La filosofia degli acusmatici consiste in precetti privi di dimostrazione, e senza la ragione per cui si debba agire in un dato modo.
H. Diels e W. Kranz, I presocratici
Eravamo nel VI secolo a.C. quando un insegnante divenuto alquanto popolare a Crotone andava affermando che «i beni degli amici sono in comune e che l’amicizia è uguaglianza». Si riferiva, Pitagora di Samo, a quei discepoli che dopo alcuni anni di vita in comune e di studi intensi e faticosi, potevano essere ammessi al rango di amici, con tutta la complessità etimologica che questo aggettivo si porta con sé dal mondo greco (Φίλε, amico, φιλία, amicizia, φιλόσοφος, filosofo, φιλοσοφία, filosofia). Amici, dunque, amici del sapere sono i filosofi, che condividono, attraverso lo stare insieme nella scuola – σχολείο – il bene, ovvero la tensione verso la conoscenza che rende sapienti e saggi.
Interessante è notare come, durante questo intenso periodo di formazione, i discepoli ammessi alla scuola pitagorica «per cinque anni se ne stavano in silenzio, limitandosi ad ascoltare i suoi discorsi, senza mai vedere Pitagora, fino a che non superassero la prova e solo allora diventavano parte della sua casa ed erano ammessi alla sua presenza».
Ricorda Diogene Laerzio, Pitagora propone uno stile di vita ai suoi discepoli: «Costoro facevano passeggiate mattutine da soli, in luoghi dove c’era calma e tranquillità adatta; pensavano, infatti, che non convenisse incontrarsi con qualcuno senza aver prima ordinato la mente; poi si incontravano fra loro, spesso all’interno dei templi: era questo il momento adatto all’insegnamento e all’apprendimento. Dopo tali occupazioni passavano alle cure del corpo (lotta, corsa). Durante il giorno non bevevano vino. Si occupavano degli affari interni o esteri delle poleis, ma non prendevano decisioni prima di aver mangiato. Venuta la sera di nuovo passeggiavano, non più da soli, ma in due o tre; richiamando alla mente le cose apprese; poi facevano il bagno e si recavano a cena; bevevano una coppa di vino e ricordavano con una preghiera l’importanza della legge, dei genitori ed il rispetto per ogni creatura vivente».
Un’iniziazione progressiva, dunque, rispettosa, nel silenzio dell’atto contemplativo, di un sapere oracolare, l’ipse dixit incontrovertibile, solo attraverso il quale sarebbe stato loro consentito l’accesso ad una più intima vita in comune e, quindi, ad un sapere più alto, divenuto filosofico perché condiviso. Come ha avuto modo di affermare Carlo Sini: «Tutti possono varcare la soglia (della conoscenza) se sono capaci di stare zitti, se sono capaci di fare il vuoto, di accogliere, senza opporre, senza farneticare, se hanno la pazienza di apprendere, di fare un cammino […] se hanno fiducia nella verità e nel maestro che la incarna».
Posto in questi termini, l’insegnamento pitagorico, ma potremmo già riattualizzare ad oggi perché il senso ultimo della missione che si realizza attraverso l’insegnamento non è cambiato, è una pratica, da realizzare a partire dal silenzio con atti concreti, ed è aristocratico, proprio e soltanto perché viene concesso a tutti come possibilità da realizzare. E chi è in grado di accoglierne la portata – per sé stessi, per i propri amici, per i concittadini, per l’altro, sconosciuto nel volto, ma ben noto nel suo essere umano – può ritrovarsi rinnovato.
La scuola pitagorica vede, quindi, gli studenti impegnati in un percorso lungo, meditato e mediato (dal maestro, dalle sue parole), al termine del quale, una volta superata la prova, la tenda, che cela agli sguardi il maestro solenne e inaccessibile, cade e i discepoli, già acusmatici, possono infine superare il sapere prefilosofico per accedere al confilosofare, alla verità intesa come ἀλήθεια, Aletheia, la sveltezza.
Che ne è oggi della tenda di Pitagora? Noi ci siamo interrogati [QUI] è abbiamo constatato con amarezza lo scadere del velo pitagorico, che preclude la conoscenza e la saggezza, a sipario che cala ovunque, oggi, in modo greve, tragico, esasperante e drammatico, sull’amore per il sapere, su una coscienza filosofica stordita che, tuttavia, sappiamo avere ancora gli occhi accesi sul mondo.
Perciò, ci piace concludere questa introduzione al pensiero pitagorico, questa sua possibile riattualizzazione, ricordando come Empedocle, provando a cogliere il significato profondo della dottrina di Pitagora, abbia voluto innanzitutto precisare la grandezza di un uomo capace di cogliere l’unità del cosmo. Ecco, probabilmente l’insegnamento di Pitagora sta tutto in questo sforzo di unità, in questa tensione verso i logoi, i rapporti che tengono insieme quando sono razionali e civili e che oggi sono logo(r)i, forse proprio perché privati della dimensione originaria, iniziale, del silenzio.
AP e ML (30/09/2026) per Agorasofia
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