«sublata ignorantia, stupor […] tollitur»
«distrutta l’ignoranza, è distrutto anche lo stupore»[1]
Baruch Spinoza
In alcune lingue esiste una parola che in italiano è di difficile traduzione, che esprime il senso dello stupore e della meraviglia ma anche in senso negativo. Due esempi sono il termine spagnolo “asombro” e il termine greco antico “thaûma”, entrambi con lo stesso significato. Questi due sostantivi, correlati con i verbi “asombrarse” e “thaumázein”, sono solo parzialmente traducibili con “stupore” o “meraviglia”. “Asombro” è utilizzabile anche in una situazione di paura e di forte inquietudine, non solo per esprimere la classica meraviglia/stupore con carattere positivo. È molto interessante prendere in considerazione questa doppia accezione che può avere lo stupore, non solo visto come il risultato di una situazione felicemente inaspettata, ma visto come una condizione e una prospettiva con cui guardare il mondo. Lo stesso Aristotele, riprendendo Platone, assegna una forte importanza al verbo “thaumázein”, descrivendolo come la base di partenza della filosofia. Questa condizione esistenziale, questa lente sul mondo considerata come il punto più alto del pensiero, privilegia una sensazione di contemplazione nei confronti della realtà. È da qui che nasce il romanticismo, sistematizzatosi in idealismo successivamente: nasce dal guardare il mondo con “asombro” o “thaûma”. Il mio proposito è quindi prendere in considerazione questa prospettiva nei confronti della vita, che ha permeato anche pensatori non strettamente romantici, per cercare di rifletterci sperando di poterne decretare la fine di fronte al progresso della coscienza.
Il poeta romantico tedesco Goethe esprime la ripercussione dell’atteggiamento romantico della vita con questi versi, tratti dalla poesia “il divino”: «Nobile sia l’uomo, / soccorrevole e buono! / Poiché solo questo / lo differenzia / da tutti gli esseri / che conosciamo»[2]. L’atteggiamento romantico verso il mondo e la vita ha coinvolto tante sfere del sapere, ma ha la sua base comune nella meraviglia e nel guardare tutto sotto la lente di una qualche “nobiltà d’animo”. Questa caratteristica inoltre, ci differenzia dagli altri animali secondo Goethe. L’“asombro” è quindi considerato il fondamento della filosofia e del pensiero, l’espressione di un’armonia dell’anima umana e dell’universo. Nel cuore della visione romantica c’è quindi l’identificazione della realtà con una qualche meraviglia o armonia intrinseca, che scatena nell’uomo la sensazione dell’“asombro”. La coscienza umana è inserita in questa meraviglia e non può fare altro che adeguarsi moralmente ad essa, mentre la contempla. Goethe esprime questo concetto nella poesia “La metamorfosi delle piante”: «la vista mirabile è annuncio di nuova creazione». In questo caso una sensazione fisica, la vista, genera una profonda condizione metafisica di “creazione” e di divino. Sotto varie forme, l’atteggiamento romantico nei confronti del mondo parte dall’assunto metafisico della meraviglia o armonia innata della natura e del cosmo.
In questa fase di romanticismo ancora non maturo non si parla né di “spirito” né di “io” come reinterpretati dall’idealismo tedesco successivo. Ci si limita alla meraviglia di fronte alla realtà e si trae da questo sentimento anche un profondo significato morale. Questa visione però non esprime un grado di verità, ma è la proiezione dei nostri sentimenti sulla realtà stessa. È la grande illusione che i nostri desideri producono: è l’incanto che il sentimento umano ha fatto alla natura. La soddisfazione dei nostri bisogni che la natura compie ci illude che sia stata creata per noi. In realtà dovrebbe farci riflettere su quanto dipendiamo dal sistema che ci circonda, ma ci fa invece immaginare fantasmi e rende la natura incantata.
Da questa prospettiva, la lente romantica è in realtà l’accettazione della visione incantata dell’uomo e della natura, l’accettazione dell’idealizzazione del mondo. Non è questo però il punto, cioè se la realtà sia o no effettivamente come immaginata dalla meraviglia. Il problema è che questo stesso sentimento presuppone che in noi ci sia qualcosa di interno e di assoluto, che va oltre il contesto e che intuisca la realtà per come è. Inoltre questa condizione è presupposta da un metodo interpretativo della realtà che la analizza come manifestazione di un ideale. Nel primo caso si tratta del fatto che l’attitudine romantica della vita presuppone una qualche anima e un’antropologia individualistica. Viene quindi ignorata l’origine socioculturale della nostra visione del mondo e si accetta implicitamente l’assioma dell’esistenza, autonoma e/o assoluta, dell’io. Nel secondo caso si tratta del fatto che questa stessa attitudine è alla base del sistema interpretativo del mondo denominato idealismo. In realtà l’idealismo non è stato solamente uno e nello stesso tempo un’attitudine romantica può portare anche ad altri approcci metodologici, ma generalmente l’idealismo è stato il grande prodotto del romanticismo maturo.
Il problema è quindi cosa sia la nostra mente, se contenga una qualche autonomia o anima interna. Saremo, in questo caso, tentati di affermare l’incontestabile superiorità della realtà del pensiero libero e assoluto sulla realtà meccanica e contingente. Allo stesso tempo crederemmo di meravigliarci per come l’Assoluto abbia pensato alla bellezza della nostra anima, dall’alto della nostra presunta superiorità ontologico-morale. Questo porterebbe anche alla visione della natura come manifestazione o porta dell’Assoluto nella realtà immanente. Su questo punto la concezione romantica diverge: in alcuni casi adotta un disprezzo verso la meccanicità della vita in confronto alla bellezza dell’anima e in altri casi considera la natura come manifestazione dell’ideale. Queste diverse posizioni accettano però gli stessi presupposti, anche se portano a esiti differenti.
Al contrario invece, il problema può essere posto come la negazione di ogni autonomia della mente. Autonomia deriva infatti da due parole greche: nòmos (legge) e autòs (egli stesso, pronome). In questo senso, ovvero come capacità autoregolante e autoponente, l’autonomia della mente può essere negata. Questo aprirebbe la discussione non solo sulla struttura del nostro presunto io, ma porterebbe a interessanti riflessioni sulla costruzione sociale della nostra visione della realtà e infine dei nostri processi mentali. Sulla base delle premesse all’attitudine romantica e di fronte alla violenta idealizzazione del mondo a cui conduce, quale prospettiva sulla nostra mente dobbiamo adottare? Abbiamo veramente una mente? Siamo frutto solo di una rete di modelli culturali inconsci e incastonati in noi?
GR (05/10/2023)
[1] Baruch Spinoza, Etica, Libro I, Appendice.
[2] Johann W. von Goethe, “Das Göttliche” in “Vermischte Gedichte”.
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