Byung-Chul Han, La Società senza rispetto …alla ricerca di nuove albe 

Le chiavi interpretative del suo ultimo saggio Byung-Chul Han le offre spargendo al suo interno semi di una mistica perduta, interrati fin dentro i nostri profani luoghi quotidiani. Nel viaggio intellettuale proposto ne «La società senza rispetto. Come abbiamo perso tatto, riguardo e cortesia» (Einaudi), Han ci guida nelle stanze di una società spettrale, cinica e violenta – una violenza che agisce nella carne e nella mente ed è persino esacerbata nella sua estensione digitale – pornografica nell’ostentazione di status immaginari ma comunque emarginanti, priva di riti che tengano insieme, priva di lógoi  (λόγοι) in grado di vivificare le relazioni.

La società senza rispetto rinnova il bellum omnium contra omnes rendendolo desiderabile. Nella società di prestazione la solidarietà non solo non è richiesta, essa non è considerata nemmeno un valore. Qui il rispetto non appartiene a tutte e tutti in quanto «soggetti morali», ma è «il risultato di una prestazione individuale» (p. 9).  In un luogo in cui il rispetto viene attribuito solo a chi offrendo la prestazione adeguata ha ottenuto uno status desiderabile, che lo solleva al di sopra degli anonimi perdenti, questi diviene l’eroe e si prende tutto. Alla schiera dei perdenti, invece, non spetta nulla, non il rispetto, certo, ma nemmeno un riguardo di maniera per aver partecipato a una gara iniqua.

Byung-Chul Han fornisce un’altra prova della sua oramai conclamata capacità di riportare in vita concetti dimenticati, svenduti in saldo al libero mercato delle idee, come parole logore, ma che invece possono essere una luce per riscoprire ciò che abbiamo dimenticato di noi.

Rawls, Aristotele, Plessner, Buber, Nietzsche, Schmitt, Weil, Sennett, Habermas, Arendt, Agamben, Agostino, Rousseau, Kant, Bauman, Heidegger, sono invitati a dialogare ancora, per colmare l’ennesima assenza: La società senza…  dolore, vergogna, amicizia… rispetto… 

Qualcosa di essenziale, l’Aidós (αἰδώς) che introduce l’uomo al piano verticale del valore, è andato perduto e serve setacciare il passato alla ricerca delle vecchie parole in grado di dar senso, offrire una ragione.

Gli invitati sono tanti, troppi, direte voi. Forse. Ma l’assenza è di una tale portata da non poter essere colmata con poco. Scomodare filosofi così distanti per dire che nulla è inevitabile ed è ancora possibile invertire la rotta è un compito che rischia di diventare esercizio retorico, se non addirittura sterile. Credo, tuttavia, che spacciare il sacro all’interno del profano sia uno dei modi ancora efficaci per esercitare un pensiero resistente che ci spinga fuori da questa notte dell’umanità.

La pars destruens, mentre constata quanto dolore provenga da ciò che non è più, eppure un tempo è stato, dalla mancanza, dalla scomparsa del rispetto, annichilito nel declino (ir)reversibile della sfera pubblica e dalla crisi di aucotiritas, è larga: nei contenuti e nei riferimenti, Han intreccia qui i fili della Storia del pensiero in modo magistrale.

La pars construens, il tentativo di recuperare ciò che manca, può sembrare abbozzato. Occorre leggere tra le righe per capire che non lo è. Ma forse va bene così. Già dire ciò che manca significa individuare il rimedio, il farmaco… se non il narcotico, comunque indispensabile per avviare la guarigione. 

Vecchi tramonti…

Byung-Chul Han constata come la nostra vita si sviluppi all’interno di una guerra permanente per l’affermazione potente e fiera dell’identità. Ciò mette in pericolo le basi della democrazia: quando manca persino l’idea di provare a vestire i panni dell’altro, di lasciar cadere i propri pregiudizi, pur riconosciuti come tali, ogni prassi discorsiva si trasforma in soliloquio: «La politica dell’identità rende impossibili i compromessi e gli accordi, essenziali per la democrazia» (p. 33). Ancora, per Han, la società digitalizzata ha definitivamente di-smesso l’altro, rendendolo un fantasma. Annichilita l’alterità-che-merita-rispetto abbiamo preso cittadinanza onoraria in una società spettrale, popolata da tanti «Io» e nessun «Tu». 

Nella società senza rispetto abbiamo perso il tatto, che prevede cura e tempo, non abbiamo tempo, mai. «La capacità di stare a sentire, di prestare ascolto ci abbandona. […] Ciascuno sente parlare solo sé stesso» (p. 43).

Questa conclamata «sordità ontologica» (p. 44), questa incapacità di sentire l’altro e di sentirlo vicino proprio in quanto portatore di una differenza, è per Han forse la più grave patologia indotta dal considerare sé stessi come unici artefici del proprio destino e delle proprie fortune. Una Hybris ottusa e incivile, che ci isola in una fragilità immatura e alienante.

…E nuove albe

«L’umanità in senso genuino si dispiega in primo luogo nelle pratiche non necessarie, che sono propriamente un lusso […]. Il tratto distintivo della vita si mostra nel non-necessario, si esprime attraverso il superfluo che si sottrae al vantaggio, al profitto e all’utilità immediati […]. L’amicizia e il sorriso gratuiti, privi di secondi fini, appartengono alla sfera del lusso». (P. 24)

Il rispetto richiede, proprio nell’atto di guardare di nuovo, tanto, almeno, però tanto quanto concede: Aidos tiene insieme all’interno della sua complessità «vergogna, timore, venerazione e rispetto» (p. 47),niente a che vedere, quindi con il decadimento morale che osserviamo nelle variazioni dello shaming. Ma, occorre precisare, il mobbing, il ghosting, le shitstorm, lo shaming praticati senza reticenze negli anfratti della società digitale sono il danno collaterale di una società iperliberista che cannibalizza l’Altro. Tornando, invece, alla complessità semantica generata intorno a valori condivisi possiamo sviluppare una tensione verticale che ci connetta all’Altro su una base solida, matura, complessa.

L’altro-degno-di-rispetto è tale se riconosciuto nel suo essere valore – non deve dimostrarlo attraverso l’atto performativo – e, quindi, cercato e vissuto in quanto portatore di differenza. «L’Alterità è un’antagonista dell’Identità. [Essa] fa sì che io sosti e mi trattenga presso l’altro senza assimilarlo […]. L’amicizia è la sua essenza» (p. 40). Grazie all’amico, non di certo grazie al follower, riconosco la mia alterità nell’Io: riconosco che la mia identità è plurale e può trovarsi accolta, accettata, riconosciuta dall’amico che se ne fa carico, se ne prende cura. 

Niente di più nuovo, quindi, che un ritorno sincero e aperto a quella philia greca, già rigenerativa del sapere e della vita politica, che può ancora fare luce, s-velare, essere rivoluzionaria.

AP (10/10/2026) per Agorasofia

Byung-Chul Han, La Società senza rispetto. Come abbiamo perso tatto, riguardo e cortesia, Einaudi, Torino 2026.


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