Riascoltare in maniera del tutto inaspettata e insperata, a distanza di trent’anni, quelle parole sputate da una voce greve inimitabile che solo Giovanni Lindo Ferretti può sfoggiare, accompagnata da chitarre graffianti e incazzate by Giorgio Canali, ma al tempo stesso malinconiche e meditative by Massimo Zamboni assume dei tratti surreali e mistici. Mettici che a corredo ci sono anche Gianni Maroccolo, Francesco Magnelli con i suoi magnellofoni e Ginevra Di Marco e tutto diventa semplicemente inarrivabile.
Oggi quei testi acquisiscono finalmente tutto il valore pregnante di quella mente che le ha partorite in preda ad un delirio estatico caratterizzato dal brivido dell’inquietudine. In un attimo a Giovanni Lindo Ferretti abbiamo perdonato tutto, la svolta clericale, l’endorsement destrorso, il revisionismo storico, l’abbandono di un progetto che aveva ancora tanto da dire, lo sfanculamento a cuor leggero di compagni di una vita.
A conclusione del tour che li ha riportati insieme senza grandi frizioni tra abbracci e folle attempate danzante all’unisono, proviamo a tracciare con parole le emozioni che si sono annidate negli anfratti di note stridule e lemmi che non possono non richiamare alla memoria l’intero vocabolario della Metafisica dei CSI, fatto di “anime fiammeggianti“, di “bellezza mai assillante né oziosa“, di “sfarzosi paramenti di antiche cerimonie“, così come di “parole sussurrate che stanno conficcate in gola“.
Non è stato semplicemente un concerto quello dei Consorzio Suonatori Indipendenti (CSI) al Parco archeologico di Egnazia a Fasano, ma un’esperienza, un vissuto che ha dato senso a ciò che in passato rimaneva sospeso. I tedeschi la chiamano Wirkungsgeschichte, che tecnicamente significa “storia degli effetti” o, in maniera un po’ più immediata, “storia dell’impatto“.
Perché, in fondo, non c’è un’età assoluta, le età si succedono, meravigliose, e tutto acquista un senso con il passare del tempo, come questa reunion che porta sul palco settantenni che hanno attraversato per decenni la storia della musica rock alternativa, dal punk al post-punk.
Già, perché il senso è tutto in quel post-, al punto che la squinternata banda, dopo essersi presentata come CSI ex-CCCP, ha avuto anche l’ardire, ad un certo punto, di osare presentandosi come Post-CSI, in piena accoglienza del paradigma della post-modernità, del post-strutturalismo, del post-, ciò che guarda avanti e mai indietro.
E, così, continua a martellare nella testa, continua a cadenzare il ritmo di parole pronunciate a vuoto, continua a devastare per l’incombere umorale… quel verso che è il motto di una vita:
«Non tornerò mai dov’ero già.
Non tornerò mai a prima mai»
«Quello che devo fare» è il motto di Q di Luther Blisset, personaggio quanto mai camaleontico da somigliare a Giovanni Lindo Ferretti, vale per «Praeterita mutare non possumus, futura providere debemus»…per tutto il resto c’è sempre Catullo al grido «Pedicabo vos!».
Noi c’eravamo!
P.S. Non scattare foto al concerto dei CSI non è solo una scelta, ma significa anche avere inteso perfettamente il senso di «Non fare di me un idolo, mi brucerò, / trasformami in megafono, mi incepperò»
ML (18/09/2026) per Agorasofia
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