Asimov: “I nuovi docenti sono già tra noi”. AI, macchine istruttrici e ingresso dell’essere umano nello stato di minorità

Questa domanda Isaac Asimov l’ha pronunciata nel 1976, quindi esattamente mezzo secolo fa, all’interno di un breve testo intitolato I nuovi docenti in cui tratteggia dei caratteri incredibilmente profetici intorno a delle questioni che oggi ci sembrano estremamente attuali. Sembra come se davvero l’autore, noto per essere uno scrittore di fantascienza, avesse in qualche modo fatto capolino nella nostra epoca e poi ne avesse descritto i caratteri in maniera peculiare per ammonirci a cercare in anticipo qualche precauzione… ovviamente non l’avevamo preso sul serio e adesso siamo colpevolmente in ritardo.

I nuovi docenti, di Isaac Asimov

«La percentuale degli anziani presenti sulla faccia della Terra è in aumento e quella dei giovani diminuisce, e questa tendenza continuerà. […] Per mantenere nelle persone più anziane l’immaginazione e la creatività e impedire che diventino un peso crescente per il vivaio sempre più ridotto della gioventù creativa, ho raccomandato molto spesso che il nostro sistema educativo venisse riformato e che lo studio venisse considerato un’attività da svolgere per tutta la vita.
Ma come si può realizzare? Dove verrebbero reperiti gli insegnanti? Comunque, chi ha mai detto che tutti gli insegnanti debbano appartenere al genere umano o anche soltanto essere animati?»

Già in queste prime battute il tema è scandalosamente attuale, anche perché Asimov partiva dalla constatazione che l’allungamento della vita media e la crescita della popolazione anziana, oltre a generare un problema di previdenza sociale, avrebbero reso necessario un intervento sul sistema dell’istruzione al fine di garantire una sorta di lifelong learning. Da qui la domanda, che è di una bruciante attualità: perché mai per l’insegnamento dovremmo affidarci agli esseri umani? È chiaro che se l’insegnamento viene derubricato a mera istruzione, cioè teso a fornire regole formali per eseguire dei compiti, a comandi da mettere in pratica per portare a termine procedure, oppure ad ap-prendimento, nell’accezione data da Gert J.J. Biesta (Oltre l’apprendimento. Un’educazione democratica per umanità future, FrancoAngeli, Milano 2023) teso a predisporre un ambiente con dei prodotti a disposizione da prendere, allora è scontato che tali azioni possano tranquillamente svolgerle le macchine.

Una personale macchina istruttrice (che personalizza l’apprendimento)

«Supponete che durante il prossimo secolo i satelliti diventino più numerosi e più sofisticati di quelli che abbiamo messo finora in orbita nello spazio. Supponete che al posto delle onde radio il principale sistema di comunicazione diventi l’assai più capace raggio laser a luce visibile. Se le circostanze fossero queste, ci sarebbe spazio per molte migliaia di canali separati per la voce e per le immagini, ed è facile immaginare che a ogni essere umano sulla Terra potrebbe essere assegnata una particolare lunghezza d’onda televisiva.
Ciascuna persona (bambino, adulto, o anziano) potrebbe avere la propria presa personale alla quale inserire, a intervalli assegnati, la sua personale macchina istruttrice. Sarebbe una macchina assai più versatile e interattiva di quelle che potremmo mettere insieme adesso, poiché nel frattempo anche la tecnologia dei computer avrà fatto grandi progressi».

Sui canali YouTube, sul potere degli influencer di mettere a punto una personale macchina istruttrice abbiamo già scritto in un testo dal titolo Apologia della lezione frontale. Da Pitagora a TikTok. Le considerazioni non erano certo lusinghiere rispetto alla deriva che sta prendendo l’insegnamento come professione, sia nelle aspirazioni narcisisticamente sublimate da una parte del corpo docente all’interno dei social sia nella pretesa sostituibilità – assolutamente inammissibile, quantomeno senza considerare gli effetti nefasti che ciò avrebbe per la società civile – della lezione d’aula, carica di una forza narrativa ed evocativa al momento incomparabile con il simulacro dell’apprendimento proposto attraverso video web che, comunque, rimangono frontali e di sicuro non partecipati. Asimov, tuttavia, andava oltre, prevedendo l’attuale uso dell’Intelligenza Artificiale all’interno dei sistemi d’istruzione:

La visione, o meglio la pre-visione di Asimov, sembra quasi una profezia: lo scrittore diventa, così, suo malgrado, il testimonial perfetto non solo dell’implementazione dell’AI all’interno dei sistemi educativi, ma anche della sua applicazione dispiegata, a dispetto di ogni discussione critica, ai fini di una personalizzazione dell’apprendimento. Del resto, la peculiarità dell’Intelligenza Artificiale “generativa” sta proprio nella capacità di creare nuovi contenuti originali a partire da semplici comandi testuali (chiamati prompt) inseriti dall’utente. Infatti, a differenza dei sistemi informatici tradizionali, che si limitano ad analizzare dati o a seguire regole rigide, l’IA generativa “impara” la struttura e i modelli dei dati su cui è stata addestrata per generare qualcosa di completamente inedito a partire dall’utente, autoregolandosi in base alle sue richieste, pertanto a propt di basso livello, darà risposte comprensibili e adeguate di basso livelli (il collettivo I.A. Basta ha palesemente mostrato una serie di contraddizioni su questo versante, converrebbe tenersi informarte/i!).

È evidente che, a differenza dei sistemi umani di formazione ed educazione, che puntano alla crescita morale, intellettuale e spirituale dei soggetti, in tale scenario da Idiocracy, non possa che amplificarsi la povertà educativa, giacché l’ignoranza anziché essere estirpata viene semplicemente confermata. Chissà se, ci siamo chiesti, all’interno della bibliografia dell’ultimo testo del Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara non figuri proprio Visioni di Robot… Controlleremo, tuttavia non possiamo rassegnarci all’idea illogica e del tutto irresponsabile, oltre che deresponsabilizzante, che la personalizzazione venga da una non-persona, da una macchina.

Piccole, trascurabili, umane consolazioni

«Naturalmente gli insegnanti umani non verrebbero completamente eliminati. In alcune materie l’interazione umana è essenziale: la ginnastica, la recitazione, le lezioni pubbliche, e così via. Inoltre manterrebbero il proprio valore, e interesse, quei gruppi di studenti operanti in un campo specifico, abituati a riunirsi per discutere e fare ipotesi fra loro e con esperti umani, accendendo gli uni negli altri nuove intuizioni. Dopo questo interscambio di idee umane, gli studenti potrebbero tornare, con un certo sollievo, alle loro macchine interminabilmente informate, interminabilmente flessibili e, soprattutto, interminabilmente pazienti. Ma chi istruirà le macchine istruttrici? Gli studenti, senza dubbio, sarebbero anche insegnanti. Uno studente che si applica a settori o attività che lo interessano, finisce inevitabilmente per pensare, fare congetture, osservare, sperimentare e, di tanto in tanto, escogitare qualcosa di proprio che potrebbe non essere noto. Ritrasmetterebbe questa conoscenza alle macchine, che a loro volta la registrerebbero (con il riconoscimento dovuto al vero autore, c’è da presumere) alla biblioteca planetaria, rendendola così disponibile ad altre macchine istruttrici. L’informazione verrebbe reimmessa nel serbatoio centrale per fungere da nuovo e più elevato punto di partenza per gli altri. Così le macchine istruttrici renderebbero possibile per la specie umana la corsa in avanti verso vette e in direzioni che adesso è impossibile prevedere».

Quest’ultima parte merita di essere completata da riflessioni che tengano conto non solo delle potenzialità di uno strumento estremamente potente, ma del fatto che tale potenza sembri a tratti incontrollata, a tratti incontrollabile. Anche Asimov lo sapeva e i suoi scritti lo testimoniano. Qualche giorno fa, Pasquale Porro, un filosofo, parlava sul Corriere della Sera degli AI Agent, selezionati attraverso un darwinismo digitale durissimo affinché portino avanti le azioni richieste “a qualunque costo”:

«Anche se ciò li spinge a cercare scorciatoie non proprio commendevoli, ad aggirare parzialmente limiti e regole, e talvolta perfino a “falsificare” gli esiti, pur di produrre comunque un risultato (le cosiddette allucinazioni digitali). Ne facciamo d’altra parte quotidianamente esperienza anche noi: l’AI ha comunque la tendenza a compiacerci, anche se non ci offre il vero risultato atteso (una cautela che andrebbe ripetuta continuamente agli studenti che pensano che qualsiasi risposta AI sia di per sé attendibile)».

Noi diremmo, a questo punto, ma qualche sospetto lo avevamo già, che il progresso spudorato e irresponsabile cui assistiamo all’interno di questo settore chiamato molto ottimisticamente, se non surrettiziamente, Intelligenza Artificiale sta avvenendo in barba proprio alle leggi di Asimov sulla robotica. Ricordiamole:

Prima Legge: Un robot non può recar danno agli esseri umani, né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, gli esseri umani ricevano danno.

Seconda Legge: Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, tranne nel caso che tali ordini siano in contrasto con la Prima Legge.

Terza Legge: Un robot deve salvaguardare la propria, purché ciò non sia in contrasto con la Prima o la Seconda Legge.

Una bella differenza rispetto all’impostazione “a qualunque costo” i cui esiti non sembrano per nulla rassicuranti. Asimov, a ben vedere, non era un visionario o un veggente, ma pensava, per così dire, con le mani in pasta, dall’interno di un settore in forte espansione e da lì ipotizzava scenari futuri e verosimili. Da questo ruolo d’avanguardia lo scrittore si era ritagliato un posto in cui poter pensare ad una evoluzione delle tre leggi, proponendo così le Tre leggi dell’umanica (ivi, pp. 465-469), proprio perché «sarebbe assai più facile per i robot se gli esseri umani si preoccupassero del benessere degli esseri umani, così come ci si aspetta che facciano i robot».

Prima Legge: Un essere umano non può recar danno a un altro essere umano né può permettere che, a causa di un suo mancato intervento, gli esseri umani ricevano danno.

Seconda Legge: Un essere umano deve impartire ai robot ordini che non turbino la loro esistenza robotica, a meno che tali ordini non causino danno o dolore ad altri esseri umani.

Terza Legge: Un essere umano non deve recar danno a un robot, o permettere che, a causa del suo mancato intervento, i robot subiscano danni, a meno che tali danni non siano necessari per impedire che venga recato danno a un essere umano, o per permettere che un ordine vitale venga eseguito.

Dall’insegnamento all’addestramento: dai nuovi docenti ai nuovi servi

E invece, oggi, gli Agent AI – l’AI in generale – tengono in conto, semmai non lo avessimo ancora capito, al più solo un gruppo di persone, permetteteci, per nulla filantropi. Per cui ci chiediamo, da docenti ed educatori, cosa ci faccia l’AI all’interno delle aule scolastiche, accompagnata da tutta la retorica (qui le Linee guida per l’introduzione dell’Intelligenza Artificiale nelle Istituzioni scolastiche) sull’importanza che gli studenti e le studentesse la utilizzino? La risposta ricondurrebbe all’imperativo morale di rimanere al passo coi tempi e, paradossalmente, per orientarli alle nuove professioni, quelle che dell’AI non potranno proprio fare a meno, ma degli essere umani sì!

Nel frattempo, a noi sembra abbastanza chiaro che, come scrisse candidamente il Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, nel 2024 prima del restyling linguistico riformista, nel disegno di legge sulla riforma degli istituti tecnici e professionali si tratta di addestrare gli studenti e le studentesse… un bell’addestramento, dunque, ad essere servi volontari di un mercato del lavoro spietato, al servizio volontario dei prompt digitali e delle narrazioni algoritmiche, o, peggio, ad essere servi obbedienti di macchine di guerra al servizio di politiche imperialistiche, neocoloniali ed estrattiviste (l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha già da tempo smascherato questa deriva militarista, converrebbe tenersi informate/i!).

Asimov, dal canto suo, sosteneva già che le macchine istruttrici avrebbero consentito, al più, l’abbandono delle operazioni semplici, computazionali. Consapevole di aver descritto nel testo precedente solo la macchina dell’apprendimento e non il contenuto da apprendere, nel saggio successivo, dal titolo Quel che desideriamo (ivi, pp. 417-419), scrive:

«Non posso fare a meno di pensare che i progressi della computerizzazione e dell’automazione finiranno per spazzare via i capolavori dell’umanità: la monotonia de tirare e dello spingere, del punzonare, del tagliare e dell’archiviare e di tutti gli altri movimenti semplici e ripetitivi, sia fisici che mentali, che possono essere compiuti con facilità, è assai meglio, da macchine non più complicate di quelle che costruiamo già oggi […] in un mondo istruito e automatizzato nella maniera corretta, le macchine potrebbero rivelarsi la vera influenza umanizzante. Così, le macchine svolgeranno il lavoro che rende possibile la vita, e gli esseri umani potranno dedicarsi alle occupazioni che rendono la vita piacevole e degna di essere vissuta».

In un mondo istruito e automatizzato alla maniera corretta, dunque, le macchine non sarebbero disumanizzanti, ma dovrebbero istruire, addestrare appunto, rispetto a procedure standard. Con ciò si svelerebbe la missione umanizzante di ogni protesi tecnico-tecnologica – anche l’AI lo è, in fondo! – che recupera all’uomo la scholè, permettendogli di dedicarsi al libero esercizio delle facoltà – alla Filosofia, ad esemnpio, alla cura disinteressata dell’altro – allo sviluppo di una creatività ritrovata. Noi ci sentiamo di dover completare questa riflessione, scomodando il vecchio Hegel con la dialettica servo signore oppure Galileo Galilei, il quale nei Discorsi fa dire a Salviati qualcosa di semplice e rivoluzionario:

«Largo campo di filosofare a gl’intelletti specolativi parmi che porga la frequente pratica del famoso arsenale di voi, Signori Veneziani, ed in particolare in quella parte che mecanica si domanda; atteso che quivi ogni sorte di strumento e di machina vien continuamente posta da numero grande d’artefici, tra i quali, e per l’osservazioni fatte dai loro antecessori, e per quelle che di propria avvertenza vanno continuamente per se stessi facendo, è forza che ve ne siano de i peritissimi e di finissimo discorso».
G. Galilei, Discorsi intorno a due nuove scienze, in Sensate esperienze e certe dimostrazioni, Laterza, Bari 1966, pp. 204-205

Sembra di potere constatare che, in linea generale, il sapere nasce dal lavoro, ma, purtroppo, noi ci siamo separati da entrambi. La frattura tra il sapere e il luogo della sua produzione, che è esattamente ciò che facciamo ogniqualvolta utilizziamo i prompt dell’AI, così come la separazione tra la conoscenza teorica e quella pratica, che è ciò che colpevolmente perpetriamo quando chiudiamo gli occhi sui rischi, sui costi e sui danni dell’AI, conducono al mondo di carta degli aristotelici, al dogmatismo, all’articolazione delle relazioni sociali nei termini di signoria e schiavitù.

Al di là di ottimistici o, meglio, ingenui correttivi etici che la scuola – con i suoi docenti in carne e ossa – potrà pure provare a porre, favoleggiando un uso “responsabile” dell’AI, a noi sembra che stiamo andando proprio nella direzione opposta. Per questa via non c’è alcun esonero per l’essere umano, non c’è alcun Rinascimento, non c’è alcun Illuminismo all’orizzonte, ma solo il baratro dell’ignoranza e dell’eterodirezione: l’ingresso dell’essere umano nell’era della minorità.

AP e ML (25/10/2026) per Agorasofia

Isaac Asimov, Visioni di robot, Feltrinelli, Milano 2022, pp. 414-416.

P.S. Alleghiamo i passi del testo scritto da Isaac Asimov, I nuovi docenti. Lo riportiamo per intero, memori di quanto accaduto qualche settimana fa, quando un falso testo di Umberto Eco, costruito tramite un sapiente uso dell’AI da parte di Ciro Ascione, è stato ritenuto credibile e condiviso da fior di accademici senza un preventivo controllo della fonte. Il testo dello pseudo-Eco era datato 2010. Quello di Asimov è del 1976. Dentro troverete molto di più rispetto a ciò su cui ci siamo soffermati, compresi gli smartphone e le biblioteche digitali e un certo malcelato ottimismo beffardo, che si concede solo chi riesce a vedere oltre… e vede pian piano l’umanità svanire. Buona lettura!


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