Sospendere le risposte. Una non-recensione a “Il vero non si tocca” di Giusi Venuti

Ci sono libri che sono esperienze, ovvero attraversamenti, cammini. Prevedono il passo lento di chi ha intrapreso il viaggio pieno di dubbi sulla meta, di paure sugli incontri, di indecisioni ai crocevia. Il testo di Giusi Venuti è viaggio attraverso un territorio spesso oscuro, durante il quale alle regioni di ombra si alternano chiari di bosco, radure dove riposare grati. Giusi è una curandera, una donna che abita con fatica e ostinazione uno di questi cammini, quello della Cura, dea e madre, capace del gesto che dà i natali, che risana e di quello che semplicemente si fa carico, prende il carico e lo sostiene. Anche lo spirito, e Giove ha torto. Giusi rende ragione alla distinzione fra I Cure e I Care che un sacerdote ostinato quanto lei mise a tema, nell’educazione delle creature piccole. Il gesto viene dalla postura, come ethos fisico, ma è soprattutto legato alla mano, che può colpire come accarezzare, la mano-pharmakon che guida il nostro stare al mondo, in convivio, con il vivente tutto, umani, animale, vegetali, le cose inanimate che, a starci attenti, respirano. Quel Tutto che possiamo sopportare, supportare, in quanto ne siamo una parte, e anche distruggere in un assalto di di orgoglio come se ne fossimo i diversi, i migliori, i padroni.

Ora è il tempo delle domande. Perché Giusi vuole che il suo lavoro non sia un punto fermo, ma un pensiero che si muove, cambia, accelera e sosta insieme a chi si dispone alla lettura-cammino.

1. Se forma e sostanza si sovrappongono e la prima spesso diventa la seconda, oppure fanno fra loro un dialogo più complesso fra forma della espressione e forma del contenuto (il buon vecchio Hejmeslev…altro ostico attraversamento!), nel tuo libro la forma è acuminata. A me, lo stile del fraseggio paratattico pare sia appunto un pungolo per il lettore. Ma alcun*, a cui ne ho proposto qualche pagina, lo hanno incontrato difficile; talvolta la frase essenziale è sembrata andare a scapito dell’articolazione del pensiero che, solo chi conosce autori e temi elabora da solo (senza orgoglio, ma con apprezzamento per i richiami e le risonanze anche ad autori che non ho letto ma che stanno sullo spartito, ti dico che è capitato anche a me). Cosa diresti ai critici?

2. La tua esperienza concreta di lavoro con chi la cura la dovrebbe conoscere per mestiere e per analisi su di sè, la consegni a una nota e in altrettanto brevi riflessioni di chi con te ha lavorato, cambiando la sua postura etica. Il tuo operato si è coniugato – e non è un caso – con l’insegnamento all’università e nelle scuole superiori, ha sposato teatro, filosofia, letteratura. (il progetto Il sapere del corpo. Bioetica e Teatro, ha avuto corso presso Università di Messina, in vari atenei di Roma, Pavia, Torino. La collaborazione con numerose Aziende Sanitarie Locali, ha permesso il lavoro di formazione negli ospedali, nelle carceri, coinvolgendo amministratori, operatori e clinici che si occupano di disabilità, di malattie terminali, di effetti della reclusione. Senza soluzione di continuità dal 2012 al 2019, e poi come libera professione. nota 10 p. 109). Perché non hai sviluppato la sua genesi, il suo corso pratico e hai utilizzato circa 100 pagine prima di accennarvi?

2.1. Le prime 100 pagine sono una introduzione a concetti fondamentali ma, ripeto, si deve attendere troppo per sapere  dove e come li hai riposti. Perché questa dilazione o reticenza?

3. Nel capitolo Adagio. Il vero si tocca, alla p. 33, parli della miseria e della vergogna che dà alle persone incolte l’uso del dialetto. Eppure dici, il siciliano è lingua ricca, sagace, lo sapeva Danilo Dolci che ne rimase prigioniero. Questa vergogna della lingua materna, che sconfina nell’incapacità di usarla per leggere e per argomentare, la ascrivi anche ai giovani nell’uso dell’italiano. Per render salda la tua riflessione in nota assumi i dati Pisa Ocse come una misura, l’efficacia descrittiva del fenomeno (la letto-scrittura nelle creature piccole e giovani), ma altrove critichi il misurare, il numero, e la Verità veicolata da chi si pone sul podio di un’autorevolezza che è puro potere (pp. 38-39, infra, passim). Come sai, dal 1990 mi occupo di valutazione, dal 2000 di smontare questa narrazione OCSE-PISA/ INVALSI, basata sulla compravendita dei dati, millantati per oggettività che voi docenti non sapete esercitare, persi nell’incertezza solo intuitiva di come dare un voto. Luigina Mortari, che di cura si è sempre occupata in ambito filosofico, educativo e femminista, in un incontro a Verona (Festival dell’Educazione: piuttosto scialbo), ha aperto il suo intervento con una tirata molto forte contro l’INVALSI e la protervia del dato che schiaccia la relazione educativa (test, statistiche, tracciamento di studenti fragili, curriculum dello studente, capolavoro meritevole, ecc). Cosa ne pensi di questa che io rilevo come una debolezza, una tua incertezza argomentativa che cerca una sponda? Tu, come hai valutato la restituzione del tuo lavoro in ospedale e altrove?

4. In medicina (faccio un collegamento con il punto precedente), il medico di famiglia, che conosceva tutta la storia del malato e delle dinamiche nel nucleo famigliare, era soprattutto un umanista, non un logico informatico legato alla verità del dispositivo statistico e meccanico (l’oggettività presunta di una indagine non clinica, ma affidata allo strumento, oggi assai sofisticato); metteva mano al paziente, all’infermo, lo toccava, lo ascoltava. È questa formazione che manca e a cui tu dai nuova figurazione?

5. L’ospedale – scrivi – è luogo sacro, con i suoi rituali, con le sue regole che ne fanno una istituzione totale (a voler seguire Michel Foucault). Oggi aperture ce ne sono state, in manicomi, scuole, luoghi di cura, poco nelle carceri, per nulla nei famigerati Centri per migranti (p. 89). Citi anche la figura dello schiavo altrettanta separata, sacra, (p. 70), del monaco con il suo ethos basato sulla Regola. Oggi, che esistono lavori schiavistici e il migrante è un intoccabile, questo elemento del sacro e della paura della contaminazione, meriterebbe un discorso a sé, proprio a partire dall’articolazione di cosa si intende per sacralità. Ovviamente penso ai 4/5 tomi di GiorgioAgamben; anche il Bartleby ci rientra, secondo me. Sei d’accordo? Cosa diresti ad Agamben? (non a me!!!)

6. Magnifico il sostare, stare, sostenere, reggere, e dunque stasis che è anche polemos risolto in conflitto, continuamente da pacificare (ad es. fra madre e figlio: e anche per questa relazione serve ancora attraversare territori impervi, pericolosi).

Concludo un po’ controcorrente. Non amo Lorenzo Milani che si contraddistingue la furia della cura (non basta la lettera famosa e quella ai cappellani: gli scritti pastorali sono talvolta illeggibili); il collasso della pedagogia post-Sessantotto spiega la retorica con cui viene citato e che lo imprigiona, senza che se ne vedano pregi e limiti reali; mentre ho amato Dolci, e Pasolini solo per i film…lo so sono giudizi affrettati, qui. Ma la tua straordinaria mistica laica, più greca che cristiana, pagana come la religiosità siciliana, mi fa pensare a Dietrich Bonhoeffer, a Ivan Illich, a Michel de Certeau: attraversamenti, transiti nella zona del dubbio. Grazie.

Ti rispondo con affetto e con stima — e parto dalla tua ultima riga, perché è lì la cornice di tutto il resto. Dici che il libro è «un’esperienza nel significato proprio del termine, da riprendere in mano». Hai nominato, senza citarla, la parola su cui il libro è costruito: esperienza — non il vissuto che scorre e passa, ma ciò che attraversa e trasforma, e che proprio per questo chiede di essere ripercorso. L’hai letto come il libro chiede di essere letto. Non potevi farmi dono più grande, e dentro questa cornice — non in una disquisizione colta, che porterebbe dritti alla boria che tutte e due riconosciamo e non amiamo — raccolgo le tue obiezioni, che non sono «pochezza»: sono la seconda rilettura che il libro domandava, e che da sola non potevo darmi.

E prima di entrare nel merito, lascia che condivida con te una gioia — certe cose si dicono agli amici. Martin Robb, dell’Open University, che studia da anni l’etica della cura e ne cura il podcast «Careful Thinking», ha dedicato al libro un post generoso: scrive di seguire il mio lavoro da tempo, che «merita di essere conosciuto più largamente», e annuncia che sarò ospite di una puntata. Mi accosta alla care aesthetics di James Thompson — il campo nuovo che, in area anglosassone, nasce proprio sul gesto, sul corpo, sul sensibile. Ma ciò che più mi ha commossa è un dettaglio: Robb ha trovato nel libro le mie pagine su Hammershøi, il pittore delle stanze quasi vuote, e ha scelto un suo quadro come immagine del post, riportando le mie righe su quelle stanze dove «nulla chiede di essere spiegato, tutto chiede di essere abitato» — fino allo sguardo non ancora addestrato del bambino. Due lettori, in due lingue, fermi sullo stesso silenzio ( clicca qui). Mi fa piacere dirlo proprio a te, che quel libro l’hai letto con l’orecchio che gli serviva.

E arrivano al momento giusto, le tue parole: sto già lavorando a una riedizione approfondita e ampliata del libro — non per renderlo più facile, ma per allargarlo, e allargarlo proprio a partire da letture come la tua. Dentro quella riedizione sto curando anche l’apparato iconologico, con un’acquarellista: è una cosa a cui tengo molto, e che ha molto senso. Il Cesare Ripa che cito di continuo — l’Iconologia — oggi in pochi lo frequentano ancora, eppure le sue figure non sono ornamento: sono pensiero che ha preso corpo prima del concetto.

Sullo stile, allora, prima di ogni altra cosa. La paratassi non è anzitutto una scelta di stile: inchioda prima di tutto me a ciò che, dentro di me, ha un suo peso — prima ancora che diventi frase. E a questo giro delimitare era necessario, non è reticenza: tenere il punto fermo di ciò che pesa, senza affannarmi a spiegarlo a chi non sa. Tu l’hai chiamato «spartito», ed è la parola esatta: uno spartito prima si suona e solo dopo si analizza — è ciò che scrivo nel Commiato, «le sentiamo e soltanto dopo le comprendiamo». Che tu abbia sentito risuonare anche autori che non hai letto, ma che stanno sul pentagramma, mi dice che lo spartito, dove conta, suona.

Questo non vuol dire chiudere la porta. La soglia resta una soglia: ma i pochi che vi si accostano — come stai facendo tu, adesso — mi danno la possibilità di allargarla, non di scioglierla. E qui intendo «disteso» non come «più facile», ma come «più largo»: allargato dalle letture che arriveranno. Penso a questo libro come a un testo vivo e aperto, che cresce per riletture — ed è forse il senso del sapienziale che evochi: il sapere non è la ricetta fissata una volta per tutte, è il sale che si dosa mentre si cucina, sulla misura e sul gusto di chi siede a tavola. Si tara nel contatto, non prima. Allargare la soglia è esattamente questo: raccogliere da letture come la tua i punti in cui aprirsi un poco di più, senza perdere il peso.

E c’è un secondo volto della stessa difficoltà: le prime cento pagine, l’attesa troppo lunga prima di sapere dove e come ho riposto i concetti. Qui non arretro. Quelle pagine vanno gustate da una mente capace di stare nella sospensione: affaticano, lo so, ma è il prezzo dell’esperienza che il libro porta. Il mio testo non aggiunge teoria: la approfondisce piantandola nella carne — e la carne si ribella, non tollera l’attesa. L’affaticamento che senti è proprio questo: la tesi del libro che ti accade addosso, sentita prima d’essere pensata. Lascia però che te lo dica con dolcezza, perché non resti soltanto un colpo: far attendere, e invitare chi mi ascolta a stare con me nell’apertura e nella rifrazione prismatica dei miei pensieri, è ciò che faccio a voce — è la forza dell’oralità. Nello scritto so di perderne l’ordine, e cercherò di portarla meglio composta. Ma la sospensione resta: è il cuore, non l’ostacolo.

Vengo all’esperienza. Mi chiedi perché il lavoro con chi cura — quello che conosco per mestiere e per analisi su di me — stia in una nota, a pagina 109, e in poche righe di chi ha lavorato con me. Non è una dimenticanza: è una scelta di statuto. Se l’avessi messo in prima fila come prova — casi, risultati, restituzioni — avrei fatto rientrare dalla finestra l’«a prescindere» che il libro caccia dalla porta: avrei dedotto il vero dal dato. Ho preferito tenerlo come terreno, non come tribunale. Ma raccolgo il tuo rilievo: così in fondo, rischia di non far vedere che la filosofia è guadagnata, nata da un incontro e non da un tavolo. Nella versione più larga qualche scena del campo affiorerà — non come casistica, ma come incarnazione.

E alla tua domanda, che è la più tua, rispondo con la semplicità che merita. Quel lavoro in ospedale sono andata a cercarmelo io, e l’ho svolto come una rappresentante di prodotti per la pulizia: nessuno aveva preparato il terreno. Non avevo un metodo né una scuola da difendere. Avevo molte conoscenze, e diverse: un master in bioetica, uno in consulenza filosofica, il lavoro laboratoriale con attori della scuola di Brook, anni di pianoforte, lo studio del canto, la pratica del butō. Una molteplicità di saperi — e di poteri — che dovevano dare forma a un inedito. Perché ciò che mi premeva, allora come ora, era non fare la bioetica clinica così come si faceva: una bioetica dei princìpi che si combattono a colpi di definizioni, e che trovavo — e trovo — inutilmente divisiva e polemica, persa in un’ossessione analitica che, a furia di distinguere, finisce per non vedere ciò che ha davanti. La restituzione, perciò, non l’ho mai cercata nel metro. L’ho letta nelle posture che cambiavano. Le «brevi riflessioni» che citi sono questo: testimonianza di una postura mutata, non misura di un esito.

E qui mi porti all’OCSE-PISA, e su questo mi dai ragione piena — è il tuo terreno più di ogni altro. A pagina 33 mi sono appoggiata all’unico podio che l’intero libro lavora a smontare: ho scritto «i numeri lo confermano» e ho citato OCSE-PIAAC, mentre poche pagine dopo tolgo al cavaliere la lancia e gli lascio il metro. È una contraddizione, e non piccola: quel dato non è un indizio neutro, è prodotto dall’apparato che critico — e «settecento parole contro millecento» è già, di per sé, una misura. Ma c’è di peggio, per me: l’impoverimento che intendo non è ciò che PIAAC può vedere. È la perdita della carne delle parole, del dialetto, della cultura come seconda natura — e appoggiarlo a un numero l’ha tradito, non confermato. Nella versione più larga quel numero esce. Si dirà con ciò che è mio, non con la misura di ciò che combatto. Che a farmelo notare sia tu mi dà anche la misura di quanto il podio sia seducente: cede perfino chi crede di saperlo smontare.

Sul medico di famiglia, sì — ma lascia che sposti di un passo. La figura che cerco non è il medico di una volta: è la sua postura — la mano che tocca, l’ascolto che precede la diagnosi. La persona, no: perché quel medico era sovente anche il «dio della scienza» che il libro critica, quello che sapeva per il malato e non con lui. L’umanista e il despota stavano nello stesso camice. Per questo non parlo di un ritorno: la formazione che manca non è un’età dell’oro perduta, è una postura che non è mai diventata forma — e che, a differenza del vecchio medico, può reggere anche dentro la macchina tecnica, senza rimpiangere un fuori che non c’è più. Non è una critica alla tecnica: è una critica alla sua pretesa di essere tutto il sapere.

Vengo al sacro, allo schiavo, al monaco. Hai fatto la cosa che solo un lettore vero sa fare: hai unito fili che nel libro corrono separati e ne hai visto un tema solo. Hai ragione, e due volte — merita un discorso a sé, e in queste pagine è appena in filigrana. Sarà uno dei luoghi della riedizione. E sì, sono d’accordo: la sacralità va ripresa a partire dalla sua funzione antropologica. È ciò che sto studiando — la necessaria ripresa del rito, che non è teoria soltanto ma pratica: il butō fa esattamente questo, riporta il rito dentro il corpo.

Anche Bartleby vi rientra, ed è stato una chiave, fin qui. Ma è qui che la mia strada si separa — e vale anche come la sola cosa che per ora mi sento di dire ad Agamben. Bartleby muore puntando i piedi, per non farsi stritolare dalla macchina: un rifiuto che si sottrae. È la stessa sottrazione che percorre tutto Carmelo Bene — di fronte alla macchina che stritola l’io, la risposta è disertarla, dissolvere l’io perché non abbia più nulla da afferrare. Il mio preferire ha un altro segno: non mi sottraggo — muoio semmai nel gesto che, bruciando, trasforma. Voglio dare ali al preferire, non fermarlo in un «avrei preferenza di no». Per questo Agamben, così suggestivo e finemente erudito, al momento mi è troppo ascetico: lo ammiro, e non lo abito. A lui non si risponde in una lettera — gli si risponde con un libro.

E raccolgo il tuo dono su stásis — anzi, la lingua te lo rende più esatto di quanto tu stessa l’abbia detto. La parentela non corre tra stásis e pólemos: sono due parole, due radici. Corre dentro stásis. Da hístēmi, stare, porsi: stásis è la postura, lo stare. Ma la medesima parola, in greco, è anche la fazione, la sedizione, la guerra civile. Il pólemos è l’altro, quello di fuori — i Greci opponevano proprio la guerra allo straniero alla discordia tra i propri. Perciò il reggere di cui parlo è esatto fino alla radice: non quiete, ma il tenere insieme lo stare e il conflitto che gli è interno — il pólemos domestico da pacificare ogni giorno, come tra madre e figlio. Hai messo il dito sulla parola che tiene tutto il libro.

Vengo a Milani, e qui ti do ragione più di quanto pensi — tanto che devo dirlo meglio, e lo dirò, nella riedizione. La «furia della cura» che gli imputi io la vedo, eccome: ma è proprio ciò che mi interessa, perché Milani per primo la sapeva. Confessa il proprio vizio — «non fu una virtù, ma un vizio che mi salvò: fu l’amor proprio» — e da quell’orgoglio nasce una cura che rischia di essere cieca sulle necessità reali. Si vede nel primo gesto: la piazza vuota la domenica sera, il campo sportivo pieno, e lui che compra un pallone. Non è una resa al nemico: è una lotta con le sue stesse armi, sul terreno dove il materialismo gli svuota la chiesa — un Don Camillo e un Peppone che non si fronteggiano da due rive, ma dentro lo stesso uomo: i fronti opposti fatti struttura interna (c’è molto Guareschi in Milani, sentito da dentro). Solo dopo capisco — e lo dice lui, in Esperienze pastorali — che ai depressi sociali serve esattamente quello: lo svago che nasce dalla scholé, l’ozio che forma e non distrae. Per questo cito Milani: non per ammirazione, e non il Milani agiografico che la retorica post-sessantottesca ha imprigionato. Lo cito come specchio — attraverso quel vizio confessato, e quella cura che si corregge, capisco qualcosa di più sulla complessità della cura. I suoi pregi e i suoi limiti insieme, come giustamente chiedi. Lo stesso vale per Dolci e per Pasolini: rientrano nello stesso specchio. Non li convoco per devozione, ma perché attraverso di loro vedo meglio la complessità della cura. Su Dolci siamo insieme. E quanto a Pasolini — che ami «solo per i film» — nel libro non prendo l’uomo intero né il mito: prendo un gesto. Il suo sub-portare: sopportare la propria stessa solitudine, e da lì guardare l’omologazione con un misto di rabbia e tenerezza — quel sopportare senza anestetizzare che lo rende capace di vedere prima di tutti. Uno specchio, non un altare.

E arrivo al dono che tieni per ultimo: Bonhoeffer, Illich, de Certeau. Illich, in verità, è già nel libro — la controproducenza, la Nemesi medica. Gli altri due no, non li nomino. Eppure gravitano, e gravano, al fondo di queste pagine — e tu, che hai l’orecchio fine e colto, li hai sentiti proprio lì dove non sono scritti. È il riconoscimento che mi tocca di più, perché è così che il libro chiede di essere letto: non tutto detto sulla riga, ma molto lasciato alla risonanza, per chi sa udire ciò che pesa sotto. L’hai chiamata «mistica laica» — e aggiungo una sola parola alla tua: una mistica laica del transito e del restare. L’hai nominata tu; io la riconosco. E aspetto il resto.

Resti ce ne sono già oltre questo dialogo a fondo libro, nel Poscritto rivolto a chi ha letto e domandato.

Giusi Venuti, Il vero si tocca. Del gesto che pensa, Orthotes, Napoli 2026.

RP (09/10/2026) per Agorasofia


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