la sua identica aspirazione a voler-si.
Anche per gli Stati, dunque, come per gli individui, la scomparsa del vuoto, nei nostri tempi troppo pieni traboccanti di iper – connessioni, attività, sensibilità, tensioni, etc. – conclama la scomparsa del desistere, civile e pacifico, in favore del brutale esigere, che, sempre a dispetto dell’alter, deve realizzarsi in modo prepotente, spietato.
Chi ha paura del vuoto?
La soluzione di Calvino è buona per gli illusi, certo, è buona per me. Non posso fare a meno di pensare che, probabilmente, una uguale felice disposizione dei pieni e dei vuoti e ciò che dovremmo desiderare, innanzitutto, per le nostre teste ben fatte, ricolme di tutorial pronti al consumo per ogni occasione. Recuperare uno spazio vuoto, intellettuale in primis, in cui poter stare fermi lasciando sia il mondo ad avvicinarci con discrezione, in cui le idee abbiano tempo di respirare, non è una cosa semplice.
La nostra mente è sovraffollata di fantasmi e dover essere e non consente più un tale respiro. Ce ne siamo fatti una ragione – capitalistica, eh! – di questo spazio fisico e mentale troppo pieno di cose, che ci possiedono, ci abitano e pensano per noi, e di questo nostro nevrotico affanno quotidiano, in cui l’affaccendarsi non sosta se non per consultare ossessivamente mille App – il meteo, la mail, il profilo social, il Conto Corrente…
Vivere nella società kenofobica
La nostra società (ex)opulenta recita il suo salmo – Natura abhorret a vacuo – e, mentre ricerca smaniosa il pieno, produce, al contempo, una patologica paura esistenziale del vuoto. Ne è sorta una Società kenofobica che, in modo non per tutti consapevole, ha insinuato la paura del vuoto in ogni dinamica sociale – nella politica, nell’educazione, nell’economia, solo per portare qualche esempio.
- La politica traduce la Kenofobia innanzitutto in ossessivo controllo sociale. La sua preoccupazione per l’assenza – di regole, di dispositivi di controllo – poggia sulla necessità di catturare consenso e reprimere il dissenso. Ne scaturisce un’alienante struttura burocratica dell’esistenza, in cui i/le cittadini/e sono sottoposti/e a vincoli di dettagliatissimi quanto inapplicabili decreti e regolamenti. La politica teme il vuoto normativo, ma anche esistenziale: stigmatizza il dolore emotivo, l’intensità che svuota, fa il vuoto, perché teme le vie di fuga che ne possono derivare, perciò ha la necessità di razionalizzare ogni relazione sociale, orientarla e controllarla.
- In ambito educativo e formativo dinamiche da Psicoistruzione spingono da decenni ormai docenti e studentesse/i a rifuggire come se fosse causa di ogni male il vuoto educativo, persino didattico. Abbandonati i tempi lenti della crescita e della maturazione, gli/le stessi/e vengono respinti/e al pensiero critico e sospinti/e verso qualunque attività abbia a che vedere con il fare, nella ricerca di una progettualità definita e definitiva che – attraverso il curriculum dello studente e un orientamento precocissimo – avanza la pretesa di voler definire la persona in crescita, lo studente in età evolutiva, riempiendo ed esaurendo definitivamente le sue potenzialità.
- In economia la Kenofobia si traduce in una ostentata tendenza all’acquisto compulsivo. La Società dei consumi è l’apoteosi del positivo, del pieno, del desiderio surrogato nella cosa acquistata. Essa rifiuta il negativo, il vuoto, come privo di senso: uno spazio che non sia utile per esibire la propria devozione al consumo risulta incomprensibile! Qui l’Homo consumens apprende, o meglio rimuove, una solitudine disperata, perché le cose che traboccano dagli spazi abitativi, in ultima analisi, non pensano e non comunicano se non la nostra finta felicità.
…è possibile trascorrere anni stupendi dentro una stanza
Il nostro ragionare, in definitiva, arretra di fronte all’Horror vacui. Il rassicurante Aristotele oscura definitivamente il caotico Democrito e, nel trionfo ideologico del determinismo, ancora oggi dai tempi di Pascal, nulla continua a rendere più infelice l’Homo connexus quanto il rimanere da solo in una stanza in riposo a pensare (Pensieri, 139) – badiamo, rimanere soli, senza reels da scrollare, consolazione effimera e illusoria di poter assistere in diretta contemporaneamente all’evanescenza dell’immagine virtuale e al tramonto delle nostre angosce e preoccupazioni.
Chandra Livia Candiani la scopro non direi tardi, piuttosto al momento giusto, in tempo per ricordarmi che nella ricerca di rimedi al male di vivere non siamo mai da soli. In tempo per leggervi:
«Nella mia casa c’è una stanza, né grande, né piccola, vuota. […] Ci entro soltanto per sedermi in silenzio da sola e due volte a settimana con altre persone. […] Avere in casa una stanza così cambia un po’ l’esistenza, rende tutta la casa un po’ diversa. […] C’è un silenzio che da quella stanza esce e tocca le altre stanze […]. Si è creata una corrente tra la vita delle altre stanze e quella stanza vuota e silenziosa. Si sono arricchiti entrambi gli spazi, credo» (Il silenzio e cosa viva, pp. 11-14).
Questa comunicazione pieno-vuoto è vita, è ciò che arricchisce la vita, rende possibile l’incontro, e l’ascolto. Lasciare interstizi che non chiedono di essere completati – da cose – è un promemoria. Livia Candiani ci regala l’idea che qualcosa di creativo può ancora venire, perché esiste, se praticato, un tempo non feroce dedicato al non-fare.
Mi viene in mente una frase di Franco Battiato che ho annotato perché ho sentito appartenermi: «Ho vissuto anni stupendi dentro una stanza, […] si sta molto bene quando si approfondisce qualcosa, quando si scava». Come si fa a non pensare che c’è un modo positivo di stare inermi dentro al mondo? Che è possibile – addirittura! – stare fermi in una stanza vuota e pensare, lasciare andare e trattenere, senza badare all’efficacia, alla prestazione, all’utilità immediata e stare bene?
…sentire maiuscolo il Mondo
La saggezza ha bisogno di sentire il vuoto – di senso, di scopo – farne esperienza, viverlo per garantirsi affabilità, leggerezza e profondità. Ha bisogno del vuoto per non sentirsi costretta, statica. Ha bisogno di sentire il Mondo come qualcosa di maiuscolo, in quanto variegato, diversificato, indeterminato, per mettersi in prospettiva, in cammino. Leggo Han interpretare Zhuāngzǐ:
«Il vuoto di senso o l’assenza di scopo non rappresentano una deprivazione, bensì un guadagno di libertà, un più del meno. E proprio il decadere dell’andare verso a rendere possibile l’andare. Il mondo, dinanzi alla cui naturale andatura l’uomo deve piegarsi, non è strutturato in maniera narrativa. […] La narrazione che genera senso scaturisce da un massiccio processo di selezione ed esclusione: un autentico rimpicciolimento del mondo, che viene così costretto, ridotto su un angusto binario narrativo. Zhuangzi insegna non ad aggrapparsi a un piccolo racconto, a una distinzione, bensì a unirsi al mondo intero, a essere cioè grandi come il mondo, elevarsi fino a diventare un mondo» (p. 27)
Tutto questo orizzonte di senso sta irrimediabilmente scivolando via. Il nostro ragionare procede per addizione, in preda ad un irrefrenabile disturbo da accumulo. La sottrazione è sentita quasi come una colpa, figlia del timore di poter lasciare spazio e tempo al vuoto, ad un pensiero debole – malato, convalescente, inutile – che non tiene il passo.
La società che ha paura del vuoto fa di tutto per eliminarlo. Essa poggia, perciò, totalmente sul pensiero positivo. Costruisce sé stessa, la sua identità posticcia, sull’affermazione violenta che non contempla il negativo, sopprime il dubbio e annichilisce l’altro. L’uomo kenofobico non ha tempo (vuoto), deve fare, per cui ogni sua occupazione sarà organizzata. Egli non può meditare e non può nemmeno contemplare, perché l’interiorità aprirebbe sentieri fuori dalla mappatura del consumo – supremo e (in)sicuro ancoraggio. È impegnato a seguire le linee di un percorso già scritto: si trova sempre dove deve essere. Quindi, non può viaggiare se non seguendo tour organizzati, tanto lo terrorizza l’idea di non ottimizzare il tempo della vacanza – ossimoro del nostro tempo. Non può sognare perché non può dormire e allora relega il sogno ad irrealtà.
E invece, come Zhuāngzǐ, quando sogniamo di essere una farfalla dovremmo ancora chiederci se siamo stati noi a sognare o se è la farfalla a sognare di essere noi… un interrogarsi ozioso, diremo, per ricominciare a sentire che la natura stessa NON rifugge il vuoto.
AP (10 aprile 2026) per Agorasofia
Italo Calvino, Collezioni di sabbia, Mondadori, Milano 2023.
Chandra Livia Candiani, Il silenzio e cosa viva, Einaudi, Torino 2018.
Byung-Chul Han, Del vuoto, nottetempo, Milano 2024.
Zhuang-zi (Chuang-tzu), Adelphi, Milano 1992.
