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Umberto Eco, Il cimitero di Praga, Bompiani, Milano 2010

Che quella di Eco si possa ritenere una lettura disimpegnata e d’evasione certamente non si può dire, come del resto non lo si può dire per nessuno degli altri cinque romanzi del geniale scrittore italiano. C’è, però, da rilevare che tutta la concentrazione e l’applicazione riposta dal lettore o dalla lettrice nel districarsi tra le vicende di mezza Europa accadute nell’arco di tutto l’Ottocento sono ripagate dal guadagno storico che indiscutibilmente se ne ricava. Probabilmente il lettore e la lettrice occasionali, o quell* «non fulmineo di comprendonio», come l* definisce lo stesso autore, potrebbero essere tentat* di abbandonare la lettura dopo qualche pagina, magari per la complessa struttura narrativa che vede l’alternarsi di tre diverse voci narranti oppure perché disturbat*, nel loro perbenismo, da tanto antisemitismo oppure perché non riescono a superare l’impasse costituito dall’impenitente dovizia di particolari concernenti la cucina, gli anfratti di Parigi e gli esplosivi. Tuttavia, la cultura ha bisogno di pazienza per essere coltivata e detesta il consumo fugace e la logica dell’immediatezza, pertanto è possibile che verso la metà dell’opera l’intreccio possa cominciare a non lasciare più fiato e così ancora una volta potrebbe capitare che Umberto Eco riesca a catturare nelle tresche delle logge massoniche, dei regicidi, delle spedizioni garibaldine e delle messe nere. Sullo sfondo si staglia un accattivante e direi modaiolo assunto di base che presta il fianco alla più intrigante delle cospiracy theory dell’Occidente, sempre più di moda al giorno d’oggi, cioè un inedito, ma possibile, complotto internazionale tra massoni ed ebrei per la conquista dei gangli del potere politico, economico e culturale. Contro ogni semplicistica accusa di antisemitismo, Eco mette qui in rilievo il contributo indiscutibile e prezioso dato dalla tradizione ebraica a tutta l’economia, alla politica e alla cultura europea. Clicca qui per acquistare il libro.

ML (26/05/2012) per Agorasofia


Norbert Elias, La solitudine del morente, il Mulino, Bologna 2011

Diversamente da chi concepisce il fenomeno dell’oblio della morte all’interno di un percorso dominato da una teleologia negativa o della crisi che inerisce in maniera specifica la contemporaneità, Norbert Elias in questo testo spiega la trasformazione strutturale nella considerazione della morte a partire dagli aspetti storico-sociali che hanno condotto alla progressiva esclusione della violenza fisica dalla vita quotidiana nel momento in cui si è passati agli Stati dinastici. Il superamento della precarietà dell’esistenza avrebbe escluso il pericolo costante della guerra e con essa anche il pensiero della morte, determinando la civilizzazione come forma di pacificazione sociale. Fortemente influenzato dalla pseudoscientificità freudiana sulla questione della rimozione della morte e condizionato dalla sua posizione d’intellettuale borghese, il sociologo ritiene che l’oblio della morte sia dovuto all’avanzare dell’homo clausus, categoria inventata ah hoc dall’autore a scopi euristici. L’Homo clausus, in sostanza, sarebbe un costrutto antropologico che spiegherebbe l’estrema individualizzazione e privatizzazione moderna, trascurando, tuttavia, una fetta importante della società, quella in cui resistono, anzi rinascono, le significative esperienze comunitarie che contribuiscono a fornire un senso all’esistenza dell’individuo. Il cambiamento antropologico nella rappresentazione della morte rispetto al medioevo, età maggiormente ossessionata dall’idea della morte, sarebbe dovuto, del resto, anche al progresso della medicina e dell’igiene, circostanze che hanno determinato l’allungamento della speranza di vita e quindi la rimozione della morte. Ad ogni modo, se questa differenza mette in evidenza i progressi dell’età moderna, non spiega assolutamente l’ossessione medievale e il suo pensiero onnipresente della morte per una vita che termina a quarant’anni circa, giacché il soggetto quarantenne, non conoscendo ovviamente gli standard moderni, considererebbe il suo decesso nella media del suo tempo: un mancanza di relatività che davvero non ci si aspetterebbe da un sociologo! Clicca qui per acquistare il libro.

ML (07/12/2025) per Agorasofia


Pietro Emanuele, Filosofi a luci rosse. La filosofia, l’universo dei punti di vista, guardata da un punto di vista inedito: il sesso, TEA, Milano 2008

Emanuele filosofia a luci rosse

Non è facile trattare seriamente della materia del sesso, perché se si evita l’approccio scientifico, troppo serioso, e si adotta uno stile più divulgativo, si rischia di incappare nella censura e l’autore ritiene che quella che si richiama al buon gusto sia molto più insidiosa di quella del buon costume. L’approccio che il filosofo Pietro Emanuele adotta in questo testo si muove agevolmente tra il serio e il faceto, ma soprattutto egli intende sdoganare quella che è l’immagine idealizzata del filosofo quale pensatore collocato in una bolla al di fuori del mondo, che non può occuparsi delle beghe quotidiane, tra cui il sesso e la fecalità. La storia della filosofia ha spesso occultato alcuni dettagli biografici imbarazzanti dei filosofi, come anche quegli spunti delle loro opere che rimandassero alla sessualità, ma Emanuele mette abilmente in fila le passioni onaniste di Diogene, quelle omosessuali di Socrate, l’undinismo di Epicuro, il sadismo del Marchese, il masochismo di Rousseau fino alle percosse di Nozick. La conclusione dell’opera di Emanuele è che la sessualità, per la sua connessione con la sfera dell’amore e dell’intimità, è e deve restare intima, privata, non nascosta nel senso di occultata, ma riservata perché solo in questo modo può scoprire l’ebbrezza della trasgressione, invece se diventa pubblica, analizzata nei minimi dettagli, come in un trattato scientifico e statistico alla Kinsley, diventa irrilevante al fine dell’eccitazione, nonostante l’indubbio valore che ne potremmo ricavare sotto il profilo culturale e sociale. Clicca qui per acquistare il libro.

ML (28/03/2019) per Agorasofia


Jeffrey Eugenides, La trama del matrimonio, Mondadori, Milano 2019

J. Eugenides, La trama del matrimonio

Va detto innanzitutto che Jeffrey Eugenides, da romanziere qual è, si trova completamente a proprio agio nel narrare con piglio postmoderno vicende divisive di vita quotidiana che innescano profonde riflessioni sulla moralità dei nostri giorni. Se, del resto, in Middlesex del 2002 è piuttosto palese il riferimento agli studi di Foucault sulla storia della sessualità, molto più esplicito è il contesto filosofico entro il quale si situa La trama del matrimonio, laddove si coglie esplicitamente il passaggio all’universo simbolico della decostruzione di Derrida, Barthes, Lyotard, Baudrillard, Deleuze e a quella che negli Stati Uniti è considerata una vera e propria scuola di pensiero, la French Theory. Ed è proprio sullo scarto tra modernismo e postmodernismo, categorie della letteratura anglisassone, che si gioca La trama del matrimonio e ciò in un senso duplice: non solo è il titolo del romanzo, ma è anche, significativamente, il titolo della tesi in Letteratura della protagonista, Madeleine Hanna. È sul suo personaggio che insiste tragicamente la frattura tra l’amore romantico, con la sua struttura matrimoniale forte, in grado di assicurare stabilità affettiva ed esistenziale, come emerge dalle opere di autori modernisti come Wharton, James, Austen, Eliot, le sorelle Brontë, e dall’altro lato, la decostruzione postmodernista delle relazioni umane e anche del matrimonio. È proprio l’incontro fortuito con il corso di Semiotica 211, in cui si studiano gli autori francesi, a mandare in frantumi la vita e le certezze di Madeleine e anche questo in un senso duplice: non solo le sue personali relazioni sentimentali da quel momento in poi prenderanno una brutta piega, ma anche l’impianto della sua tesi di laurea comincerà a scricchiolare alle prese con un triangolo amoroso complesso, così come complessa è la struttura degli altri due amanti: Leonard, un biologo nichilista, proveniente da una famiglia disfunzionale e, di conseguenza, malato mentale; e Mitchell, un teologo mistico che insegue Madre Teresa e la spiritualità autentica in India, ma con una famiglia borghese alla spalle. Chi tra i due avrà la mano di Madeleine? Clicca qui per acquistare il libro.

ML (20/01/2021) per Agorasofia


Gabriella Falcicchio, I figli della festa. Educazione e liberazione in Aldo Capitini, Levante, Bari 2009

G. Falcicchio, I figli della festa

L’opera di Gabriella Falcicchio, docente di Pedagogia presso l’Università di Bari e attivista del Movimento Nonviolento pugliese, si propone di ripercorre il pensiero di Aldo Capitini, nonché quel legame intricato tra la sua pedagogia e il suo linguaggio poetante, fatto di metafore e parole d’ordine, con il fine specifico di far emergere il suo pensiero nonviolento, problematico, dubbioso. Tra i molti spunti interessanti, che l’autrice mette in evidenza di Capitini, vi è la raccomandazione di non allontanare i bambini e le bambine dai luoghi della sofferenza, così come da quelli della diversità, dell’indigenza, della mancanza, affinché essi/esse possano familiarizzare con un aspetto importante della realtà, cioè il dramma, il negativo, che dovrebbe permettere poi di far scaturire il moto d’orgoglio della liberazione. Del resto, il bambino e la bambina si accostano spesso con naturalezza a tali dimensioni, senza il carico di precomprensioni su cui fa affidamento l’adulto nella sua interpretazione, per cui talvolta i più piccoli e le più piccole si pongono con atteggiamento “politicamente scorretto” agli eventi, ma genuinamente naturale, di totale accettazione, senza ulteriori elaborazioni. In questo senso, si può correttamente dire che il paradigma capitiniano si pone in una prospettiva che è interculturale ed ecologica ante litteram. Un altro spunto interessante di riflessione è legato al ruolo della docente e del docente, la quale/il quale deve presentarsi come un/una indipendente disciplinato/a, cioè deve concepire la sua professionalità all’interno di un sistema statale, ma senza esserne organico, ciecamente subordinato, al tempo stesso deve essere disciplinato/a, cioè nonviolento/a, e accettare anche il dialogo come principio ispiratore. Per tutti questi motivi, la pedagogia di Aldo Capitini si presenta come una delicata pedagogia della fiducia, ma si potrebbe parlare anche di una “pedagogia della speranza”, in una vicinanza filosofica al pensiero di Ernst Bloch che merita di essere ancora adeguatamente approfondita. Clicca qui per acquistare il libro.

ML (31/03/2018) per Agorasofia


Erich Fromm, Fuga dalla libertà, Mondadori, Milano 2015

Scritto nel 1941, Fuga dalla libertà[1] di Erich Fromm indaga il paradossale significato che ha assunto la libertà proprio in un periodo storico in cui questo alto valore era stato reinterpretato e annichilito all’interno dei sistemi totalitari. Il desiderio di aderire all’immagine di uomo nuovo, alimentato dalla propaganda di regimi intrisi di un’ideologia prevaricatrice – violenta, razzista, criminale – mentre promette l’illusoria realizzazione di sé solo all’interno delle istituzioni totalitarie, concretizza nient’altro che il consumarsi dell’io individuale a mero segmento dell’io totale (pp. 102-103).

Ebbene, il testo di Fromm, letto oggi, mantiene inalterato il suo valore. La fuga dalla libertà è infatti sempre, anche, una fuga dalla responsabilità, dalla compassione verso uomini e donne che versano in una condizione di profonda sofferenza, da cui, colpevolmente, allontaniamo lo sguardo. Ogni fuga dalla libertà esprime una ritirata da doveri civili, umanizzanti; veicola la progressiva scomparsa di una socialità ormai refrattaria alla solidarietà. Ogni fuga dalla libertà si traduce, cioè, in cinica complicità verso regimi politici, socioeconomici che, oggi come ieri, continuano a fondare sull’indifferenza umana la loro spietata sopravvivenza.

Ecco, in sintesi, alcuni passaggi attraverso cui, secondo Fromm, si realizza la fuga dalla libertà:

Autoritarismo. «Il primo meccanismo di fuga dalla libertà è la tendenza a rinunciare all’indipendenza del proprio essere individuale, e a confondersi con qualcuno o qualcosa al di fuori di sé stessi per acquistare la forza che manca al proprio essere. Ovvero, per dirla in altre parole, a cercare nuovi legami secondari, in sostituzione dei legami primari perduti» (p. 123).

Distruttività. «La distruttività è una fuga dall’intollerabile sentimento di impotenza, poiché mira alla rimozione di tutti gli oggetti con cui l’individuo deve mettersi a confronto. (…) Le stesse condizioni di isolamento e impotenza sono responsabili di altre due fonti di distruttività: l’ansietà e il soffocamento della vita» (pp. 154-155-156).

Conformismo da automi. «L’individuo cessa di essere sé stesso; adotta in tutto e per tutto il tipo di personalità che gli viene offerto dai modelli culturali; e perciò diventa esattamente come tutti gli altri, e come questi pretendono che gli sia. Il divario tra me e il mondo scompare, e con esso la paura cosciente della solitudine e dell’impotenza. (…) La persona che rinuncia al suo io individuale, e che diventa un automa, identico a milioni di altri automi che la circondano, non deve più sentirsi sola e ansiosa. Ma il prezzo che paga è alto; è la perdita del suo io» (p. 160).

AP (20/10/2024) per Agorasofia