Come riuscire a capire cos’è il capitalismo? La prosa evocativa e provocatoria di Walter Benjamin e la poesia “sporca” Charles Baudelaire ci aiutano. Qui, le parole non fanno concessioni alle ideologie e spiazzano per la sincerità calma e brutale. Esse mostrano l’estenuante colpevolizzazione che abita l’uomo all’interno di un sistema socioeconomico implacabile anche sul far della sera: al crepuscolo emerge, anzi, l’anima gretta del capitalismo, senza tregua e senza pietà.
AP (31 agosto 2026) per Agorasofia
I passi scelti qui riproposti insieme seguono il tentativo di contestualizzare “Capitalismo come Religione“, scritto da Benjamin mentre stava lavorando alla traduzione di Le crépuscole du soir dei Tableaux parisiens di Baudelaire (Cfr. W. Benjamin, Di alcuni motivi in Baudelaire, in Angelus Novus, Saggi e frammenti, Einaudi, Torino 2014, pp. 89-130).
Capitalismo come religione
di Walter Benjamin
«Nel capitalismo va individuata una religione; il capitalismo, cioè, serve essenzialmente all’appagamento delle stesse preoccupazioni, tormenti, inquietudini a cui in passato davano risposta le cosiddette religioni. […]
Tre tratti di questa struttura religiosa del capitalismo sono riconoscibili già nel presente. In primo luogo, il capitalismo è una religione puramente cultuale, la più estrema forse che mai si sia data.
Tutto, in esso, ha significato soltanto in rapporto immediato con il culto; non conosce nessuna particolare dogmatica, nessuna teologia. […]

Un secondo tratto del capitalismo [è] la durata permanente del culto. Il capitalismo è la celebrazione di un culto sans [t]rêve et sans merci [“senza tregua e senza pietà”]. Non ci sono “giorni feriali”; non c’è giorno che non sia festivo, nel senso spaventoso del dispiegamento di ogni pompa sacrale, dello sforzo estremo del venerante. Questo culto è, in terzo luogo, colpevolizzante (verschuldend). Il capitalismo è presumibilmente il primo caso di un culto che non consente espiazione, bensì produce colpa (verschuldenden). Ed è qui che questo sistema religioso precipita in un movimento immane. Una terribile coscienza della colpa (Schuldbewußtsein), che non sa purificarsi, ricorre al culto non per espiare in esso questa colpa, bensì per renderla universale, per conficcarla nella coscienza e, infine e soprattutto, per coinvolgere in questa colpa il dio stesso e alla fine rendere lui stesso interessato all’espiazione. […]

Il tipo di pensiero religioso capitalistico si trova espresso grandiosamente nella filosofia di Nietzsche. L’idea dell’Übermensch disloca il “balzo” apoclittico non nell’inversione (Umkehr), nell’espiazione, nella purificazione, nella penitenza, bensi in un potenziamento (Steigerung) apparentemente costante, ma che nell’ultimo tratto è dirompente e discontinuo. […] L’Übermensch è l’uomo storico giunto alla sua condizione senza inversione di rotta, cresciuto fino ad attraversare il cielo. Nietzsche ha anticipato questa deflagrazione del cielo per mezzo di un elemento umano potenziato (gesteigerte), che – anche per Nietzsche – è e resta in termini religiosi colpevolizzazione. E più o meno lo stesso vale per Marx: il capitalismo che non si inverte diviene Socialismo.
Il capitalismo è una religione di mero culto, senza dogma. Il capitalismo si è sviluppato in Occidente – come va dimostrato non soltanto per il calvinismo, ma anche per le altre correnti cristiane ortodosse – in modo parassitario sul cristianesimo, in modo tale che, alla fine, la storia di quest’ultimo è essenzialmente quella del suo parassita, il capitalismo».
W. Benjamin, Capitalismo come religione, in La politica e altri scritti. Frammenti III, Mimesis, Milano 2016, pp. 51-53
Il crepuscolo della sera
di Charles Baudelaire
Ecco la sera affascinante, amica del criminale;
viene come un complice, a passo di lupo; il cielo
Si chiude lentamente come una grande alcova,
E l’uomo impaziente si muta in belva atroce.
O sera, dolce sera, desiderata da chi
ha braccia che, senza menzogna, possono dire: Oggi
abbiamo lavorato! – È la sera che dà sollievo
agli spiriti divorati da un dolore selvaggio,
al pensatore ostinato con la fronte pesante,
all’operaio curvo che torna al suo letto.
Nell’atmosfera intanto dei demoni maligni
si svegliano pesantemente, come degli uomini d’affari,
E urtano volando contro imposte e tettoie.
Attraverso le luci che il vento tormenta
la Prostituzione s’illumina nelle vie;
come un formicaio essa apre le sue uscite;
Dovunque appare una via nascosta,
come un nemico che tenta un colpo di mano;
Si trascina in seno alla città di fango
come un verme che ruba all’Uomo ciò che mangia.
Si sentono qua e là le cucine soffiare,
i teatri mugghiare, le orchestre ronfare;
le locande a prezzo fisso, dove il gioco impazza,
si riempiono di puttane e magnaccia, loro complici,
e i ladri, senza tregua né pietà,
stanno per cominciare anch’essi il lavoro,
forzando pian piano le porte e le casseforti
per vivere qualche giorno e vestir le loro amanti.
Raccogliti, anima mia, in questo grave momento,
e chiudi il tuo orecchio a questo ruggito.
È l’ora in cui i dolori dei malati si fanno più intensi!
La scura Notte li prende alla gola; finiscono
il loro destino e s’incamminano verso l’abisso comune;
L’ospedale si riempie dei loro sospiri. Molti
non verranno più a cercare la minestra profumata,
Accanto al fuoco, la sera, presso un’anima cara.
La maggior parte di loro non ha mai conosciuto
la dolcezza d’un focolare e non ha mai vissuto!
C. Baudelaire, Il crepuscolo della sera, in I Fiori del male – Quadri parigini
