Violenza epistemica e repressione. E se invece che ai “maranza” guardassimo al nostro Ancien Régime?

Dagli all’untore… dagli ai “maranza”

Dalla “Rivoluzione a pezzi“, passando per il “contagio rivoluzionario“, fino ad arrivare alla “violenza incomprensibile“, le definizioni che cercano di com-prendere, cioè di “prendere insieme” i differenti aspetti in gioco all’interno delle proteste di piazza che attraversano da Nord a Sud il nostro Paese e l’Europa si sprecano. Ma, al momento, proprio questi elementi sembrano refrattari a farsi comprendere, e sfuggono via, come i granelli di sabbia quando la stretta del pugno si fa violenta.

Certo, si tratta pure di capire che nel distruggere una vetrina per rubare la merce griffata non c’è niente di rivoluzionario: anche anelando violentemente il prodotto-simbolo si rimane dentro al sistema, di certo non si dimostra di volerne star fuori. Occorre, tuttavia, spostarsi su un’altra narrazione. 

La manifestazione di oggi, 30 ottobre 2026, si preannuncia essere molto partecipata. Essa è attesa, anche, come prova generale della maturità non solo della protesta, ma soprattutto di quelle istituzioni democratiche preposte alla tutela del sacrosanto diritto di manifestare il dissenso. Anche noi avevamo offerto qualche interpretazione al riguardo: in un recente articolo, per cercare di puntare i riflettori sulle insufficienti risposte politiche fornite finora alle/ai manifestanti, abbiamo fatto ricorso, da insegnanti di Storia e Filosofia, alla categoria di violenza epistemica. Una categoria sociologica fondamentale che ha segnato la storia delle rivoluzioni, ma anche la storia delle repressioni perpetrate dalle élite di governo a danno di popoli e gruppi culturali cui era impedito di produrre conoscenza, diritti, cultura. A nulla serve, inoltre, individuare un capro espiatorio: quando gruppi consistenti di persone chiedono più democrazia, ogni risposta repressiva in chiave epistemica, di delegittimazione, radicalizza le posizioni, estremizza il dissenso, impoverisce la dialettica democratica.

Un caso emblematico del passato che (non) può spiegare il presente

Per chiarire di cosa si tratti basterà citare un caso emblematico: alla violenza epistemica subita dalle colonie si richiamava implicitamente la Dichiarazione d’indipendenza americana, laddove denunciava la Corona inglese di aver delegittimato e cancellato leggi e istituzioni di autogoverno che strutturavano l’identità e la peculiarità giuridica e politica del popolo americano. Eccone alcuni passaggi esplicativi:

«Egli [Giorgio III] ha rifiutato di approvare altre leggi per la sistemazione di grandi distretti di popolazione…»

«Egli ha ripetutamente disciolto Assemblee rappresentative…»

«Egli ha sospeso i nostri stessi corpi legislativi, dichiarandosi investito del potere di legiferare per noi in ogni caso possibile…»

Un esercizio arbitrario del potere che cancella il diritto ad essere riconosciuti come soggetti politici, dunque, è alla base della denuncia dell’operato Giorgio III. Un rigurgito di assolutismo ritenuto in aperta violazione dei principi di autodeterminazione e libertà, affermati in chiave illuministica quali diritti naturali. Interessante è altresì notare come faccia capolino, inoltre, in questo documento che avrebbe dato un contributo enorme per spazzare via l’Ancien Régime e transitare il mondo nell’Età contemporanea, una tecnica di infiltrazione già collaudata, a quanto pare:

«Egli ha fomentato la rivolta al nostro interno…».

La logica divide et impera ha radici antichissime e, insieme, risvolti non del tutto prevedibili: una volta svelata può ritorcersi contro chi tenta di praticarla. Insomma, un’importante lezione della storia che sembra essere stata disertata dai politici nostrani. Si badi, la stessa Dichiarazione d’Indipendenza non era immune dall’applicazione sistematica e brutale della violenza epistemica, fatta valere in modo oltremodo drammatico con l’esclusione di gruppi umani da quei diritti naturali, sbandierati come universali eppure resi inaccessibili per i neri e gli Indiani d’America – stigmatizzati all’interno del documento come «spietati Indiani Selvaggi».

Come non scorgere il presente nel passato? Come non cogliere che la società civile ha sempre in sé energie più larghe di quanto le istituzioni possano o, peggio, vogliano contenere? Come non pensare agli esercizi arbitrari del potere e ai nefasti nazionalismi che oggi rendono succubi popoli interi, strumentalizzano e poi stigmatizzano il dolore dei migranti e di gruppi che chiedono di essere visti e che invece ottengono marginalizzazione?

Povera vecchia democrazia, nel trionfo decadente del nostro Ancien Régime

Una categoria fondamentale, dunque, quella della violenza epistemica, eppure perlopiù colpevolmente ignorata da un dibattito pubblico superficiale, che non è interessato a stimolare alcuna interpretazione critica degli eventi, quanto piuttosto a fomentare la contrapposizione e lo scontro all’interno della società. L’individuazione di capri espiatori da offrire in pasto ai “buoni”, proprio mentre i “cattivi” vengono stigmatizzati in modo negativo e senza sfumature, risponde a questo meccanismo superficiale che penalizza le nostre strutture democratiche.

Per il momento abbiamo davanti, è vero, una eterogenea composizione sociale del fronte della protesta, ma occorrerebbe ricordare che è proprio tale diversità la condizione necessaria – non sufficiente – di ogni tensione proto-rivoluzionaria. Dietro ogni manifestazione di dissenso nei confronti di un vecchio ordine si cela materiale grezzo rivoluzionario che progressivamente può compattare il malessere sociale e renderlo esplosivo per qualunque Ancien Régime, anche per il nostro.

Le manifestazioni in corso ci stanno, crediamo, mandato un messaggio chiaro: mentre concentravamo le nostre critiche sul Nuovo Capitalismo, iper-liberista e iper-tenologico, su quanto esso sia profondamente ingiusto e crudele, probabilmente dev’esserci sfuggito che il nostro sguardo avrebbe dovuto più opportunamente posarsi proprio su quei soggetti che pagano il prezzo altissimo della violenza espistemica, dell’emarginazione sociale, economica e – soprattutto – politica.

Probabilmente, crediamo, dobbiamo esserci fatti annebbiare la vista dai nostri passatempi quotidiani per non aver notato quanto sia ormai logoro – vecchio – l’esercizio del potere che il capitalismo neoliberale esercita attraverso le sue élite, pubbliche e private, su un numero crescente di persone; per non aver visto all’opera il tecnofeudalesimo agire fino ad inasprire vecchie forme servitù e ad aprirne di nuove, più estreme e marginalizzanti: come stupirsi del fatto che i servi si ribellino, quindi?

Volendo rafforzare questa chiave interpretativa, rilanciamo dei passi scelti tratti dall’opera di William Doyle, uno storico che, al fine di chiarire ciò che condusse all’abbattimento dell’Ancien Régime, punta i riflettori sulle anacronistiche pretese delle élite settecentesche corrotte e compiaciute. Un’altra lezione che la Storia ci offre gratis, con parole probabilmente destinate a rimbombare ancora una volta all’interno di un’aula vuota…

Una rivoluzione è sempre contro un Vecchio ordine

«È innegabile che nell’ultimo decennio del Settecento il mondo europeo era pieno di rivoluzionari che si consideravano parte di un unico movimento impegnato ad abbattere ogni autorità tradizionale; e i loro avversari erano fin troppo inclini a vederli come adepti di un’unica grande congiura. Le parole «democratico» e «aristocratico» venivano usate a tutto spiano, scambievolmente, come termini ingiuriosi e di abominio. Ma le rivoluzioni degli anni Novanta [del Settecento] non furono opera di rivoluzionari, né furono il prodotto di un movimento rivoluzionario. Furono situazioni risultanti dal crollo dell’ordine precedente: furono le situazioni a produrre i rivoluzionari, non i rivoluzionari le situazioni. Il vecchio ordine cadde, in generale, non per gli attacchi di chi era escluso dai benefici che esso largiva, ma per i contrasti tra i principali beneficiari: sovrani e ceti dominanti».

Noi lo sappiamo che non c’è, nella testa di chi manifesta, alcun progetto rivoluzionario, del resto chi può volere il caos? Negli studenti e nelle studentesse che propongono i loro slogan (“Più Banchi meno Armi”) c’è la voglia di poter avere un posto in questa democrazia, di poterselo immaginare un futuro, magari senza guerre e genocidi. C’è la voglia di poter fruire di quei diritti che la nostra Costituzione garantisce: vogliono poterlo urlare che La scuola è aperta a tutti e tutte. Così come sappiamo che dietro la protesta degli autotrasportatori non c’è nulla di eversivo, quanto la richiesta di interventi strutturali che consentano loro di riprendere a lavorare con dignità, come stabilito fin dal primo articolo della costituzione.

«Causa primaria di questi contrasti fu il peso della competizione internazionale. I governi erano convinti che il loro potere fosse minacciato soprattutto dall’esterno; non prevedevano che le misure adottate per far fronte a questi pericoli esterni potessero prima o poi suscitare problemi interni assai più gravi. Ciò a volte divenne evidente quando ormai era troppo tardi. Nel problema in questione non c’era fondamentalmente nulla di nuovo. Gli antagonismi fra governo e sudditi prominenti riguardo ai limiti del potere governativo e delle richieste finanziarie dello Stato erano antichi come la storia. La novità era la dimensione assunta dal problema».

Sappiamo pure, però, che l’ordine socioeconomico che la nostra democrazia ha abbracciato, oltre a cannibalizzare gli ultimi, cannibalizza pure sé stesso e in questa fase sembra aver accelerato un processo di autoconsunzione irreversibile. I nostri governi soffrono il peso di una competizione internazionale inedita e, necessariamente, mentre rispolverano uno stile autoritario e paternalistico ripropongono la questione politica del limite, oltre il quale la legittimità diventa arbitrio.

«Ci fu dunque, nel secondo Settecento, una crisi generale; di cui peraltro i sentimenti «democratici» furono più conseguenza che causa. La preparazione militare, in un’età in cui la tecnica si veniva continuamente perfezionando e complicando, e ampliando l’ambito dei conflitti, imponeva ai governi costi più gravosi che in passato, con conseguenti problemi finanziari. Nella ricerca di nuove fonti di entrate e di metodi migliori di organizzare lo Stato per sostenere la macchina militare, il problema diventò di carattere organizzativo; e altresì costituzionale, perché le necessarie innovazioni potevano essere attuate solo cambiando radicalmente leggi e abitudini».

Lo sappiamo che le nuove tecnologie non hanno solo un impatto pratico-esperenziale, hanno un impatto economico, che è politico. Esse hanno aperto nuove competizioni internazionali per l’accaparramento di risorse e, nel frattempo, non hanno liberato l’uomo. Le diseguaglianze esistenti aumentano, altre se ne generano. Gli interessi privati qui agiscono surrettiziamente: perpetuando l’inganno, ribaltano l’ovvio, sovrapponendo l’ottimismo di una ragione acritica, col suo mito della libertà, sempre disponibile alle menti benpensanti e benpossidenti, al pessimismo di una volontà pigra, che si fa strada nei nuovi-sudditi, già cittadini.

«La crisi scoppiava a questo punto: quando i gruppi dominanti, sulla cui acquiescenza e collaborazione i governi normalmente contavano, rifiutavano di accettare le riforme considerate indispensabili dai governi stessi. Il loro rifiuto paralizzava lo Stato, che senza questi gruppi non era in grado di funzionare. In queste circostanze la vita costituzionale si inceppava, e i governi dovevano fare marcia indietro, o battersi. Ma per battersi dovevano puntare sul sostegno di elementi fino allora esclusi dalla vita pubblica a causa delle prerogative dei gruppi adesso spinti all’opposizione. Ciò equivaleva a mettere in questione le basi stesse su cui poggiavano la società e l’ordinamento politico; e i governanti perlopiù arretravano dinanzi a un simile salto nel buio. Quelli che si arrischiarono al salto, scatenarono forze incontrollabili, che travolsero e schiantarono governo e ordine sociale».

Sappiamo che non si può spiegare il presente con il passato. Sarebbe troppo semplice, oltre che fuorviante, arrivare alla fine di questo bel testo di Doyle e dire di aver capito tutto. Però una traccia possiamo seguirla. Sappiamo che la crisi ha agito da sempre come dispositivo di governo. È essa una struttura organizzativa – dell’organizzazione di potere – permanente che innesta meccanismi di controllo finalizzati a giustificare il mantenimento dello status quo ante…

... Ma sappiamo pure che le élite, nel corso della storia e nonostante i mille stratagemmi usati, con le persone che si arrischiano al salto presto o tardi hanno dovuto farci i conti…

AP e ML (30/10/2026) per Agorasofia

William Doyle, L’Europa del vecchio ordine (1660-1800), Laterza, Roma-Bari 1987, pp. 391-392.


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